Violenza minorile: prevenire e intercettare il disagio sociale

Riprendo il mio intervento, pubblicato oggi sulla stampa e ridotto per comprensibili ragioni di spazio, al fine di restituirgli un senso piu’ compiuto.
Ad Ancona la violenza giovanile non è più un’emergenza episodica ma un fenomeno sociale che interroga la città e chi la governa.
Parlo come avvocato che si occupa di questi temi da sempre: la criminalita’ minorile e’ l’espressione che piu’ colpisce di un disagio crescente tra i giovanissimi e che attraversa trasversalmente la nostra realta’.
Lo dico con prudenza, proveniendo da una storia personale e politica segnata dall’impegno contro le discriminazioni e dall’idea che l’integrazione sia una ricchezza, non una minaccia: una quota degli episodi di violenza minorile vede coinvolti giovani di origine straniera o di seconda generazione.
Credo che se vogliamo provare a trovare soluzioni adeguate, non possiamo voltarci dall’altra parte di fronte alla realtà.
Generalizzare e’ sbagliato e ingiusto.
Ma negare il problema è altrettanto sbagliato, con il rischio di alimentare risposte semplicistiche sul piano securitario, con sfumature razziste, dando vigore a quelle forze politiche che strumentalizzano la paura.
Molti di questi ragazzi vivono in contesti di marginalità, in famiglie fragili o assenti, senza radici stabili. Si aggregano in gruppi, diventano bande, cercano identità nella forza e nella sopraffazione.
Lo vedono i cittadini, lo vedono gli insegnanti, lo vedono gli operatori sociali: far finta di nulla significa perdere credibilità e tempo prezioso.
Accanto alla dimensione sociale c’è una grande responsabilità istituzionale: la crisi del Tribunale per i Minorenni delle Marche. Organici insufficienti, ritardi che in materia minorile equivalgono a rinunce.
Senza una giustizia minorile forte, tempestiva e competente, ogni discorso su prevenzione e recupero resta retorica. Qui non servono parole: servono persone, strutture e risorse.
Ma c’è anche una questione politico-amministrativa che riguarda le scelte, le priorità e anche le omissioni di chi governa la città.
L’amministrazione comunale non sta dando risposte all’altezza: servono progetti chiari, coordinati e strutturali su prevenzione, presidi educativi e sicurezza urbana.
Serve un piano specifico per le ore serali, non solo presenza coordinata e continuativa delle forze dell’ordine: accanto al controllo del territorio, è decisivo il lavoro dell’educativa di strada, capace di incontrare i ragazzi nei loro luoghi reali di vita.
Ma parlare di sicurezza significa soprattutto proporre alternative reali alla strada. Servono spazi di aggregazione sociale gratuiti: spazi dove poter fare e ascoltare musica, praticare sport o attività laboratoriali.
Va rafforzato con determinazione l’accesso allo sport e alla cultura per i ragazzi più esposti, insieme al sostegno alle famiglie fragili, senza il quale ogni intervento rischia di essere solo una toppa.
C’è poi un elemento che va detto con chiarezza: parte dei giovani coinvolti in questi episodi non risiedono ad Ancona, ma provengono da altri comuni del territorio. Questo conferma che non siamo di fronte solo a un problema “del centro di Ancona”, ma a un fenomeno di area vasta, che attraversa i confini amministrativi e riguarda l’intero sistema dei servizi educativi e sociali.
Serve un progetto straordinario di cui la nostra città potrebbe essere capofila e che veda il coinvolgimento in rete di Regione, Ambiti territoriali sociali, Comuni limitrofi, Tribunale per i Minorenni, Scuole, Associazioni e Forze dell’ordine, perché la frammentazione degli interventi è parte del problema.
Se vogliamo affrontare seriamente i temi del disagio e della violenza giovanile occorrono la capacità e il coraggio di intervenire con progetti mirati nei contesti più degradati, con risorse dedicate e continuità di presenza, tenuti insieme da una forte regia pubblica che consideri la prevenzione sociale lo strumento piu’ efficace.

