Piano rifiuti: tutto ruota attorno all’inceneritore, senza misure per l’economia circolare

Piano rifiuti: tutto ruota attorno all’inceneritore, senza misure per l’economia circolare


Ho ribadito in Aula la mia contrarietà al Piano regionale di gestione dei rifiuti, approvato oggi dal Consiglio regionale.
È un documento nato già vecchio, privo di coraggio, che rinvia le decisioni fondamentali e non compie scelte innovative. Al centro della strategia viene collocata soltanto la realizzazione dell’inceneritore – perché è così che preferisco chiamarlo – come se fosse un totem capace di risolvere le numerose contraddizioni e i problemi che, invece, restano intatti anche dopo l’approvazione di questo Piano.
L’intero documento ruota intorno alla futura realizzazione dell’inceneritore, o termovalorizzatore, rovesciando di fatto la gerarchia europea dei rifiuti, che indica come priorità la prevenzione, il riuso, il riciclo e il recupero di materia. Solo successivamente vengono il recupero energetico e, come ultima opzione, lo smaltimento.
Il Piano affida invece la chiusura del ciclo alla combustione, senza fornire spiegazioni adeguate neppure su come saranno trattate e smaltite le ceneri e gli altri residui prodotti dall’impianto.
Troppi aspetti rimangono vaghi. Chi costruirà l’impianto? Con quali risorse? Sarà interamente pubblico? Verrà affidato a un soggetto privato? Sarà gestito da una società mista? Quali garanzie verranno previste affinché un servizio pubblico essenziale non sia orientato esclusivamente da logiche di redditività economica?
Sono tutte domande che non trovano risposta e che vengono rinviate al futuro.
Il Piano rimanda a successivi provvedimenti anche la disciplina della governance, le modalità di funzionamento dell’ATO unico regionale, gli equilibri tra Regione e Comuni, i processi decisionali e perfino alcuni aspetti essenziali della programmazione.
Non possiamo votare un Piano che non offre garanzie su questioni di tale rilievo. Non è buona amministrazione.
Ritengo particolarmente preoccupante anche il rischio del cosiddetto lock-in, cioè il vincolo economico e industriale che si determinerebbe una volta costruito l’impianto.
L’inceneritore previsto dal Piano avrebbe una capacità complessiva di circa 370.000 tonnellate all’anno. È una dimensione enorme. Più che risolvere il problema dei rifiuti urbani marchigiani, si sta pianificando un grande polo di combustione che dovrà essere alimentato anche attraverso consistenti flussi provenienti dalle attività produttive.
Una volta investite centinaia di milioni di euro, il sistema avrà bisogno per decenni di una quantità costante di rifiuti da bruciare.
Il rischio è quello di creare un modello economico che abbia interesse alla permanenza dei rifiuti, anziché alla loro progressiva riduzione. Se le politiche di prevenzione e di riciclo avranno successo e il rifiuto residuo diminuirà, da dove arriveranno le quantità necessarie a mantenere in equilibrio un impianto di queste dimensioni?
Anche questa domanda rimane senza risposta.
Il rischio è inoltre quello di entrare in una vera palude decisionale. Nel frattempo, però, il Piano introduce un altro punto molto critico: la scelta, inserita dalla Commissione, di valutare una possibile riduzione da 1.500 a 1.000 metri della distanza minima tra le nuove discariche per rifiuti non pericolosi e le aree residenziali.
È una scelta grave, che meriterebbe un’approfondita valutazione nell’ambito della VAS. Modificare un criterio localizzativo di tale importanza significa cambiare anche la platea delle aree potenzialmente utilizzabili e le possibili ricadute sui territori e sulla salute delle persone.
Il Piano avrebbe dovuto indicare una strategia molto più incisiva per ridurre, anno dopo anno, in modo misurabile e vincolante, la quantità di rifiuti destinata allo smaltimento.
La scarsità delle volumetrie disponibili deve creare responsabilità e spingere verso la prevenzione, il riuso, la tariffazione puntuale, una migliore raccolta differenziata, il recupero di materia e un trattamento più efficiente degli scarti.
Non come obiettivi generici, ma attraverso risorse certe, responsabilità definite e scadenze annuali.
Si è invece puntato tutto sull’inceneritore, senza peraltro definirne in modo serio il modello economico, industriale e gestionale.
Il Piano regionale dei rifiuti rappresenta l’ennesima occasione persa. Le Marche avrebbero potuto diventare un modello avanzato di economia circolare, prevenzione, riuso e recupero di materia.
È stata scelta invece una strada vecchia, rigida e piena di contraddizioni.


