Ambiente e territorio:nelle Marche si parla di natura, ma si governa il consumo.
Serve una vera transizione ecologica, non una retorica di superficie.
Negli ultimi anni la Regione Marche ha mancato l’appuntamento con la crisi climatica. Mentre il mondo discute di decarbonizzazione, adattamento e resilienza, la giunta regionale continua a operare senza visione, senza coraggio e spesso in aperto contrasto con i principi di sostenibilità ambientale.
Il consumo di suolo continua a crescere. Secondo ISPRA, solo nel 2023 sono stati cementificati oltre 400 ettari di suolo marchigiano, spesso per progetti privi di utilità pubblica o per insediamenti logistici calati dall’alto. Il Piano Paesistico Regionale è fermo, superato e mai aggiornato in funzione delle direttive europee sul Green Deal e della Convenzione europea del paesaggio.
La gestione delle risorse idriche è inefficiente e frammentata. I piccoli comuni lamentano carenze infrastrutturali, le reti di distribuzione perdono fino al 45% dell’acqua trasportata, e i fenomeni di siccità si alternano a bombe d’acqua e alluvioni, come dimostrano le tragedie nel Senigalliese e nel Metauro. La prevenzione del dissesto idrogeologico è ancora troppo legata a logiche emergenziali, anziché a pianificazione e manutenzione ordinaria.
Sulle energie rinnovabili, la Regione non ha promosso una strategia pubblica né partecipata. Mentre altri territori attivano comunità energetiche, autoconsumo collettivo e produzione fotovoltaica pubblica, nelle Marche il settore è affidato all’iniziativa privata, spesso priva di concertazione con i territori. I progetti eolici o fotovoltaici industriali, quando esistono, rischiano di trasformarsi in nuovo consumo di suolo, senza benefici reali per le comunità locali.
Grave anche il ritardo nella gestione dei rifiuti. L’indifferenziata resta elevata in molte aree, il ciclo dell’organico non è chiuso, e manca un piano per la riduzione strutturale dei rifiuti alla fonte. L’economia circolare è una formula più che una politica: nessun sostegno concreto alle filiere del riuso, del riparo, della logistica sostenibile.
La Regioneignora infine l’importanza della partecipazione ambientale. Nessun processo di consultazione pubblica strutturato, nessun bilancio ambientale, nessun meccanismo di coinvolgimento dei cittadini nella difesa del patrimonio naturale, dei parchi e delle riserve. È mancata completamente una visione di giustizia climatica, che tenga insieme ambiente, coesione sociale e responsabilità istituzionale.
Le nostre proposte per un'ecologia giusta, territoriale e democratica
- Piano Regionale di Transizione Ecologica (PRTE): uno strumento triennale di programmazione e valutazione ambientale integrata, con target misurabili, cronoprogrammi, monitoraggio partecipato e indicatori di impatto su salute e disuguaglianze.
- Stop al consumo di suolo: revisione della legge urbanistica regionale con il principio del saldo zero; vincoli a nuovi insediamenti produttivi su suolo agricolo; sostegno ai Comuni per la rigenerazione dell’edificato esistente.
- Piano regionale per l’acqua pubblica: investimenti sulle reti idriche, invasi collinari per uso agricolo, contrasto alle dispersioni, gestione partecipata con consorzi e sindaci. Coordinamento con le Autorità di Bacino e ARPAM.
- Energie rinnovabili sì, ma con regole e benefici locali: piano regionale per le comunità energetiche rinnovabili (CER), incentivi per l’autoconsumo pubblico e collettivo, linee guida per evitare speculazioni eccessive in area agricola o paesaggistica.
- Rifiuti ed economia circolare: obbligo di raccolta differenziata porta a porta nei comuni sotto soglia, impianti pubblici per il compostaggio di prossimità, sostegno a start-up del riuso e alla logistica circolare.
Contrarietà netta a qualsiasi progetto di inceneritore regionale, tanto più se imposto senza consultazione democratica e fuori da un piano di riduzione dei rifiuti. L’incenerimento è una tecnologia del passato, insostenibile sotto il profilo ambientale (emissioni), economico (costi fissi altissimi, a scapito della differenziata) e sociale (impatto sulla salute e sul territorio). Le risorse vanno investite nella prevenzione, nel riciclo, nella responsabilità estesa del produttore e nell’innovazione circolare. - Parchi e biodiversità: rilancio delle aree protette regionali con personale stabile, piani di tutela aggiornati, progetti didattici ed ecoturistici con le scuole e le associazioni ambientaliste.
- Piano regionale di adattamento climatico: mappatura delle aree a rischio climatico, rafforzamento delle difese naturali, incentivi alla forestazione urbana e periurbana, fondi per l’adattamento delle infrastrutture pubbliche.
- Bilancio ambientale partecipato: pubblicazione annuale dell’impatto ambientale delle politiche regionali, consultazione pubblica su ogni nuova infrastruttura, tavolo permanente con le associazioni ecologiste, comitati e sindaci.


Caccia:
serve una regolamentazione rigorosa e responsabile
Negli ultimi anni, la Regione ha progressivamente allentato i vincoli alla caccia, ampliando i calendari venatori, abbassando i controlli e limitando il coinvolgimento delle associazioni ambientaliste nella definizione delle aree protette.
Noi proponiamo: Moratoria sulla caccia in aree colpite da incendi e siccità, per permettere il ripristino degli ecosistemi. Divieto di caccia nelle aree protette e nei corridoi ecologici. Revisione dei calendari venatori in base a criteri scientifici e ambientali, non pressioni corporative. Potenziamento del corpo di vigilanza faunistica e ambientale. Coinvolgimento delle comunità locali, dei Parchi e degli istituti scientifici nella gestione faunistica, per evitare conflitti e favorire la coesistenza. Tutela della fauna selvatica come patrimonio collettivo e componente essenziale della biodiversità regionale.
Non esiste una vera politica per lo sviluppo se non è anche una politica per la tutela dell’ambiente. La transizione ecologica non è solo una questione tecnica: è una scelta politica. Significa curare i territori, fermare il consumo, ridurre le disuguaglianze, ascoltare le comunità. Le Marche hanno tutto per essere laboratorio di sostenibilità, ma serve una Regione coraggiosa, competente, e radicata nella realtà.
Dire no all’inceneritore non è solo una scelta tecnica, è una dichiarazione di principio: i rifiuti non si bruciano, si riducono. Le Marche possono essere un modello di economia circolare se mettono al centro trasparenza, partecipazione e investimenti intelligenti. Ma serve una Regione che ascolti i territori, non che imponga scelte calate dall’alto.
Difendere l’ambiente significa anche scegliere da che parte stare nella gestione del territorio: non con la deregulation venatoria, ma con chi chiede equilibrio, tutela della biodiversità e trasparenza nelle scelte che riguardano la fauna e le aree naturali delle Marche.

