Persone fragili, rendiamo l’Amministrazione di sostegno davvero accessibile
Persone fragili: rendiamo l’Amministrazione di sostegno davvero accessibile

Supportare le persone fragili significa rendere davvero accessibile l’Amministrazione di sostegno e affrontare le difficoltà concrete che ogni giorno incontrano le famiglie e chi, a vario titolo, si prende cura di loro. Per questo ho presentato una proposta di legge che mette al centro due strumenti essenziali: l’istituzione di sportelli di orientamento per i cittadini e un Fondo regionale per garantire il diritto all’Amministratore di sostegno anche a chi è in difficoltà economica.
L’Amministrazione di sostegno è una figura nominata dal giudice tutelare per affiancare chi vive condizioni di fragilità e deve essere guidato nelle pratiche legate alla cura della persona e alla gestione del patrimonio. Parliamo di persone che, a causa di un’infermità o di una menomazione fisica o psichica, non riescono, anche solo in parte o temporaneamente, a provvedere ai propri interessi. Sono anziani e disabili, ma anche persone con dipendenze e detenuti. Nelle Marche sono circa 15 mila le persone che beneficiano di questa tutela.
La normativa nazionale esiste da vent’anni, ma per molte famiglie il percorso resta complesso. Questa proposta nasce per non lasciare sole le tantissime persone coinvolte e per dare un supporto reale, chiaro e continuativo.
Gli sportelli per l’Amministrazione di sostegno diventerebbero punti di riferimento stabili per cittadini e famiglie. Sarebbero attivati presso gli Ambiti territoriali della Regione e offrirebbero informazione e orientamento amministrativo, in raccordo con i servizi sociali e sanitari e con l’Autorità giudiziaria tutelare.
Accanto a questo, ritengo necessario un sostegno economico concreto per chi svolge il ruolo di amministratore di sostegno, spesso in condizioni difficili e senza adeguati riconoscimenti. Per questo la proposta prevede l’istituzione di un Fondo regionale, da attivare quando la persona supportata è priva di reddito o patrimonio, così da garantire un’equa indennità e la continuità della tutela.
Nella nomina degli amministratori di sostegno da parte del giudice tutelare, molto spesso gli avvocati svolgono un ruolo fondamentale. In molte situazioni assicurano continuità, equilibrio e tutela effettiva, andando oltre una prestazione formale. È un lavoro delicato che richiede tempo, ascolto e responsabilità e che oggi non può più essere dato per scontato.
Il Fondo serve a evitare che la tutela delle persone fragili si regga esclusivamente sul sacrificio delle famiglie o sulla disponibilità personale dei professionisti. La solidarietà è un valore, ma non può diventare un alibi per l’assenza delle istituzioni.
La proposta introduce anche strumenti di coordinamento tra servizi e magistratura, la formazione degli operatori e un sistema di monitoraggio regionale, per garantire uniformità di trattamento su tutto il territorio marchigiano.
Quella dell’amministratore di sostegno è una figura cruciale, soprattutto di fronte al vastissimo numero di persone che possono averne bisogno. Con questa proposta, come Gruppo AVS, intendo tutelare e sostenere i soggetti fragili e riconoscere il lavoro silenzioso di chi se ne prende cura. È una scelta di civiltà giuridica e di responsabilità pubblica.
Vongolare di San Benedetto ancora nelle acque di Ancona. Stop a situazioni illegittime
Vongolare di San Benedetto ancora nelle acque di Ancona. Stop a situazioni illegittime

Le vongolare del compartimento di San Benedetto del Tronto continuano a pescare nel comparto di Ancona nonostante la cessazione di ogni deroga. Sono inervenuto per chiedere il rispetto delle regole, attraverso un’interpellanza depositata alla Giunta regionale.
Già da alcune settimane il Consiglio regionale si è espresso per il rispetto definitivo delle aree di pesca e ha respinto l’ennesima proposta di proroga che, per diversi anni, ha consentito alle 25 vongolare della flotta di San Benedetto di pescare nei mari di Ancona.
Tuttavia, come rilevato anche dagli organi di stampa locali e come denunciato dal Co.Ge.Vo di Ancona – il Consorzio per la gestione della pesca delle vongole che rappresenta 74 imbarcazioni del compartimento dorico – questa decisione non risulta ancora rispettata.
Le vongolare di San Benedetto, infatti, non hanno cessato di calare le proprie draghe al di fuori dell’area di iscrizione, nonostante tutte le deroghe siano formalmente scadute per decisione del Consiglio regionale dal 1° gennaio 2026.