Hotel House, una situazione non più tollerabile: la Regione assuma la regia di un piano straordinario

Hotel House, una situazione non più tollerabile: la Regione assuma la regia di un piano straordinario


Centri storici, nella legge della Giunta né vere idee né fondi: solo propaganda "anti-kebab"

Centri storici, nella legge della Giunta né vere idee né fondi: solo propaganda "anti-kebab"


In Consiglio regionale avrei voluto parlare di sanità, anziani, fragilità e lavoro. Invece ci è stato imposto di discutere una proposta di legge che di urgente non aveva nulla: quella sulla cosiddetta qualificazione delle attività commerciali nei centri storici.

Un provvedimento che si regge essenzialmente sulla propaganda, che non stanzia risorse e che non propone alcuna vera idea per attrarre nuove attività, sostenere quelle esistenti e intercettare nuovi pubblici nelle nostre città.

Figuriamoci se il centrosinistra possa essere contrario a politiche capaci di contrastare la desertificazione dei centri storici, sostenere il commercio di qualità e promuovere le filiere a chilometro zero.

Sono obiettivi che condividiamo pienamente. Ma nella legge voluta dalla Giunta Acquaroli non c’è praticamente nulla di tutto questo.

Il testo contiene soltanto una serie di enunciazioni astratte, prive di ricadute concrete. Non ci sono fondi per aiutare i commercianti storici, non ci sono incentivi per i giovani che vogliono avviare una nuova attività e non esiste una strategia per riportare persone e servizi nei centri urbani.

La proposta di legge appare invece molto più utile ad alimentare un certo racconto contro le attività imprenditoriali gestite da cittadini stranieri. Una posa propagandistica funzionale a sostenere il confronto con la destra più massimalista che continua ad affacciarsi nel dibattito pubblico.

Il punto centrale è l’articolo 5, attraverso il quale si lascia ai Comuni la possibilità di adottare misure che favoriscano alcune categorie merceologiche rispetto ad altre.

È proprio partendo da questo passaggio che, sulle prime pagine dei quotidiani locali, è stata costruita una narrazione distorta, concentrata sulla possibilità di limitare i chioschi di kebab e i cosiddetti negozi etnici nelle nostre città.

Un’impostazione che, guarda caso, non è mai stata smentita dai rappresentanti del centrodestra. Al contrario, è stata ampiamente cavalcata, nonostante eventuali provvedimenti diretti a limitare l’esercizio delle attività commerciali possano entrare in contrasto con le normative italiane ed europee.

Il risultato è qualcosa di persino peggiore della “supercazzola” che avevo citato a proposito di questa legge.

È una presa in giro ai danni delle amministrazioni comunali.

La legge affida infatti ai Comuni il compito di introdurre eventuali limiti merceologici nei propri centri storici, ma non fornisce indicazioni chiare, direttive o criteri precisi. Ogni amministrazione viene lasciata sola e rischia di assumere decisioni che potrebbero poi essere facilmente impugnate davanti al Tribunale amministrativo regionale.


Nasce il Circolo cittadino di Europa Verde – Verdi Jesi (AVS)

Nasce il Circolo cittadino di Europa Verde – Verdi Jesi (AVS)


Europa Verde – Verdi continua a crescere nelle Marche e rafforza il proprio radicamento nella provincia di Ancona. È nato ufficialmente il Circolo cittadino di Europa Verde – Verdi Jesi, frutto dell’impegno di un gruppo di cittadine e cittadini che hanno scelto di costruire uno spazio politico aperto e partecipato, fondato sui valori dell’ecologismo, della giustizia sociale, della pace, dei diritti e della difesa dei beni comuni.

