This is a custom heading element.Electrolux, la chiusura di Cerreto d’Esi sarebbe un dramma sociale. La politica deve limitare lo strapotere delle multinazionali

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Sono stato a Cerreto d’Esi per partecipare alla mobilitazione nazionale indetta dai sindacati contro la decisione di Electrolux di chiudere lo stabilimento.

Essere lì, insieme alle lavoratrici e ai lavoratori, era doveroso. Perché la chiusura dello stabilimento sarebbe un dramma sociale e umano che questa comunità deve riuscire a evitare.

Parliamo di circa 170 posti di lavoro, ma dietro ogni numero ci sono persone, famiglie, progetti di vita. E intorno alla fabbrica c’è un territorio che rischia di essere ulteriormente impoverito dalla perdita di uno dei suoi principali presìdi produttivi.

Continuerò quindi a chiedere al Governo e alla Regione di esercitare fino in fondo il proprio peso istituzionale per fermare questa decisione e garantire la continuità produttiva e occupazionale del sito.

Cerreto d’Esi è infatti l’unico stabilimento italiano destinato alla completa dismissione nell’ambito della riorganizzazione annunciata da Electrolux, che prevede complessivamente circa 1.450 esuberi nei diversi siti italiani, oltre al mancato rinnovo di contratti a termine.

Nei giorni precedenti alla manifestazione, insieme agli altri capigruppo di opposizione, avevo chiesto al presidente dell’Assemblea legislativa di rinviare la seduta del Consiglio regionale prevista per il 15 settembre, proprio per permettere una partecipazione istituzionale alla giornata di sciopero e dare un segnale concreto di vicinanza ai lavoratori. La richiesta è stata accolta e la seduta è stata rinviata al 18 settembre.

Prima della manifestazione ho partecipato anche a un confronto con i rappresentanti del Comune di Cerreto d’Esi, per approfondire le conseguenze che un’eventuale chiusura avrebbe sull’intera comunità.

Quello che sta accadendo, però, non può essere considerato soltanto come una singola vertenza aziendale.

A Cerreto d’Esi vediamo le conseguenze di anni di assenza di una vera politica industriale pubblica. Mentre lavoratrici e lavoratori rischiano il proprio posto e interi territori perdono capacità produttiva, troppo spesso le scelte vengono lasciate esclusivamente alle strategie delle grandi multinazionali e alla ricerca di margini di profitto sempre maggiori.

Siamo diventati un Paese troppo esposto al loro potere.

Un grande gruppo può decidere di delocalizzare, ridimensionare o chiudere uno stabilimento e lasciare sul territorio una ferita sociale enorme. Non possiamo continuare ad accettare che tutto questo venga considerato una normale dinamica di mercato.

La politica deve tornare a fare la propria parte.

A maggior ragione quando le imprese hanno beneficiato, direttamente o indirettamente, di sostegni pubblici. Credo che ogni forma di incentivo o aiuto debba essere accompagnata da impegni precisi sulla permanenza delle attività produttive e sulla tutela dell’occupazione.

Non possiamo socializzare i costi e lasciare poi ai lavoratori, alle famiglie e ai territori il prezzo delle ristrutturazioni aziendali.

Per questo continuerò a stare al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori di Cerreto d’Esi e a chiedere che Regione e Governo mettano in campo tutti gli strumenti disponibili per evitare la chiusura dello stabilimento.

Il lavoro, la dignità delle persone e il futuro di un territorio non possono dipendere soltanto dalle decisioni prese nei consigli di amministrazione di una multinazionale.

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