La gestione sostenibile della risorsa ittica e il rispetto dei limiti di sforzo di pesca costituiscono un interesse pubblico primario, riconosciuto dalla normativa europea, statale e regionale. Si tratta di un’illegittimità che rischia di produrre un danno ambientale ed economico per le imprese che operano regolarmente nel compartimento di Ancona, oltre a creare un pericoloso precedente di disapplicazione delle deliberazioni consiliari.
Per rimediare a questa situazione di incertezza, ho chiesto alla Giunta per quali ragioni le decisioni del Consiglio non siano state rispettate e quali iniziative concrete siano state adottate per garantire l’applicazione del regolamento, al fine di scongiurare che il protrarsi di situazioni illegittime produca danni ambientali, squilibri nella pesca e conflitti tra operatori, a scapito della sostenibilità del settore.
Termovalorizzatore nelle Marche? Scelta superata e antiambientale. È possibile invece migliorare la qualità del riciclo e ridurre i rifiuti
Termovalorizzatore nelle Marche? Scelta superata e antiambientale. È possibile invece migliorare la qualità del riciclo e ridurre i rifiuti

Pubbichiamo di seguito il testo del comunicato stampa, emesso per la confernza stampa del 13 gennaio a Palazzo Leopardi, Ancona
I rappresentanti di Verdi e Sinistra nelle Marche hanno ribadito in conferenza stampa proposte alternative rispetto alla realizzazione di un nuovo impianto. “Il termovalorizzatore traccia una strada irreversibile, che accrescerebbe solo l’incenerimento dei rifiuti anziché il loro riutilizzo virtuoso. È una scelta che non può essere annunciata per via mediatica, ma deve essere analizzata attraverso tutti gli atti formali, insieme ai territori di riferimento”. Sul tema è stata presentata un’interrogazione dal consigliere regionale di Avs Andrea Nobili.
ANCONA – Prima di intraprendere strade irreversibili, è necessario confrontarsi con i comuni e i governi d’ambito, studiare attraverso gli strumenti formali cosa si deve ancora fare per ridurre la produzione dei rifiuti, migliorare la filiera del riciclo e gli impianti di recupero, anziché produrre ceneri e fumi. Sono queste alcune delle ragioni con cui il gruppo consiliare di Avs chiede alla Giunta regionale di rivedere la propria posizione sulla realizzazione di un termovalorizzatore regionale, più volte dichiarata a mezzo stampa.
Sul tema, il consigliere regionale di Avs Andrea Nobili ha appena presentato alla Giunta regionale un’interpellanza sui profili di legittimità, coerenza programmatoria e competenze territoriali riguardo all’annunciato impianto. Proposte e visioni alternative sono state ribadite insieme ai rappresentanti di Avs regionale in una conferenza stampa a margine dell’Assemblea regionale, con Gianluca Carrabs, membro della Direzione nazionale di Europa Verde e dirigente nazionale per le Marche, Gioia Santarelli, segretaria regionale di Sinistra Italiana, e Sabrina Santelli, coportavoce regionale di Europa Verde, oltre allo stesso consigliere Avs Nobili, membro della Commissione Ambiente e vicepresidente della Commissione Sanità.
“Un impianto di termovalorizzazione di grande taglia vincola il sistema per decenni: per essere sostenibile economicamente richiede flussi costanti di rifiuto residuo, in conflitto con prevenzione e riciclo. Gli ampliamenti di discarica non possono diventare la ‘soluzione strutturale’: vanno trattati, se mai, come misura transitoria, con obiettivi vincolanti e trasparenza sui flussi – ha ricordato Andrea Nobili –. Le Marche hanno già una raccolta differenziata alta, al 72%; la priorità è dunque ridurre il rifiuto residuo e migliorare la qualità del riciclo, non creare dipendenze, bruciare o interrare. Perché si punta, in questa fase cruciale, su un modello vecchio? Le scelte impiantistiche non possono essere annunciate come irreversibili per via mediatica. Bisogna capire se trovano fondamento e coerenza negli atti formali, il Piano regionale di gestione dei rifiuti (PRGR) e la VAS – Valutazione ambientale strategica, anche per chiarire quali sarebbero i criteri di localizzazione e il territorio su cui sorgerebbe il nuovo impianto”.