La presentazione si è svolta questa mattina al Circolo Cittadino di Jesi, con la partecipazione del consigliere regionale di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce provinciale di Europa Verde, Andrea Nobili, che ha portato il saluto del movimento e sottolineato l’importanza di rafforzare la presenza dei Verdi nei territori, dove si affrontano quotidianamente le sfide legate all’ambiente, alla qualità della vita e alla coesione sociale.

“Viviamo un tempo in cui la crisi climatica, il consumo di suolo, il dissesto idrogeologico, la perdita di biodiversità, la transizione energetica e l’aumento delle disuguaglianze impongono alla politica un cambio di paradigma. Non servono interventi occasionali o misure di facciata: occorrono una visione chiara, competenza e il coraggio di mettere al centro l’interesse collettivo. È da questa consapevolezza che nasce il nostro impegno per Jesi”, dichiara Nobili.

Il percorso costitutivo proseguirà nei prossimi mesi. Giulia Stronati e Andrea Garbini sono stati indicati come candidati al ruolo di co-portavoce cittadini, in vista dell’assemblea in programma a settembre, chiamata a eleggere i co-portavoce e gli organismi direttivi del nuovo Circolo. Sarà un ulteriore momento di partecipazione democratica, finalizzato a consolidare la presenza di Europa Verde – Verdi a Jesi e a definire l’organizzazione del movimento nel territorio.

Il Circolo si propone di diventare un luogo permanente di partecipazione, confronto ed elaborazione politica, aperto a tutte le persone che condividono i valori dell’ecologia e desiderano contribuire alla costruzione di una città più sostenibile, inclusiva e solidale, capace di affrontare con serietà le sfide del presente e del futuro.

La transizione ecologica rappresenta una grande occasione di sviluppo e innovazione. Ambiente ed economia non sono in contrapposizione: investire nella tutela del territorio, nella mobilità sostenibile, nelle energie rinnovabili, nell’economia circolare e nella rigenerazione urbana significa creare lavoro di qualità, migliorare i servizi e rendere le comunità più sicure e resilienti.

Con la costituzione della nuova realtà jesina, Europa Verde intende rafforzare una presenza politica capace di ascoltare il territorio e trasformare le istanze della cittadinanza in proposte concrete.

Europa Verde – Verdi Jesi guarda con convinzione alla costruzione del campo largo anche nella realtà cittadina. Le sfide che abbiamo davanti, dalla crisi climatica alle disuguaglianze sociali, dalla difesa della sanità pubblica alla tutela del territorio, richiedono responsabilità, dialogo e capacità di costruire percorsi comuni.

Il nuovo Circolo lavorerà quindi per favorire il confronto e la collaborazione tra le forze progressiste, ecologiste, civiche e riformiste che condividono una visione fondata sullo sviluppo sostenibile, sulla giustizia sociale e sulla partecipazione democratica, nella convinzione che solo un progetto ampio, credibile e radicato possa rappresentare una vera alternativa per Jesi.

Nei prossimi mesi sarà avviato un programma di iniziative pubbliche, incontri tematici e momenti di ascolto rivolti a cittadini, associazioni, imprese, giovani e realtà politiche e sociali del territorio. L’obiettivo è contribuire alla costruzione di una città più verde, più giusta e più moderna, nella quale la tutela dell’ambiente diventi il motore di un nuovo modello di sviluppo e di una migliore qualità della vita.

La sfida assunta dal nuovo Circolo è riportare l’ecologia al centro dell’azione politica locale, trasformandola in un progetto concreto di governo del territorio e di futuro per la comunità jesina.

 

Europa Verde – Verdi Jesi


Crematori, la Regione continua a voltarsi dall’altra parte: serve subito un Piano regionale

Crematori, la Regione continua a voltarsi dall’altra parte: serve subito un Piano regionale


Le Marche sono ancora prive di un Piano regionale di coordinamento degli impianti crematori, lo strumento indispensabile per stabilire dove questi siti debbano essere localizzati sulla base di criteri oggettivi di carattere ambientale, sanitario, urbanistico e demografico.

