Riformare si può, indebolire i controlli, no


La riforma della Corte dei Conti approvata a fine anno, in fretta e furia, segna un passaggio delicatissimo per la nostra democrazia.

Non perché “non si debba toccare nulla”; nessuno è feticista dello status quo, ma perché qui non siamo davanti a una manutenzione ordinaria: siamo di fronte a un intervento che riduce il perimetro della responsabilità e l’efficacia dei controlli sull’uso del denaro pubblico.

Limitare la responsabilità erariale al 30% del danno accertato e restringere la nozione di colpa grave significa, in concreto, trasferire una parte consistente dei costi degli errori – o peggio delle negligenze – sulla collettività.

Se un amministratore sbaglia “gravemente”, paga solo in parte: il resto lo pagano i cittadini. Non esattamente il miglior modo per rafforzare la cultura della legalità e del buon andamento dell’amministrazione, che la Costituzione pone a presidio dell’interesse generale.

Preoccupa anche l’estensione del silenzio-assenso nei controlli preventivi: trasformare il mancato riscontro in via libera automatico non accelera la buona amministrazione, al massimo accelera i rischi. La vera PA efficiente non è quella senza controlli, ma quella che decide bene e in modo trasparente.

Riformare sì, ma rafforzando i presìdi di legalità, non smontandoli. La Corte dei Conti è un organo di garanzia previsto dalla Costituzione, non un intralcio ideologico. Le voci critiche dei magistrati contabili meritavano ascolto, non fretta e votazioni lampo a fine anno.

In una fase storica in cui sono in gioco risorse enormi – PNRR, grandi opere, investimenti pubblici – servono controlli indipendenti forti, responsabilità chiare, trasparenza piena. Non scudi, non amnesie di sistema, non incentivi alla leggerezza.

La politica ha un dovere: dimostrare che il denaro pubblico è sacro perché viene dal lavoro di tutti. Indebolire chi vigila su questo principio non è coraggio riformatore; è un passo nella direzione sbagliata.

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