Secondo Gianluca Carrabs, membro della Direzione nazionale di Europa Verde e dirigente nazionale per le Marche, “il piano dei rifiuti della Regione Marche, che fonda i suoi pilastri su discariche e termovalorizzatori, sembra una proposta degli anni ’70 e ’80. Parlare oggi di inceneritori non ha più senso: appartengono al vecchio modello dell’economia lineare. Oggi il paradigma è cambiato verso l’economia circolare. I rifiuti non esistono, sono materie prime e seconde che, indirizzate a nuovi processi produttivi, diventano un’opportunità economica, garantendo posti di lavoro e ricchezza per le comunità locali che ospitano gli impianti”. È quindi necessario spingere sulla raccolta differenziata, sulla costruzione di impianti di biodigestione anaerobica e su centri di riciclo e riuso delle materie recuperate, in una logica di piccoli impianti di comunità e non di grandi strutture centralizzate. “La politica deve riappropriarsi del suo ruolo di programmazione e dettare le regole di indirizzo per rispondere al solo interesse pubblico e non alle logiche del profitto – continua Carrabs –. O si va verso la riduzione dei rifiuti o verso la loro iperproduzione per foraggiare inceneritori e indotto economico: questa è la vera scelta politica e, soprattutto, culturale”.
Per Gioia Santarelli, segretaria regionale di Sinistra Italiana, il termovalorizzatore resta un “impianto inquinante e impattante per la salute e per i territori, che inverte completamente le priorità in materia di ciclo dei rifiuti. Oggi alle Marche non serve un termovalorizzatore, ma l’aumento della raccolta differenziata, la diminuzione degli imballaggi e l’efficientamento degli impianti di Trattamento Meccanico Biologico (TMB), per fare in modo che la frazione secca dei rifiuti sia sempre minore – continua Santarelli –. Proporre il termovalorizzatore significa invece rinunciare a questi passi avanti e scegliere di bruciare i rifiuti, rischiando di arrivare a una situazione in cui la cultura della riduzione viene sostituita dalla priorità di alimentare l’impianto, magari gestito da privati orientati al profitto”.
Il commento di Sabrina Santelli, coportavoce regionale di Europa Verde: “Oggi non siamo qui solo per dire no a un impianto. Siamo qui per dire un grande e coraggioso sì a un’idea diversa di futuro per la nostra regione. La Giunta Acquaroli vuole realizzare un inceneritore come se fossimo ancora negli anni ’90, come se la crisi climatica non fosse reale e la salute pubblica fosse solo una nota a margine nei bilanci regionali. Ma un inceneritore è innanzitutto una scelta politica, una resa davanti alla possibilità di costruire un modello davvero sostenibile. La Regione Marche è troppo piccola per giustificare un termovalorizzatore: la nostra produzione di rifiuti può e deve essere gestita attraverso riduzione, riciclo e riuso. Un impianto del genere diventerebbe un polo di attrazione per rifiuti da fuori regione o persino dall’estero, trasformando le Marche in una pattumiera d’Italia. Bruciare rifiuti significa produrre fumi tossici, anche con i migliori filtri, e chi vive vicino ne paga il prezzo sulla propria salute. Studi autorevoli parlano chiaro: più tumori, più malattie respiratorie, più rischi per le nuove generazioni. E allora: perché farlo?”.
Tagli al cinema di territorio nelle Marche, una politica culturale che tradisce i giovani per favorire solo flussi finanziari
Tagli al cinema di territorio nelle Marche, una politica culturale che tradisce i giovani per favorire solo flussi finanziari

agli al cinema che vanno a colpire festival, rassegne e premi cinematografici sia storici sia innovativi, in molti casi attivi anche nell’entroterra post-terremoto delle Marche, dove le politiche culturali sono invece più vitali che mai per contrastare lo spopolamento.
Sul tema, ha presentato un’interrogazione in Assemblea del Consiglio regionale proprio per chiedere risposte sull’ammanco previsto nel prospetto di bilancio.
Parliamo di una sottrazione di 160mila euro che, nel 2025 e nel futuro biennio, la Regione Marche ha deciso di eliminare e che erano destinati a sostenere una rete diffusa di festival e rassegne attive nei territori, anche nelle aree interne e spesso con un forte protagonismo giovanile. La risposta dell’amministrazione regionale alla mia interrogazione è stata lapidaria e, al tempo stesso, chiarissima: si sostiene ciò che è già forte e visibile, si abbandona ciò che è sperimentale, territoriale, indipendente”.