È una carenza che denuncio da tempo, anche attraverso una mozione depositata in Consiglio regionale, con la quale chiedo alla Giunta di assumersi finalmente la responsabilità di pianificare la distribuzione degli impianti sull’intero territorio marchigiano.

Nei giorni scorsi il Comune di Ancona ha individuato una nuova localizzazione per il crematorio, spostandolo da Tavernelle all’area dell’ex inceneritore di Bolignano. In questo modo ha preso atto delle criticità emerse negli ultimi anni e della forte mobilitazione civica, che aveva evidenziato i limiti del progetto originario.

Nel bene o nel male, il Comune ha assunto una decisione. La Regione Marche, invece, continua a non fare ciò che la legge e il buon senso le impongono: pianificare.

La mia mozione avrebbe dovuto essere discussa la scorsa settimana, ma l’assessore competente ha improvvisamente lasciato l’Aula, impedendo di fatto il confronto politico su una questione che riguarda l’intero territorio marchigiano.

Considero questo episodio profondamente irrispettoso nei confronti del Consiglio regionale e dei cittadini che attendono da anni una scelta di sistema. La Giunta non può continuare a rinviare ogni decisione e sottrarsi persino al confronto quando viene chiamata a rispondere della propria inerzia.

In assenza di una programmazione regionale, ogni scelta rischia di trasformarsi in una vicenda esclusivamente locale e inevitabilmente conflittuale, nella quale i cittadini vengono coinvolti soltanto quando le decisioni sono ormai sostanzialmente prese.

Il tema, infatti, non riguarda soltanto Ancona, ma l’intera rete degli impianti crematori marchigiani: la loro distribuzione sul territorio, gli impatti cumulativi, le esigenze delle comunità e la tutela della salute e dell’ambiente.

Si tratta di valutazioni che possono essere affrontate soltanto attraverso una visione regionale, non mediante decisioni episodiche e scollegate tra loro. La Regione continua invece a scaricare ogni responsabilità sui Comuni, rinunciando al proprio ruolo di indirizzo e coordinamento.

Su questo tema la Giunta Acquaroli continua a scegliere la strada più comoda: non decidere. E quando il Consiglio regionale prova a chiedere conto di questa inerzia, si sottrae perfino al confronto in Aula.

Per questo ribadisco la richiesta contenuta nella mia mozione: la Regione approvi finalmente il Piano regionale di coordinamento degli impianti crematori e, fino ad allora, valuti una moratoria sulle nuove localizzazioni, evitando che ogni territorio venga lasciato solo ad affrontare questioni tanto delicate.

La politica non può limitarsi a intervenire quando i conflitti sono già esplosi. Deve prevenirli, attraverso la programmazione, il confronto con le comunità e decisioni trasparenti fondate su criteri chiari.

Quello della Giunta regionale è invece un modo di governare che considero inaccettabile.

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Discarica di Riceci: la Regione difenda i propri atti e chiarisca il ruolo di Marche Multiservizi

Discarica di Riceci: la Regione difenda i propri atti e chiarisca il ruolo di Marche Multiservizi


La vicenda della discarica di Riceci rappresenta un banco di prova della capacità della Regione Marche di difendere il proprio ruolo nella tutela dell’ambiente, del paesaggio e del territorio.

Per questo, insieme ai consiglieri del Partito democratico Micaela Vitri, Maurizio Mangialardi, Antonio Mastrovincenzo, Fabrizio Cesetti e Anna Casini Piergallini, ho presentato un’interrogazione a risposta scritta per chiedere alla Giunta regionale di difendere con coerenza le decisioni già assunte sul progetto della discarica prevista nel Comune di Petriano.

Da una parte abbiamo infatti la Regione e gli altri enti pubblici coinvolti nel procedimento, che hanno espresso a più riprese valutazioni negative sul progetto. Dall’altra c’è Aurora S.r.l., società sammarinese che ha deciso di portare quelle decisioni davanti al Consiglio di Stato e che vede tra i propri soci Marche Multiservizi, società partecipata da numerosi enti pubblici territoriali.

