Persone fragili, rendiamo l’Amministrazione di sostegno davvero accessibile

Persone fragili: rendiamo l’Amministrazione di sostegno davvero accessibile


Supportare le persone fragili significa rendere davvero accessibile l’Amministrazione di sostegno e affrontare le difficoltà concrete che ogni giorno incontrano le famiglie e chi, a vario titolo, si prende cura di loro. Per questo ho presentato una proposta di legge che mette al centro due strumenti essenziali: l’istituzione di sportelli di orientamento per i cittadini e un Fondo regionale per garantire il diritto all’Amministratore di sostegno anche a chi è in difficoltà economica.

L’Amministrazione di sostegno è una figura nominata dal giudice tutelare per affiancare chi vive condizioni di fragilità e deve essere guidato nelle pratiche legate alla cura della persona e alla gestione del patrimonio. Parliamo di persone che, a causa di un’infermità o di una menomazione fisica o psichica, non riescono, anche solo in parte o temporaneamente, a provvedere ai propri interessi. Sono anziani e disabili, ma anche persone con dipendenze e detenuti. Nelle Marche sono circa 15 mila le persone che beneficiano di questa tutela.

La normativa nazionale esiste da vent’anni, ma per molte famiglie il percorso resta complesso. Questa proposta nasce per non lasciare sole le tantissime persone coinvolte e per dare un supporto reale, chiaro e continuativo.

Gli sportelli per l’Amministrazione di sostegno diventerebbero punti di riferimento stabili per cittadini e famiglie. Sarebbero attivati presso gli Ambiti territoriali della Regione e offrirebbero informazione e orientamento amministrativo, in raccordo con i servizi sociali e sanitari e con l’Autorità giudiziaria tutelare.

Accanto a questo, ritengo necessario un sostegno economico concreto per chi svolge il ruolo di amministratore di sostegno, spesso in condizioni difficili e senza adeguati riconoscimenti. Per questo la proposta prevede l’istituzione di un Fondo regionale, da attivare quando la persona supportata è priva di reddito o patrimonio, così da garantire un’equa indennità e la continuità della tutela.

Nella nomina degli amministratori di sostegno da parte del giudice tutelare, molto spesso gli avvocati svolgono un ruolo fondamentale. In molte situazioni assicurano continuità, equilibrio e tutela effettiva, andando oltre una prestazione formale. È un lavoro delicato che richiede tempo, ascolto e responsabilità e che oggi non può più essere dato per scontato.

Il Fondo serve a evitare che la tutela delle persone fragili si regga esclusivamente sul sacrificio delle famiglie o sulla disponibilità personale dei professionisti. La solidarietà è un valore, ma non può diventare un alibi per l’assenza delle istituzioni.

La proposta introduce anche strumenti di coordinamento tra servizi e magistratura, la formazione degli operatori e un sistema di monitoraggio regionale, per garantire uniformità di trattamento su tutto il territorio marchigiano.

Quella dell’amministratore di sostegno è una figura cruciale, soprattutto di fronte al vastissimo numero di persone che possono averne bisogno. Con questa proposta, come Gruppo AVS, intendo tutelare e sostenere i soggetti fragili e riconoscere il lavoro silenzioso di chi se ne prende cura. È una scelta di civiltà giuridica e di responsabilità pubblica.


Garantire una migliore partecipazione democratica alla Consulta regionale per la disabilità

Garantire una migliore partecipazione democratica alla Consulta regionale per la disabilità