I festival e le rassegne lasciati completamente fuori dalla programmazione regionale 2025 sono molti e non marginali, come ricordato da Nobili. Tra questi: Fabriano Film Festival, Civitanova Film Festival, Scollinare Film Festival, CineOff, Incanto Film Festival, CineFortunae, La poesia che si vede, Sinfonie di Cinema, CROC di Ussita, Festival del Cinema Pirata, Premio ALMA e altre rassegne e progetti giovanili diffusi nei territori. “Parliamo di realtà che non fanno cinema commerciale, ma costruiscono pubblico, formazione e relazione con i territori. Parliamo di cinema giovane, indipendente, innovativo, di cultura come bene pubblico, che anima e dà forza a territori, anche dell’entroterra, che altrimenti rischiano di essere sempre più dimenticati.
Sostenere solo il cinema che ‘rende’ o che intercetta grandi flussi finanziari significa tradire un’idea di politica culturale, perché una Regione non dovrebbe limitarsi a inseguire il mercato, ma aprire spazi, sostenere chi sperimenta, investire su ciò che oggi è fragile e domani può diventare patrimonio comune.
Con Alleanza Verdi Sinistra continueremo a dire che senza festival, senza rassegne, senza presìdi culturali diffusi, il cinema perde la sua funzione più profonda. E una Regione che spegne questi spazi spegne una parte del proprio futuro.
Impianto a idrogeno a Falconara Marittima, Chiediamo massima trasparenza e verifiche su criticità per ambiente e salute
Impianto a idrogeno a Falconara Marittima, Chiediamo massima trasparenza e verifiche su criticità per ambiente e salute

Ho interrogato la Giunta regionale sulla decisione di finanziare con 14 milioni di fondi Pnrr un futuro impianto di produzione di idrogeno presso lo stabilimento Api di Falconara Marittima.
La transizione energetica è una sfida fondamentale, ma non può essere calata dall’alto su territori che da decenni pagano un prezzo altissimo in termini ambientali e sanitari. Falconara non è un’area qualunque e dunque in qualità di consigliere regionale di Avs e membro della Commissione Ambiente, ho presentato un’interrogazione con richiesta di risposta scritta. Quello di Falconara è un territorio segnato da una lunga convivenza con grandi impianti industriali, da criticità ambientali documentate e da preoccupazioni diffuse sulla salute. Ed è anche una comunità che non è mai rimasta in silenzio. In questi anni i comitati cittadini falconaresi hanno svolto un ruolo essenziale: informando, vigilando, chiedendo dati, pretendendo risposte, spesso al posto dei vuoti istituzionali.
Chidiamo alla Regione piena trasparenza sull’uso delle risorse pubbliche, sui benefici ambientali reali, misurabili e verificabili del progetto, su come e se siano stati considerati gli effetti sulla salute dei cittadini in un contesto già fragile e se esista una valutazione complessiva degli impatti, considerando che nella stessa area sono annunciati più progetti legati alla filiera dell’idrogeno.
Un altro tema che non può essere eluso riguarda il cambio di proprietà dello stabilimento Api, oggi controllato dal gruppo Socar, riconducibile a un fondo straniero controllato dal governo azero. La circostanza che il beneficiario finale di risorse pubbliche Pnrr sia riconducibile a un soggetto controllato da uno Stato terzo extra-UE non assume rilievo in quanto tale sotto il profilo della legittimità dell’investimento, ma impone una particolare attenzione istituzionale in termini di trasparenza, coerenza strategica degli interventi e verifica degli obiettivi ambientali e delle ricadute territoriali.
Non si tratta di fare propaganda o demonizzazioni, ma di pretendere, quando si usano fondi pubblici, un livello massimo di controllo, coerenza strategica e garanzie ambientali.
La transizione ecologica non può essere una somma di progetti isolati, né una bandierina da piantare su territori già saturi. Deve essere una scelta pubblica governata, fondata su dati, pianificazione, monitoraggi seri e informazione continua ai cittadini. L’idrogeno può essere un’opportunità, ma solo se è davvero parte di una strategia che metta al centro ambiente, salute e giustizia territoriale. Altrimenti non è transizione: è solo un’altra promessa che evapora.
Dalla Destra solo narrazioni tossiche per negare il disastro delle loro politiche sul disagio giovanile
Dalla Destra solo narrazioni tossiche per negare il disastro delle loro politiche sul disagio giovanile

Rispondo alle parole del presidente Acquaroli sul tema dell’integrazione, dell’inclusione e del disagio che coinvolge alcuni giovani italiani figli di migranti. Non è nel mio stile liquidare il confronto politico con etichette comode. Non ho mai dato del razzista o del fascista a qualcuno per pigrizia intellettuale o propaganda, neppure quando sarebbe stato semplice farlo davanti a episodi noti. Perché la politica, se vuole essere una cosa seria, richiede analisi, responsabilità e capacità di leggere la complessità, non slogan.