Si determina così una contraddizione evidente: una partecipata pubblica risulta coinvolta in un’iniziativa giudiziaria diretta a contestare atti adottati da amministrazioni pubbliche proprio per tutelare il territorio.

La Regione Marche ha già assunto una posizione netta, negando attraverso il Paur, il Provvedimento autorizzatorio unico regionale, l’autorizzazione alla realizzazione della discarica. Una decisione che è stata successivamente confermata dal Tar Marche, che ha respinto il ricorso presentato da Aurora.

A questo diniego si è aggiunta la dichiarazione di notevole interesse pubblico del “Paesaggio collinare di Riceci e Montefabbri”, promossa ancora una volta dalla Regione Marche. Anche questo provvedimento è stato impugnato da Aurora davanti al Tar e anche in questo caso il ricorso è stato respinto.

La società ha quindi presentato due distinti appelli al Consiglio di Stato: uno contro la sentenza relativa al diniego del Paur e l’altro contro il vincolo paesaggistico sull’area di Riceci e Montefabbri.

Siamo dunque davanti a una vicenda che riapre un fronte molto delicato, anche alla luce del ruolo ricoperto da Marche Multiservizi all’interno di Aurora S.r.l.

Marche Multiservizi è infatti una società a partecipazione pubblica, con una presenza significativa degli enti territoriali. Il Comune di Pesaro detiene il 25,31% del capitale sociale, la Provincia di Pesaro e Urbino l’8,62%, mentre ulteriori quote appartengono al Comune di Urbino, a numerosi altri Comuni della provincia e alle Unioni montane.

È evidente che il contenzioso promosso da Aurora coinvolge anche una partecipata pubblica chiamata a gestire servizi fondamentali per i cittadini, tra cui il ciclo dei rifiuti. Per questo è necessario fare piena chiarezza sulla coerenza tra gli indirizzi degli enti pubblici soci e le iniziative assunte nell’ambito di questa vicenda giudiziaria.

Una società partecipata pubblica non può muoversi in contrasto con le scelte adottate dalle istituzioni per tutelare l’ambiente e il paesaggio, senza che gli enti soci si interroghino sulle proprie responsabilità e sugli indirizzi impartiti.

Nella nostra interrogazione chiediamo quindi alla Giunta regionale se intenda costituirsi in entrambi i giudizi promossi da Aurora S.r.l. davanti al Consiglio di Stato, difendendo gli atti già adottati dalla Regione.

Chiediamo inoltre che venga promosso un confronto istituzionale con il Comune di Pesaro, la Provincia di Pesaro e Urbino e gli altri soci pubblici di Marche Multiservizi, per verificare la coerenza degli indirizzi seguiti fino a oggi e chiarire definitivamente il ruolo della società nella vicenda della discarica di Riceci.

La tutela del territorio non può essere affidata a dichiarazioni di principio. La Regione deve difendere concretamente i propri provvedimenti e gli enti pubblici soci di Marche Multiservizi devono assumersi fino in fondo la responsabilità delle scelte compiute dalle società a cui partecipano.


A Montacuto il caldo è eccessivo: la Regione verifichi le condizioni sanitarie nelle carceri

A Montacuto il caldo è eccessivo: la Regione verifichi le condizioni sanitarie nelle carceri


Ieri pomeriggio ho visitato il carcere di Montacuto, ad Ancona, per verificare direttamente le condizioni di vita delle persone detenute e di lavoro del personale durante questi giorni di caldo torrido.

Sono entrato nell’istituto proprio nelle ore di maggiore canicola, accompagnato dalla direttrice degli Istituti penitenziari riuniti di Ancona, Sonia Razzetti. Come consigliere regionale, infatti, ho tra le mie prerogative anche quella di controllare le condizioni presenti nelle strutture penitenziarie delle Marche.

