Piano rifiuti: tutto ruota attorno all’inceneritore, senza misure per l’economia circolare
Ho ribadito in Aula la mia contrarietà al Piano regionale di gestione dei rifiuti, approvato oggi dal Consiglio regionale.
È un documento nato già vecchio, privo di coraggio, che rinvia le decisioni fondamentali e non compie scelte innovative. Al centro della strategia viene collocata soltanto la realizzazione dell’inceneritore – perché è così che preferisco chiamarlo – come se fosse un totem capace di risolvere le numerose contraddizioni e i problemi che, invece, restano intatti anche dopo l’approvazione di questo Piano.
L’intero documento ruota intorno alla futura realizzazione dell’inceneritore, o termovalorizzatore, rovesciando di fatto la gerarchia europea dei rifiuti, che indica come priorità la prevenzione, il riuso, il riciclo e il recupero di materia. Solo successivamente vengono il recupero energetico e, come ultima opzione, lo smaltimento.
Il Piano affida invece la chiusura del ciclo alla combustione, senza fornire spiegazioni adeguate neppure su come saranno trattate e smaltite le ceneri e gli altri residui prodotti dall’impianto.
Troppi aspetti rimangono vaghi. Chi costruirà l’impianto? Con quali risorse? Sarà interamente pubblico? Verrà affidato a un soggetto privato? Sarà gestito da una società mista? Quali garanzie verranno previste affinché un servizio pubblico essenziale non sia orientato esclusivamente da logiche di redditività economica?
Sono tutte domande che non trovano risposta e che vengono rinviate al futuro.
Il Piano rimanda a successivi provvedimenti anche la disciplina della governance, le modalità di funzionamento dell’ATO unico regionale, gli equilibri tra Regione e Comuni, i processi decisionali e perfino alcuni aspetti essenziali della programmazione.
Non possiamo votare un Piano che non offre garanzie su questioni di tale rilievo. Non è buona amministrazione.
Ritengo particolarmente preoccupante anche il rischio del cosiddetto lock-in, cioè il vincolo economico e industriale che si determinerebbe una volta costruito l’impianto.
L’inceneritore previsto dal Piano avrebbe una capacità complessiva di circa 370.000 tonnellate all’anno. È una dimensione enorme. Più che risolvere il problema dei rifiuti urbani marchigiani, si sta pianificando un grande polo di combustione che dovrà essere alimentato anche attraverso consistenti flussi provenienti dalle attività produttive.
Una volta investite centinaia di milioni di euro, il sistema avrà bisogno per decenni di una quantità costante di rifiuti da bruciare.
Il rischio è quello di creare un modello economico che abbia interesse alla permanenza dei rifiuti, anziché alla loro progressiva riduzione. Se le politiche di prevenzione e di riciclo avranno successo e il rifiuto residuo diminuirà, da dove arriveranno le quantità necessarie a mantenere in equilibrio un impianto di queste dimensioni?
Anche questa domanda rimane senza risposta.
Il rischio è inoltre quello di entrare in una vera palude decisionale. Nel frattempo, però, il Piano introduce un altro punto molto critico: la scelta, inserita dalla Commissione, di valutare una possibile riduzione da 1.500 a 1.000 metri della distanza minima tra le nuove discariche per rifiuti non pericolosi e le aree residenziali.
È una scelta grave, che meriterebbe un’approfondita valutazione nell’ambito della VAS. Modificare un criterio localizzativo di tale importanza significa cambiare anche la platea delle aree potenzialmente utilizzabili e le possibili ricadute sui territori e sulla salute delle persone.
Il Piano avrebbe dovuto indicare una strategia molto più incisiva per ridurre, anno dopo anno, in modo misurabile e vincolante, la quantità di rifiuti destinata allo smaltimento.
La scarsità delle volumetrie disponibili deve creare responsabilità e spingere verso la prevenzione, il riuso, la tariffazione puntuale, una migliore raccolta differenziata, il recupero di materia e un trattamento più efficiente degli scarti.
Non come obiettivi generici, ma attraverso risorse certe, responsabilità definite e scadenze annuali.
Si è invece puntato tutto sull’inceneritore, senza peraltro definirne in modo serio il modello economico, industriale e gestionale.
Il Piano regionale dei rifiuti rappresenta l’ennesima occasione persa. Le Marche avrebbero potuto diventare un modello avanzato di economia circolare, prevenzione, riuso e recupero di materia.
È stata scelta invece una strada vecchia, rigida e piena di contraddizioni.