Proprio per questo oggi il mio giudizio è ancora più netto e pesante. Questa destra non è razzista per definizione, ma è profondamente incompetente e incapace. Lo dimostra nel momento in cui, messa di fronte al proprio fallimento, sceglie di strumentalizzare la sicurezza e il disagio giovanile per coprire il vuoto delle proprie politiche. Il copione è sempre lo stesso: quando mancano le idee, arrivano le semplificazioni tossiche.
La verità è che il nodo non è da dove vengono i giovani, ma il disagio sociale che li attraversa. Un disagio che esplode dove mancano servizi, politiche educative, presidi territoriali, spazi di aggregazione e lavoro di comunità. Tutte cose che richiedono competenze, continuità e investimenti, e che questa classe dirigente non è stata in grado di mettere in campo.
L’amministrazione regionale guidata da Acquaroli, e fino a ieri dall’assessore Saltamartini, è un disastro conclamato sulle politiche giovanili e sul contrasto al disagio sociale. Un disastro certificato da scelte politiche precise, come la chiusura dell’Osservatorio regionale sul disagio giovanile, uno strumento fondamentale di analisi, prevenzione e conoscenza, eliminato con leggerezza colpevole.
Studiare i fenomeni è scomodo. Molto più facile è urlare quando ormai è troppo tardi.
Cambiano i nomi, si fanno operazioni di puro trasformismo politico nominando assessori che fino a ieri erano di un’altra parte politica, ma la sostanza resta la stessa: assenza di visione, incapacità di leggere la complessità, totale inadeguatezza ad affrontare processi profondi che coinvolgono famiglie, scuole e territori. Si governa a colpi di dichiarazioni, non di politiche pubbliche.
Le parole del presidente Acquaroli non sono solo sbagliate, sono politicamente irresponsabili. Quando sostiene che ora anche la sinistra ammette il problema e rivendica decenni di presunta cecità ideologica, non sta facendo un’analisi: sta costruendo un alibi. Il suo e quello di una destra che governa senza capire ciò che governa.
A sinistra il problema non è mai stato ignorato. È stato affrontato in modo diverso, più complesso, più faticoso e più serio. Dire che la sinistra non voleva vedere significa non voler comprendere che il disagio giovanile non nasce dal nulla né dall’origine etnica, ma da condizioni sociali, educative e territoriali precise.
Acquaroli parla di sicurezza, ma non ha fatto nulla per capirla e prevenirla. Invoca valori e civiltà, ma dimentica che i valori si praticano, non si declamano. Praticarli significa investire in politiche giovanili, rafforzare i servizi sociali, sostenere le famiglie, lavorare nelle scuole, costruire presidi educativi nei quartieri più fragili. Tutto ciò che questa amministrazione non ha fatto, preferendo la propaganda alla responsabilità.
È troppo comodo oggi indicare il dito verso i ragazzi, verso gli altri, verso presunte colpe culturali, quando il fallimento è soprattutto politico e amministrativo. È la Regione Marche governata da Acquaroli ad aver lasciato soli i territori. È questa Giunta ad aver dimostrato una clamorosa incapacità di leggere i processi sociali. È questa destra ad aver ridotto tutto a ordine pubblico perché non è in grado di fare politiche adeguate.
Si parla di fermezza, ma la fermezza senza intelligenza è solo rigidità. E la rigidità, nella storia, ha sempre prodotto più conflitti, non più sicurezza.
L’intervento del presidente Acquaroli non chiarisce, non propone, non risolve. Serve solo a spostare l’attenzione dal punto centrale: la destra, nonostante sia al governo da anni, continua a essere impreparata e inadeguata.
Razzisti forse no. Ma governare una società complessa richiede ben altro che slogan identitari e capri espiatori. Su questo il giudizio politico è inequivocabile: incompetenti e incapaci sì.
Ancona ha bisogno di presenza educativa, sostegno alle scuole e alle famiglie, non di scenografie militari
Ancona ha bisogno di presenza educativa, sostegno alle scuole e alle famiglie, non di scenografie militari

L’uscita del vicesindaco Zinni non è una soluzione, è la prova provata che chi governa oggi Ancona non sa come affrontare i temi della sicurezza urbana e del disagio giovanile. Altro che ‘modello di buon governo’: siamo alla resa, per di più rumoreggiata a mezzo stampa.