A colpirmi è stato soprattutto il caldo eccessivo riscontrato nell’area sanitaria e parasanitaria, dove lavorano medici, infermieri e altro personale, in assenza di impianti di condizionamento. Le condizioni sono durissime per le persone detenute, per la polizia penitenziaria e per tutti coloro che ogni giorno operano all’interno dell’istituto.

Conosco bene il mondo carcerario anche per la mia precedente esperienza come Garante dei diritti nelle Marche. Proprio per questo ritengo indispensabile che, in presenza di temperature così elevate, tutte le istituzioni competenti esercitino pienamente le proprie responsabilità.

Ho quindi presentato un’interrogazione alla Giunta regionale per sapere se il Coordinamento regionale della sanità penitenziaria abbia provveduto al necessario monitoraggio delle condizioni sanitarie negli istituti di reclusione, nel rispetto dei protocolli previsti.

Questi sono giorni estremamente difficili per chi vive e lavora nelle carceri. Ancora più che in altri periodi dell’anno, occorre fare tutto il possibile per proteggere le persone più fragili.

Penso in particolare ai detenuti con più di 65 anni e a coloro che soffrono di patologie cardiovascolari, respiratorie, metaboliche o psichiatriche, di dipendenze patologiche o di altre condizioni di particolare vulnerabilità. Alla Giunta chiediamo di chiarire quali programmi specifici di sorveglianza sanitaria siano stati attivati nei loro confronti.

Attraverso l’interrogazione voglio inoltre sapere se le Aziende sanitarie territoriali competenti abbiano effettuato sopralluoghi e verifiche igienico-sanitarie, anche rispetto alla disponibilità di acqua potabile, alla ventilazione degli ambienti e all’assistenza delle persone più esposte ai rischi legati alle alte temperature.

Il caldo estremo non è infatti un problema isolato. Quando si somma al sovraffollamento, alle condizioni strutturali spesso inadeguate degli istituti e alla riduzione delle attività trattamentali durante l’estate, aumenta il rischio di disidratazione, colpi di calore, aggravamento delle patologie croniche, crisi psichiatriche, atti di autolesionismo, tentativi di suicidio e tensioni all’interno delle strutture.

Il carcere di Montacuto, come recentemente ricordato anche dal Garante regionale dei diritti della persona, si trova già in una grave situazione di sovraffollamento. Criticità sono note anche negli istituti di Fermo, Pesaro e Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno. È quindi evidente la necessità di rafforzare gli interventi a tutela della salute e della dignità delle persone detenute.

La prevenzione di questi rischi rientra pienamente nelle competenze del Servizio sanitario regionale. La Regione ha istituito un sistema di coordinamento della sanità penitenziaria e un Tavolo regionale di confronto con l’Amministrazione penitenziaria, il Garante regionale dei diritti della persona e gli altri soggetti istituzionali competenti.

Questi strumenti devono essere utilizzati concretamente per monitorare le criticità e promuovere interventi condivisi. La salute e la dignità delle persone private della libertà non possono essere considerate diritti di minore importanza, neppure nelle condizioni più difficili.

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Minori nelle comunità: i Comuni non possono essere lasciati soli

Minori nelle comunità: i Comuni non possono essere lasciati soli


La vicenda di Santa Maria Nuova non è un caso isolato e non può essere liquidata come il problema di un singolo Comune. Le dimissioni del sindaco rappresentano il sintomo di una criticità strutturale che riguarda l’intero sistema di tutela dei minori nelle Marche.

Al primo cittadino, da sempre attento ai temi della tutela minorile, va tutta la mia solidarietà, insieme all’invito a revocare le dimissioni.

Conosco molto bene questa materia, sia come avvocato che da anni si occupa di tutela dei minori, sia per l’esperienza maturata nelle istituzioni. Quando un tribunale dispone il collocamento di un minore in una comunità, lo fa per garantirne il superiore interesse. Quella decisione deve essere eseguita senza esitazioni.

Il problema è che oggi il costo di questi interventi ricade quasi interamente sul Comune di residenza. Per i piccoli enti locali le conseguenze possono diventare devastanti.

