Tra reti e aste del pesce, il cuore nascosto di Ancona

Questa mattina, prima dell’alba, mi sono recato al Mandracchio, il porto dei pescatori di Ancona.
Ho assistito, grazie al comandante Gianni Ciarrocchi, al rientro delle barche e all’asta del pesce: un momento unico, quasi rituale, che custodisce secoli di tradizione e restituisce l’immagine autentica di una comunità che vive del mare e per il mare.
Un’esperienza che considero anche culturale, perché racconta chi siamo, i nostri valori, il legame tra lavoro, ambiente e identità.
La campagna elettorale mi sta offrendo la possibilità di vivere da vicino queste realtà: incontrare persone, ascoltare i loro racconti, capire meglio le difficoltà ma anche la straordinaria ricchezza che esse rappresentano per la nostra regione.
Il settore della pesca, per le Marche, non è un comparto come gli altri: è una risorsa economica, occupazionale e culturale.
La Regione ha competenze importanti in questo campo – dalla programmazione dei fondi europei al sostegno delle marinerie locali, dalla promozione della filiera corta e dei mercati ittici fino alla valorizzazione delle eccellenze enogastronomiche legate al pesce fresco. Senza dimenticare la formazione dei giovani, la sicurezza del lavoro, il ricambio generazionale e le politiche di sostenibilità ambientale.
Serve una strategia regionale che guardi lontano:
- che difenda le nostre marinerie dalla concorrenza sleale e dalle normative calate dall’alto senza ascoltare i territori;
- che investa sull’innovazione, sulle nuove tecnologie e sul rispetto dell’ambiente marino;
- che promuova la qualità e la tracciabilità del pescato marchigiano;
- che sappia sostenere le famiglie dei lavoratori del mare, spesso dimenticate nelle scelte politiche.
Il Mandracchio mi ha ricordato una cosa semplice ma fondamentale: senza la pesca e senza chi ogni giorno affronta il mare con fatica e dignità, le Marche perderebbero una parte insostituibile della loro anima.