Non posso che replicare così alle dichiarazioni del vicesindaco e assessore Zinni, in merito alla possibilità di dispiegare l’esercito in centro per contrastare il fenomeno della violenza giovanile. Prospettive esternata da Giovanni Zinni dopo che come consigliere regionale ed ex Garante dei minori e avvocato mi sono espresso sulla necessità di prendere atto del problema sociale che la città sta vivendo, nei ricorrenti episodi di teppismo dei cosiddetti “maranza”, in modo da capirne le cause per trovare le adeguate soluzioni.
Si sono presentati come quelli dell’ordine, delle risposte rapide, del cambio di passo. Oggi scopriamo che, dietro gli slogan, c’era il vuoto. Chiedere i militari significa ammettere che non si è stati in grado di programmare prevenzione, presidiare i quartieri, sostenere le scuole, investire in politiche giovanili, costruire spazi di aggregazione e reti sociali. Si salta direttamente ai blindati perché tutto ciò che andrebbe fatto non sono capaci di farlo. La propaganda della destra ha alimentato per anni le paure. Ora che governano, si accorgono che la realtà è complessa e richiede competenze. E la loro risposta qual è? Non rafforzare servizi sociali, educatori, politiche pubbliche, ma invocare l’esercito. È la scorciatoia di chi non ha una visione e la maschera con l’autoritarismo e la repressione.
Nel frattempo, dalla stessa maggioranza arrivano sermoni moralistici, pacche sulle spalle e auto assoluzioni: tutti pronti a rivendicare ‘avevamo ragione’, nessuno disposto ad ammettere che siamo di fronte a un clamoroso fallimento amministrativo. Si parla di ‘legalità’ come se fosse uno slogan pubblicitario, ma si dimentica che legalità significa prevenzione, inclusione, contrasto alle cause dei fenomeni, non solo spettacolarizzazione delle conseguenze, in chiave law and order. La verità è semplice: proprio su uno dei temi su cui la destra, anche nella nostra città, ha maggiormente speculato, alimentando le paure sulla sicurezza urbana, oggi mostra la propria inadeguatezza. Non ha costruito strumenti, non ha investito sul sociale, non ha programmato politiche giovanili, non ha affrontato seriamente la questione delle marginalità. E ora, senza idee, chiede ai militari di coprire il proprio vuoto politico. Ancona non ha bisogno di scenografie militari. Ha bisogno di amministratori capaci, di prevenzione, di lavoro serio nei quartieri, di presenza educativa, di sostegno alle famiglie e alle scuole, di forze dell’ordine messe in condizione di operare con intelligenza e continuità, non usate come comparse per fare propaganda.
Invocare l’esercito non è la soluzione. È lo spot che annuncia il fallimento di coloro che oggi governano, protagonisti di una stagione politica che continua a offrirci solo chiacchiere e distintivo.
Violenza minorile: prevenire e intercettare il disagio sociale
Violenza minorile: prevenire e intercettare il disagio sociale

Riprendo il mio intervento, pubblicato oggi sulla stampa e ridotto per comprensibili ragioni di spazio, al fine di restituirgli un senso piu’ compiuto.
Ad Ancona la violenza giovanile non è più un’emergenza episodica ma un fenomeno sociale che interroga la città e chi la governa.
Parlo come avvocato che si occupa di questi temi da sempre: la criminalita’ minorile e’ l’espressione che piu’ colpisce di un disagio crescente tra i giovanissimi e che attraversa trasversalmente la nostra realta’.
Lo dico con prudenza, proveniendo da una storia personale e politica segnata dall’impegno contro le discriminazioni e dall’idea che l’integrazione sia una ricchezza, non una minaccia: una quota degli episodi di violenza minorile vede coinvolti giovani di origine straniera o di seconda generazione.
Credo che se vogliamo provare a trovare soluzioni adeguate, non possiamo voltarci dall’altra parte di fronte alla realtà.
Generalizzare e’ sbagliato e ingiusto.
Ma negare il problema è altrettanto sbagliato, con il rischio di alimentare risposte semplicistiche sul piano securitario, con sfumature razziste, dando vigore a quelle forze politiche che strumentalizzano la paura.
Molti di questi ragazzi vivono in contesti di marginalità, in famiglie fragili o assenti, senza radici stabili. Si aggregano in gruppi, diventano bande, cercano identità nella forza e nella sopraffazione.
Lo vedono i cittadini, lo vedono gli insegnanti, lo vedono gli operatori sociali: far finta di nulla significa perdere credibilità e tempo prezioso.
Accanto alla dimensione sociale c’è una grande responsabilità istituzionale: la crisi del Tribunale per i Minorenni delle Marche. Organici insufficienti, ritardi che in materia minorile equivalgono a rinunce.