Un Comune di dimensioni ridotte può trovarsi improvvisamente a sostenere centinaia di migliaia di euro di spesa, compromettendo gli equilibri di bilancio e mettendo a rischio altri servizi essenziali. Non possiamo accettare che la tutela di un bambino o di una bambina dipenda dalla dimensione del Comune in cui vive o dalla capacità finanziaria dell’amministrazione locale.

Per questa ragione presenterò un’interrogazione alla Giunta regionale. Voglio conoscere il numero complessivo dei minori collocati nelle comunità nelle Marche, quanto spendono ogni anno i Comuni e quali strumenti di sostegno siano stati messi a disposizione dalla Regione.

Accanto alla ricostruzione dei dati, però, serve una risposta politica. La Regione deve istituire un tavolo di confronto con i Comuni, gli Ambiti territoriali sociali, il Tribunale per i minorenni e l’Anci, con l’obiettivo di costruire un sistema più equo e sostenibile.

La proposta è chiara: istituire un fondo regionale di solidarietà per sostenere i Comuni chiamati a farsi carico dei collocamenti disposti dall’autorità giudiziaria, evitando che pochi provvedimenti possano mettere in crisi il bilancio di un ente locale.

Sarebbe però un grave errore trasformare questo dibattito in una discussione sul numero dei collocamenti o in una contestazione delle decisioni assunte nell’interesse dei minori. Il diritto dei bambini e delle bambine alla protezione non è negoziabile.

La vera sfida consiste nel rafforzare la prevenzione, l’educativa domiciliare, il sostegno alle famiglie e l’affido familiare, in modo da ridurre, quando possibile e nell’interesse del minore, il ricorso alle comunità.

Proteggere i minori e sostenere i Comuni non sono obiettivi contrapposti. Sono due aspetti della stessa responsabilità pubblica.

La Regione Marche ha il dovere di affrontare questa emergenza con una visione complessiva. Non possiamo lasciare i sindaci soli di fronte a decisioni che riguardano l’intera collettività e la tutela dei diritti fondamentali dei minori.


Discariche, irricevibile un blitz della maggioranza sulla riduzione delle distanze

Discariche, irricevibile un blitz della maggioranza sulla riduzione delle distanze


Sarebbe irricevibile una modifica così rilevante al Piano regionale di gestione dei rifiuti, per di più introdotta attraverso un emendamento presentato nell’ultima fase dell’iter.

La maggioranza di centrodestra ha annunciato l’intenzione di ridurre da 1.500 a 1.000 metri la distanza minima delle nuove discariche dai centri abitati, consentendo inoltre ai Consigli comunali di abbassarla fino a 500 metri.

Non parliamo di un semplice aggiustamento tecnico, ma di una scelta destinata a incidere pesantemente sulla vita delle persone, in particolare di chi abita vicino a un’area nella quale potrebbe essere realizzata una discarica.

Una modifica di questo genere cambierebbe la mappa dei siti potenzialmente utilizzabili e, di conseguenza, gli impatti sui territori e sulla popolazione. Per questo non sarebbe accettabile sottoporre a una nuova Valutazione ambientale strategica soltanto l’eventuale emendamento, lasciando invariato il resto del Piano rifiuti.

Se la proposta della maggioranza venisse presentata e approvata, la Vas dovrebbe prendere nuovamente in esame l’intero Piano. La valutazione svolta finora si fonda infatti su uno scenario che prevede il limite di 1.500 metri. Ridurlo a 1.000 metri, e addirittura a 500 per decisione dei singoli Comuni, significherebbe costruire uno scenario completamente diverso.

Un emendamento così impattante non può essere valutato come se fosse una modifica isolata e svincolata dal resto del Piano, magari con l’obiettivo di evitare la riapertura dell’iter e accelerarne l’approvazione.

C’è poi una questione fondamentale di trasparenza e partecipazione. Le comunità locali, i Comuni, le associazioni e tutti i soggetti interessati hanno il diritto di conoscere e valutare le conseguenze reali di una simile modifica. Sarebbe inaccettabile introdurla nell’ultima fase dell’iter con un blitz procedurale e senza un confronto pubblico adeguato.

