Pdl "anti kebab": una "supercazzola" utile solo ad alimentare narrazioni tossiche

La proposta di legge 64 della Giunta regionale, ormai diventata nota come pdl “anti kebab”, è un nonsenso privo di veri contenuti, ma molto funzionale, per chi l’ha ideata e scritta, a costruire una narrazione propagandistica e tossica.
Una narrazione che ha avuto soprattutto l’effetto di mettere alla gogna i ristoranti etnici e, più in generale, quelle attività commerciali considerate estranee a una non meglio definita identità italiana.
Per questo ho presentato in Consiglio regionale un’interrogazione a risposta immediata, chiedendo alla Giunta di fare chiarezza sul testo e di escludere esplicitamente qualsiasi possibilità di introdurre limitazioni fondate sulla provenienza nazionale degli operatori o sulla connotazione cosiddetta “etnica” dei prodotti e dei servizi offerti.
La proposta di legge avrebbe dovuto affrontare un problema reale: la desertificazione commerciale dei borghi storici e dei centri urbani delle Marche. Un fenomeno che richiederebbe risorse, strategie e strumenti concreti per sostenere le attività di qualità e mantenere vivi i nostri centri.
Nel provvedimento, però, da questo punto di vista non c’è praticamente nulla. Non vengono stanziate risorse e non vengono delineate politiche capaci di contrastare seriamente la chiusura dei negozi e l’impoverimento del tessuto commerciale.
In compenso, la proposta ha dato il via a una serie di slogan semplificatori contro le attività etniche, a partire dai kebab.
L’intera narrazione costruita intorno al provvedimento si regge soprattutto sull’articolo 5, comma 2, lettera b), che attribuirebbe ai Comuni la possibilità di limitare l’insediamento di alcuni esercizi commerciali. È proprio questo passaggio ad aver consentito di scatenare un racconto tossico e discriminatorio nei confronti delle attività considerate “non identitarie”.
Siamo tutti d’accordo sulla necessità di evitare la desertificazione dei borghi storici e di rilanciare nelle nostre città le attività commerciali di qualità. Ma non si raggiunge questo obiettivo indicando come nemico il ristorante etnico o il negozio gestito da cittadini di origine straniera.
Servono politiche serie, incentivi, sostegno agli affitti, servizi, accessibilità e iniziative capaci di riportare persone e attività nei centri storici. Non servono operazioni propagandistiche costruite sulla contrapposizione tra attività “identitarie” e “non identitarie”.
Con il dovuto rispetto e preso atto della situazione, mi permetto allora di citare Ugo Tognazzi e di definire questo provvedimento un’autentica “supercazzola”, simile ai nonsense che il conte Lello Mascetti utilizzava nei film di Amici miei per confondere passanti e autorità.
Una “supercazzola” che, pur essendo priva di effetti concreti, rischia però di produrre conseguenze politiche e culturali molto serie, alimentando diffidenza, discriminazioni e narrazioni ostili verso una parte delle attività commerciali delle nostre città.