Senza una giustizia minorile forte, tempestiva e competente, ogni discorso su prevenzione e recupero resta retorica. Qui non servono parole: servono persone, strutture e risorse.
Ma c’è anche una questione politico-amministrativa che riguarda le scelte, le priorità e anche le omissioni di chi governa la città.
L’amministrazione comunale non sta dando risposte all’altezza: servono progetti chiari, coordinati e strutturali su prevenzione, presidi educativi e sicurezza urbana.
Serve un piano specifico per le ore serali, non solo presenza coordinata e continuativa delle forze dell’ordine: accanto al controllo del territorio, è decisivo il lavoro dell’educativa di strada, capace di incontrare i ragazzi nei loro luoghi reali di vita.
Ma parlare di sicurezza significa soprattutto proporre alternative reali alla strada. Servono spazi di aggregazione sociale gratuiti: spazi dove poter fare e ascoltare musica, praticare sport o attività laboratoriali.
Va rafforzato con determinazione l’accesso allo sport e alla cultura per i ragazzi più esposti, insieme al sostegno alle famiglie fragili, senza il quale ogni intervento rischia di essere solo una toppa.
C’è poi un elemento che va detto con chiarezza: parte dei giovani coinvolti in questi episodi non risiedono ad Ancona, ma provengono da altri comuni del territorio. Questo conferma che non siamo di fronte solo a un problema “del centro di Ancona”, ma a un fenomeno di area vasta, che attraversa i confini amministrativi e riguarda l’intero sistema dei servizi educativi e sociali.
Serve un progetto straordinario di cui la nostra città potrebbe essere capofila e che veda il coinvolgimento in rete di Regione, Ambiti territoriali sociali, Comuni limitrofi, Tribunale per i Minorenni, Scuole, Associazioni e Forze dell’ordine, perché la frammentazione degli interventi è parte del problema.
Se vogliamo affrontare seriamente i temi del disagio e della violenza giovanile occorrono la capacità e il coraggio di intervenire con progetti mirati nei contesti più degradati, con risorse dedicate e continuità di presenza, tenuti insieme da una forte regia pubblica che consideri la prevenzione sociale lo strumento piu’ efficace.

Stop crematorio Tavernelle. Decisione che dà ragione ai comitati. Avs aveva presentato una mozione. Urge approvazione Piano regionale
Stop crematorio Tavernelle, Nobili “Decisione che dà ragione ai comitati. Avs aveva presentato una mozione. Urge approvazione Piano regionale

Con un’articolata mozione, presentata il 29 dicembre scorso, avevo posto alla Giunta regionale precise e articolate richieste sulle norme di realizzazione di forni crematori nelle Marche, per chiedere maggiore programmazione e controlli e, nel frattempo, sospendere gli iter di realizzazione dei nuovi impianti. Ora ho appena appreso con soddisfazione l’annuncio del sindaco di Ancona che il crematorio di Torrette non si farà. Verrà invece scelto un altro sito.
Un’apertura che arriva dopo un lungo braccio di ferro con coloro che chiedevano un ripensamento sull’impianto, invocando, legittimamente, un referendum cittadino, a cui l’amministrazione comunale si è opposta in ogni modo. Di certo non è merito della mozione da me depositata, che avrei illustrato pubblicamente nell’immediato: mi sia consentito, quindi, di ringraziare il Comitato per il risultato ottenuto, frutto di un lavoro incredibile di tanti cittadini anconetani.
Nella mozione depositata, ho chisto l’approvazione urgente del Piano regionale dei crematori, sancita nel 2001 con una normativa nazionale ma mai accolta dalla Giunta, nonostante nel 2021 il Consiglio regionale delle Marche avesse presentato una risoluzione a riguardo.
Qualsiasi sarà il prossimo sito scelto dal Comune di Ancona per il forno crematorio, la nostra mozione resta urgente e centrale e continueremo a vigilare e a chiedere pianificazione, monitoraggi e trasparenza sui nuovi impianti.
A tutt’oggi la Regione Marche resta priva di questo strumento fondamentale di distribuzione territoriale degli impianti e in sua assenza si procede in modo disordinato, senza criteri, Comune per Comune, con il rischio di accumulare emissioni, mettendo così da parte la tutela della salute dei cittadini, in aree già fragili.
Il punto che era stato individuato per il sito di incinerazione a Torrette è storicamente classificato come Area ad Elevato Rischio di Crisi Ambientale (Aerca).
