“Maranza”, una parola per non capire

Nelle ultime settimane alcune riflessioni sulla violenza minorile sono state intercettate dalla destra come un’occasione politica.
Non per aprire un confronto serio, ma per rivendicare la fondatezza di tesi securitarie già scritte altrove, rimuovendo deliberatamente un’analisi complessiva dentro cui quelle riflessioni erano collocate.
Parlo da avvocato che da anni si occupa di giustizia minorile e che nulla concede alla retorica dell’ordine pubblico. Consapevole della fragilità di un sistema che fatica a svolgere una funzione realmente educativa, come dimostrano le difficoltà strutturali dei tribunali per i minorenni, sovraccarichi di lavoro e sempre meno messi nelle condizioni di intervenire in modo tempestivo ed efficace.
Negli ultimi anni il disagio giovanile si è manifestato in forme nuove e più complesse rispetto al passato.
Coloro che operano nella giustizia minorile incontrano quotidianamente questa realtà.
Dietro molti episodi di violenza non c’è una scelta criminale consapevole, ma percorsi segnati da fallimenti educativi, relazioni fragili, assenza di riferimenti adulti stabili, problematiche psicologiche. La violenza diventa talvolta una forma impropria di espressione, un modo distorto di affermare la propria presenza quando mancano strumenti per dare nome e senso a ciò che si vive.
Chi conosce davvero questo ambito sa che nessun dato, preso da solo, ha senso e che ogni ragionamento serio richiede di tenere insieme fattori sociali, educativi, familiari e istituzionali.
È proprio questa complessità che viene spesso rimossa dalla politica, con scorciatoie narrative come quella della reductio ad unum legata all’appartenenza etnica di parte dei giovani che commettono reati.
I dati ufficiali del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, diffusi pochi giorni addietro, parlano chiaro: nel nostro Paese sono quasi 24 mila i minorenni e i giovani adulti fino ai 24 anni in carico ai servizi della giustizia minorile, il numero più alto dell’ultimo decennio. Dopo il calo del periodo pandemico, dal 2021 in poi la curva cresce in modo costante. Non siamo di fronte a un’emergenza improvvisa, ma a un fenomeno strutturale di disagio giovanile che si è sedimentato nel tempo.
Anche il profilo dei reati è eloquente: prevalgono furti, rapine, danneggiamenti, violazioni legate agli stupefacenti e alla violenza o resistenza a pubblico ufficiale. Non è criminalità organizzata, non è mafia, non è terrorismo. È una violenza giovanile di strada, spesso episodica, spesso legata al gruppo, fortemente identitaria. Una violenza che serve più a “esserci” che ad arricchirsi.
All’interno di questo quadro, i giovani stranieri rappresentano circa il 23% del totale. Non sono la maggioranza, e parlare di “invasione” è semplicemente falso. Ma c’è un dato che non può essere rimosso: i minori stranieri risultano sovrarappresentati nelle misure più contenitive, come gli Istituti penali per i minorenni (le ex carceri minorili per intendersi) e le comunità. Questo non significa che “delinquono di più” per ragioni etniche, ma che arrivano più spesso al circuito penale inermi sul piano delle reti familiari, educative e sociali. Quando mancano alternative, il sistema risponde con ciò che ha: il contenimento.
È esattamente per questo che le politiche di inclusione, di sostegno educativo e di mediazione non sono un gesto di benevolenza, ma uno strumento essenziale di sicurezza sociale.
Su questo punto, però, emerge spesso una lettura riduttiva, anche in ambiti che dovrebbero essere più attenti alla complessità dei fenomeni sociali.
Riconoscere che alcuni episodi di violenza giovanile coinvolgono in modo significativo giovani di origine straniera viene talvolta vissuto come inaccettabile.
È una reazione che nasce da una buona intenzione, contrastare le derive razziste, ma che rischia di produrre l’effetto opposto. Perché negare un dato di realtà non protegge nessuno, né i ragazzi coinvolti né le comunità in cui vivono. E soprattutto impedisce di interrogarsi su ciò che rende più fragile una parte dei giovani di origine straniera: condizioni materiali svantaggiate, traiettorie migratorie spezzate, assenza di reti familiari stabili, fallimenti scolastici precoci, difficoltà di mediazione culturale, crisi dell’autorità adulta, iper-esposizione a modelli violenti nei social e nello spazio pubblico.
È proprio quando si rinuncia a questa complessità che il dibattito pubblico scivola verso etichette rassicuranti, utili più a semplificare che a capire. Ed è in questo spazio che si colloca il fenomeno che i media chiamano, in modo improprio e fuorviante, maranza. Una parola che non descrive, ma semplifica; che non aiuta a capire, ma serve a prendere le distanze. Maranza non è una categoria giuridica, non è una definizione sociologica, non è uno strumento di analisi: è un’etichetta. E come tutte le etichette funziona per rimuovere la complessità, non per affrontarla.
Usare questo termine significa spostare l’attenzione dal disagio ai soggetti, dal contesto al bersaglio, dal sistema alle persone. È una scorciatoia linguistica che consente di trasformare un fenomeno sociale complesso in una caricatura, riducendo una pluralità di storie, fragilità e traiettorie fallite a una parola che assolve chi governa e colpevolizza chi subisce. Così il disagio giovanile diventa folklore urbano, la violenza diventa costume, e la responsabilità pubblica scompare.
Maranza diventa il nome comodo per non interrogarsi sul fallimento delle politiche educative, sulla crisi della scuola, sull’assenza di spazi di aggregazione, sulla debolezza dei servizi sociali, sulla solitudine degli adulti. È una parola usata per non capire e, spesso, per non dover rispondere.
Una sinistra adulta dovrebbe avere il coraggio di tenere insieme la complessità, senza paura e senza rimozioni. Minimizzare la violenza minorile o negarne le specificità è un errore grave: significa lasciare sole le vittime, abbandonare i quartieri popolari e consegnare il tema della sicurezza a chi lo usa in modo strumentale e punitivo.
Allo stesso tempo, rispondere al disagio con la sola repressione, come vorrebbe la destra, è un fallimento annunciato. Senza politiche giovanili strutturali, senza una scuola capace di includere, senza servizi sociali forti e radicati, non si produce sicurezza ma insicurezza permanente.
La repressione senza prevenzione non governa il disagio: lo spettacolarizza. Sostituisce l’educazione con l’intimidazione, la responsabilità pubblica con la messa in scena dell’ordine.
E quando si arriva a pensare che per affrontare il disagio dei propri giovani servano i militari, il problema non sono i ragazzi. Il problema è uno Stato che ha rinunciato alla propria funzione educativa e, con essa, alla propria idea di futuro.