afforzare e rilanciare il ruolo della Consulta regionale per la disabilità come strumento centrale di partecipazione, confronto e co-programmazione delle politiche regionali. È questo l’obiettivo della mozione presentata dal consigliere regionale Andrea Nobili (Alleanza Verdi Sinistra), depositata all’Assemblea legislativa delle Marche. “La Consulta regionale per la disabilità – spiega Nobili – deve tornare a essere un luogo stabile e qualificato di partecipazione, non limitato a convocazioni occasionali o simboliche, ma pienamente coinvolto nei processi decisionali che riguardano le persone con disabilità”. Nata con una Legge regionale, come organismo di partecipazione e consultazione delle associazioni che rappresentano le persone con disabilità nelle Marche, questo organismo “continua a mostrare un funzionamento incerto e discontinuo, non privo di criticità e viene così meno a quella che potrebbe essere una sua più incisiva funzione di confronto e crescita delle politiche di inclusione nelle Marche”, evidenzia Andrea Nobili nel suo intervento. “Invece che con cadenza bimestrale, come da regolamento interno, le sue convocazioni si sono rivelate negli ultimi anni discontinue. La nuova Giunta non ha ancora indetto una sua riunione, a oltre tre mesi dall’insediamento, per esempio. Non solo: andrebbero anche aggiornate le norme che ne regolano la partecipazione delle associazioni, integrando e aprendo a nuove rappresentanze di persone con disabilità che negli anni hanno dimostrato competenza e partecipazione”. Come precisato nella mozione appena presentata, secondo Nobili sarebbe dunque necessario approvare un nuovo regolamento della Consulta regionale per la disabilità, coerente con la Convenzione ONU e con il D.Lgs. 62/2024, così da aggiornarne i criteri di rappresentanza, garantendo pluralismo, trasparenza e incisività, e assicurare convocazioni almeno bimestrali, anche in modalità telematica o mista. “Bisognerebbe rendere obbligatoria la consultazione preventiva della Consulta sugli atti regionali in materia di disabilità, garantire la pubblicità e l’accessibilità dei verbali e dei pareri espressi, verificare la coerenza degli atti regionali vigenti con il nuovo quadro normativo nazionale, valorizzare la Consulta come luogo stabile di confronto e supporto tecnico alle politiche regionali – continua l’avvocato e consigliere regionale Avs Nobili –. Invece l’attuale funzionamento della Consulta evidenzia diverse criticità: convocazioni discontinue, assenza di una consultazione preventiva strutturata sugli atti regionali, mancanza di un sistema accessibile di verbalizzazione e pubblicazione degli atti”. L’aggiornamento del regolamento e la garanzia del suo funzionamento, conclude Nobili, “è passo necessario per rendere effettivo il diritto alla partecipazione delle persone con disabilità e delle loro associazioni, migliorando la qualità e l’efficacia delle politiche regionali”.


“Maranza”, una parola per non capire

“Maranza”, una parola per non capire


Nelle ultime settimane alcune riflessioni sulla violenza minorile sono state intercettate dalla destra come un’occasione politica.

Non per aprire un confronto serio, ma per rivendicare la fondatezza di tesi securitarie già scritte altrove, rimuovendo deliberatamente un’analisi complessiva dentro cui quelle riflessioni erano collocate.

Parlo da avvocato che da anni si occupa di giustizia minorile e che nulla concede alla retorica dell’ordine pubblico. Consapevole della fragilità di un sistema che fatica a svolgere una funzione realmente educativa, come dimostrano le difficoltà strutturali dei tribunali per i minorenni, sovraccarichi di lavoro e sempre meno messi nelle condizioni di intervenire in modo tempestivo ed efficace.

Negli ultimi anni il disagio giovanile si è manifestato in forme nuove e più complesse rispetto al passato.

Coloro che operano nella giustizia minorile incontrano quotidianamente questa realtà.

Dietro molti episodi di violenza non c’è una scelta criminale consapevole, ma percorsi segnati da fallimenti educativi, relazioni fragili, assenza di riferimenti adulti stabili, problematiche psicologiche. La violenza diventa talvolta una forma impropria di espressione, un modo distorto di affermare la propria presenza quando mancano strumenti per dare nome e senso a ciò che si vive.

Chi conosce davvero questo ambito sa che nessun dato, preso da solo, ha senso e che ogni ragionamento serio richiede di tenere insieme fattori sociali, educativi, familiari e istituzionali.

È proprio questa complessità che viene spesso rimossa dalla politica, con scorciatoie narrative come quella della reductio ad unum legata all’appartenenza etnica di parte dei giovani che commettono reati.

I dati ufficiali del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, diffusi pochi giorni addietro, parlano chiaro: nel nostro Paese sono quasi 24 mila i minorenni e i giovani adulti fino ai 24 anni in carico ai servizi della giustizia minorile, il numero più alto dell’ultimo decennio. Dopo il calo del periodo pandemico, dal 2021 in poi la curva cresce in modo costante. Non siamo di fronte a un’emergenza improvvisa, ma a un fenomeno strutturale di disagio giovanile che si è sedimentato nel tempo.

Anche il profilo dei reati è eloquente: prevalgono furti, rapine, danneggiamenti, violazioni legate agli stupefacenti e alla violenza o resistenza a pubblico ufficiale. Non è criminalità organizzata, non è mafia, non è terrorismo. È una violenza giovanile di strada, spesso episodica, spesso legata al gruppo, fortemente identitaria. Una violenza che serve più a “esserci” che ad arricchirsi.

All’interno di questo quadro, i giovani stranieri rappresentano circa il 23% del totale. Non sono la maggioranza, e parlare di “invasione” è semplicemente falso. Ma c’è un dato che non può essere rimosso: i minori stranieri risultano sovrarappresentati nelle misure più contenitive, come gli Istituti penali per i minorenni (le ex carceri minorili per intendersi) e le comunità. Questo non significa che “delinquono di più” per ragioni etniche, ma che arrivano più spesso al circuito penale inermi sul piano delle reti familiari, educative e sociali. Quando mancano alternative, il sistema risponde con ciò che ha: il contenimento.