Parliamo di una zona che da decenni concentra fumi industriali, portuali e di traffico veicolare e che dal 2015 è priva di un Piano di risanamento aggiornato. Per questo deve essere dato ampio spazio ad Arpam, affinché l’Agenzia possa valutare i modelli di dispersione nell’area e gli effetti, con piena trasparenza dei monitoraggi e rendendo pubblici i dati.
Non si può continuare a decidere senza una pianificazione regionale su impianti che hanno un impatto ambientale e sanitario rilevante. Vale per quello di Torrette, su cui si è appena fatta marcia indietro. E vale per l’individuazione dei futuri impianti. La Regione deve fare la sua parte.
La nostra richiesta di approvazione del Piano regionale, insieme alla pretesa di maggiori controlli ambientali e all’aggiornamento del Piano Aerca Ancona-Falconara, nonché alla conseguente moratoria di tutti gli iter progettuali fino a quando non si svolgano appropriati approfondimenti, nasce come atto di prudenza amministrativa e di rispetto del principio di precauzione per la salute dei cittadini, come richiesto dall’articolo 32 della Costituzione.
Giovani, sociale, cultura e sanità, i miei interventi sul Bilancio regionale
Giovani, sociale, cultura e sanità, i miei interventi sul Bilancio regionale

Giovani, politiche sociali, sanità e cultura al centro degli interventi che, come consigliere regionale di Alleanza Verdi Sinistra, ho portato sulla sessione di Bilancio della Regione Marche, che si è tenuta nell’emiciclo di Palazzo Leopardi e dove ho presentato due emendamenti alla Legge di previsione di bilancio e alla Legge di stabilità, oltre a due ordini del giorno rivolti alla Giunta regionale.
Una manovra senza visione, senza la capacità di guardare dentro i bisogni delle comunità, sociali e ambientali, e dunque di pura gestione ma incapace di traghettare la Regione fuori dalle crescenti vulnerabilità. I due emendamenti proposti riguardano le politiche sociali e sanitarie, temi che sono rappresentati in modo inadeguato nel presente Defr.
Il primo emendamento riguarda l’istituzione di un fondo da 300 mila euro per la prevenzione del disagio giovanile, risorse che potrebbero essere reperite dall’Atim, l’Agenzia per il turismo e l’internazionalizzazione delle Marche, che solo nel 2026 prevede uno stanziamento di 2.465.800 euro.
Il secondo emendamento chiede lo spostamento di 100 mila euro, sempre dalle risorse Atim, per l’istituzione di un fondo destinato a garantire l’esenzione dai ticket sanitari ai minori accolti nelle comunità educative residenziali, a seguito di provvedimenti dell’autorità giudiziaria, amministrativa o di enti competenti. Il fondo servirebbe a coprire spese sanitarie oggi non garantite dal Servizio sanitario regionale e che gravano sui minori, comprese prestazioni urgenti o indifferibili, farmaci esclusi dai livelli essenziali di assistenza e spese accessorie connesse.
Si tratta di risorse necessarie per tutelare soggetti particolarmente fragili e per rispondere a bisogni reali che oggi non trovano adeguata copertura.
Oltre agli emendamenti,ho presentato due ordini del giorno. Il primo riguarda la riforma organica degli Ambiti Territoriali Sociali (Ats), che oggi evidenziano criticità organizzative, disomogeneità e difficoltà d’integrazione con il sistema sanitario regionale. Con l’atto, Nobili ha chiesto alla Giunta di impegnarsi a predisporre, entro il 30 giugno 2026, una proposta di riforma complessiva degli Ats da sottoporre all’Assemblea legislativa regionale, con particolare attenzione al rapporto con i distretti sanitari, alla governance e al finanziamento strutturale dei servizi.
Al momento questi sono affidati a una politica senza continuità, fondata su bandi, progettualità e finestre di finanziamento, quando ci sarebbe bisogno di una programmazione strutturata.
Il secondo ordine del giorno interviene sul fronte culturale e chiede il ripristino di adeguate risorse per festival, rassegne e premi cinematografici di rilievo regionale, con un’attenzione specifica alle iniziative attive nelle aree interne e nei territori più colpiti dalle conseguenze del sisma. La richiesta nasce a seguito dei tagli pari a 160 mila euro operati nel 2025, azzeramento confermato anche per il triennio 2026-2028, nonostante il valore di queste manifestazioni.
Tagli che rischiano di impoverire ulteriormente la vita culturale e sociale delle aree interne e di colpire esperienze che rappresentano presìdi fondamentali contro lo spopolamento. Mentre oggi la cultura, per la Giunta al governo, è solo ornamentale al turismo e priva del suo valore di coesione e crescita per le comunità che popolano i territori”.