La maggioranza rinunci quindi all’intervento annunciato. Qualora decidesse comunque di presentarlo, la correttezza istituzionale imporrebbe di riaprire la Vas sull’intero Piano e di sottoporre il nuovo scenario a un confronto pubblico vero e trasparente.


Aree protette, la Regione sceglie l’immobilismo

Aree protette, la Regione sceglie l’immobilismo


Le Marche continuano a essere prive di aree marine protette e il nuovo Programma quinquennale per le aree protette 2026-2030 non assume alcun impegno operativo per superare questa situazione.

La Regione dovrebbe completare le istruttorie e contribuire a sbloccare i procedimenti per l’istituzione dell’area marina protetta della Costa del Monte Conero e del Parco marino del Piceno. Ha scelto, invece, la strada dell’immobilismo.

Per questo ho presentato, insieme al gruppo di Alleanza Verdi e Sinistra, 14 emendamenti al Programma quinquennale per le aree protette, con l’obiettivo di rilanciare anche gli iter relativi alle due aree marine.

La Regione dovrebbe sollecitare il Ministero dell’Ambiente, coordinare gli enti locali e coinvolgere gli enti gestori, la comunità scientifica e le associazioni ambientaliste. Un’iniziativa ancora più urgente considerando le pressioni crescenti alle quali è sottoposto il mare marchigiano: urbanizzazione, infrastrutture, traffico nautico, erosione costiera, pesca, inquinamento e cambiamenti climatici.

Il Programma appena approvato si limita invece ad amministrare ciò che già esiste. Non individua nuove aree da sottoporre a tutela e non chiarisce in che modo le Marche intendano contribuire agli obiettivi fissati per il 2030.

Per raggiungere il traguardo della tutela del 30 per cento della superficie terrestre e marina regionale, stabilito dalle strategie europee e nazionali, restano ancora circa 860 chilometri quadrati da proteggere.

Il documento richiama questo obiettivo, ma non indica quali territori dovranno essere tutelati, con quali tempi, attraverso quali strumenti e con quali risorse. Il rischio concreto è che il 2030 rimanga soltanto una data scritta sulla copertina del Programma.

Anche i criteri di distribuzione delle risorse confermano un’impostazione eccessivamente conservativa. Per le spese correnti vengono mantenuti gli importi e le percentuali del 2025, fondati sulla cosiddetta “spesa storica”, mentre per gli investimenti viene riproposta la ripartizione già adottata nel precedente Programma 2021-2025.

In sostanza, le risorse vengono distribuite replicando quanto avvenuto negli anni precedenti, senza un nuovo calcolo basato sui fabbisogni attuali degli enti gestori e dei territori.

Mancano inoltre criteri premiali legati al ripristino degli habitat, al monitoraggio scientifico, alla tutela delle specie e ai risultati effettivamente raggiunti nella conservazione della biodiversità.

Il Programma stima un fabbisogno annuo di circa 2,4 milioni di euro per le spese correnti e di 800 mila euro per gli investimenti. Tuttavia, oltre il 74 per cento dei trasferimenti correnti viene assorbito dai costi di funzionamento.

Questo dato dimostra con chiarezza che le risorse sono insufficienti. Dopo aver garantito il personale e il funzionamento delle strutture, restano margini troppo limitati per gli interventi di conservazione, il monitoraggio, la ricerca scientifica e il ripristino ambientale.

I nostri emendamenti chiedevano di trasformare il Programma in un vero strumento di sviluppo della tutela ambientale regionale: istituire nuove aree protette, assumere un’iniziativa concreta per la protezione del mare, garantire risorse adeguate e fissare obiettivi misurabili da raggiungere entro il 2030.

Le Marche hanno bisogno di una politica per la biodiversità capace di guardare al futuro. Limitarsi ad amministrare l’esistente non è sufficiente, soprattutto di fronte alla crisi climatica, alla perdita degli habitat e alle crescenti pressioni sul territorio e sul mare.


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