È esattamente per questo che le politiche di inclusione, di sostegno educativo e di mediazione non sono un gesto di benevolenza, ma uno strumento essenziale di sicurezza sociale.

Su questo punto, però, emerge spesso una lettura riduttiva, anche in ambiti che dovrebbero essere più attenti alla complessità dei fenomeni sociali.

Riconoscere che alcuni episodi di violenza giovanile coinvolgono in modo significativo giovani di origine straniera viene talvolta vissuto come inaccettabile.

È una reazione che nasce da una buona intenzione, contrastare le derive razziste, ma che rischia di produrre l’effetto opposto. Perché negare un dato di realtà non protegge nessuno, né i ragazzi coinvolti né le comunità in cui vivono. E soprattutto impedisce di interrogarsi su ciò che rende più fragile una parte dei giovani di origine straniera: condizioni materiali svantaggiate, traiettorie migratorie spezzate, assenza di reti familiari stabili, fallimenti scolastici precoci, difficoltà di mediazione culturale, crisi dell’autorità adulta, iper-esposizione a modelli violenti nei social e nello spazio pubblico.

È proprio quando si rinuncia a questa complessità che il dibattito pubblico scivola verso etichette rassicuranti, utili più a semplificare che a capire. Ed è in questo spazio che si colloca il fenomeno che i media chiamano, in modo improprio e fuorviante, maranza. Una parola che non descrive, ma semplifica; che non aiuta a capire, ma serve a prendere le distanze. Maranza non è una categoria giuridica, non è una definizione sociologica, non è uno strumento di analisi: è un’etichetta. E come tutte le etichette funziona per rimuovere la complessità, non per affrontarla.

Usare questo termine significa spostare l’attenzione dal disagio ai soggetti, dal contesto al bersaglio, dal sistema alle persone. È una scorciatoia linguistica che consente di trasformare un fenomeno sociale complesso in una caricatura, riducendo una pluralità di storie, fragilità e traiettorie fallite a una parola che assolve chi governa e colpevolizza chi subisce. Così il disagio giovanile diventa folklore urbano, la violenza diventa costume, e la responsabilità pubblica scompare.

Maranza diventa il nome comodo per non interrogarsi sul fallimento delle politiche educative, sulla crisi della scuola, sull’assenza di spazi di aggregazione, sulla debolezza dei servizi sociali, sulla solitudine degli adulti. È una parola usata per non capire e, spesso, per non dover rispondere.

Una sinistra adulta dovrebbe avere il coraggio di tenere insieme la complessità, senza paura e senza rimozioni. Minimizzare la violenza minorile o negarne le specificità è un errore grave: significa lasciare sole le vittime, abbandonare i quartieri popolari e consegnare il tema della sicurezza a chi lo usa in modo strumentale e punitivo.

Allo stesso tempo, rispondere al disagio con la sola repressione, come vorrebbe la destra, è un fallimento annunciato. Senza politiche giovanili strutturali, senza una scuola capace di includere, senza servizi sociali forti e radicati, non si produce sicurezza ma insicurezza permanente.

La repressione senza prevenzione non governa il disagio: lo spettacolarizza. Sostituisce l’educazione con l’intimidazione, la responsabilità pubblica con la messa in scena dell’ordine.

E quando si arriva a pensare che per affrontare il disagio dei propri giovani servano i militari, il problema non sono i ragazzi. Il problema è uno Stato che ha rinunciato alla propria funzione educativa e, con essa, alla propria idea di futuro.


Vongolare di San Benedetto ancora nelle acque di Ancona. Stop a situazioni illegittime

Vongolare di San Benedetto ancora nelle acque di Ancona. Stop a situazioni illegittime


Le vongolare del compartimento di San Benedetto del Tronto continuano a pescare nel comparto di Ancona nonostante la cessazione di ogni deroga. Sono inervenuto per chiedere il rispetto delle regole, attraverso un’interpellanza depositata alla Giunta regionale.


Già da alcune settimane il Consiglio regionale si è espresso per il rispetto definitivo delle aree di pesca e ha respinto l’ennesima proposta di proroga che, per diversi anni, ha consentito alle 25 vongolare della flotta di San Benedetto di pescare nei mari di Ancona.


Tuttavia, come rilevato anche dagli organi di stampa locali e come denunciato dal Co.Ge.Vo di Ancona – il Consorzio per la gestione della pesca delle vongole che rappresenta 74 imbarcazioni del compartimento dorico – questa decisione non risulta ancora rispettata.


Le vongolare di San Benedetto, infatti, non hanno cessato di calare le proprie draghe al di fuori dell’area di iscrizione, nonostante tutte le deroghe siano formalmente scadute per decisione del Consiglio regionale dal 1° gennaio 2026.
La gestione sostenibile della risorsa ittica e il rispetto dei limiti di sforzo di pesca costituiscono un interesse pubblico primario, riconosciuto dalla normativa europea, statale e regionale. Si tratta di un’illegittimità che rischia di produrre un danno ambientale ed economico per le imprese che operano regolarmente nel compartimento di Ancona, oltre a creare un pericoloso precedente di disapplicazione delle deliberazioni consiliari.


Per rimediare a questa situazione di incertezza, ho chiesto alla Giunta per quali ragioni le decisioni del Consiglio non siano state rispettate e quali iniziative concrete siano state adottate per garantire l’applicazione del regolamento, al fine di scongiurare che il protrarsi di situazioni illegittime produca danni ambientali, squilibri nella pesca e conflitti tra operatori, a scapito della sostenibilità del settore.


Il Carcere di Fossombrone: Panopticon marchigiano

Il Carcere di Fossombrone: Panopticon marchigiano


Terza visita in carcere, dopo Ancona e Pesaro, al carcere di Fossombrone.
Il primo dato, oggettivo, è la ristrutturazione. Ricordavo Fossombrone in condizioni critiche; oggi il cambiamento è evidente. Gli interventi strutturali recenti hanno inciso davvero: spazi più funzionali, ambienti meno degradati, un istituto che non ha più l’aspetto di un luogo lasciato a sé stesso.
In un carcere di alta sicurezza, con detenuti che scontano pene lunghissime, talvolta l’ergastolo, anche l’architettura conta. E molto.
Fossombrone resta un carcere “duro”, quasi un panopticon di Bentham, nella lettura resa celebre da Foucault: uno spazio che rende visibile il controllo, che organizza il tempo e i corpi, che non concede illusioni.
Proprio per questo va osservato senza retorica.
Nel confronto con la direttrice e il comandante della Polizia Penitenziaria ho trovato una gestione seria e consapevole della complessità del contesto.
Ho avuto modo anche di visitare le sezioni e parlare con le persone detenute, alcune conosciute in passato.
L’unico nodo emerso riguarda la sanità: la presenza infermieristica è garantita solo per 12 ore al giorno: un limite rilevante, soprattutto in un istituto che ospita detenuti con pene lunghe e fragilità sanitarie crescenti.
Qui è bene essere chiari: la competenza sanitaria è della Regione. Non è un dettaglio amministrativo, ma una responsabilità politica diretta.
Fossombrone ospita anche il polo universitario, realizzato con l’Università di Urbino, esperienza che ho sostenuto con convinzione quando ero Garante: non per buonismo, ma perché anche nei contesti di pena lunga lo studio resta uno strumento importante di recupero sociale
Le visite come consigliere regionale proseguiranno. Non come esercizio simbolico, ma come lavoro di verifica.
Al termine presenterò un report complessivo, con una fotografia del sistema penitenziario marchigiano: dati, differenze tra istituti, punti di forza e criticità.
Un documento utile per orientare scelte politiche e assunzioni di responsabilità, a partire da quelle che competono direttamente alla Regione.


Termovalorizzatore nelle Marche? Scelta superata e antiambientale. È possibile invece migliorare la qualità del riciclo e ridurre i rifiuti

Termovalorizzatore nelle Marche? Scelta superata e antiambientale. È possibile invece migliorare la qualità del riciclo e ridurre i rifiuti

Pubbichiamo di seguito il testo del comunicato stampa, emesso per la confernza stampa del 13 gennaio a Palazzo Leopardi, Ancona

I rappresentanti di Verdi e Sinistra nelle Marche hanno ribadito in conferenza stampa proposte alternative rispetto alla realizzazione di un nuovo impianto. “Il termovalorizzatore traccia una strada irreversibile, che accrescerebbe solo l’incenerimento dei rifiuti anziché il loro riutilizzo virtuoso. È una scelta che non può essere annunciata per via mediatica, ma deve essere analizzata attraverso tutti gli atti formali, insieme ai territori di riferimento”. Sul tema è stata presentata un’interrogazione dal consigliere regionale di Avs Andrea Nobili.

ANCONA – Prima di intraprendere strade irreversibili, è necessario confrontarsi con i comuni e i governi d’ambito, studiare attraverso gli strumenti formali cosa si deve ancora fare per ridurre la produzione dei rifiuti, migliorare la filiera del riciclo e gli impianti di recupero, anziché produrre ceneri e fumi. Sono queste alcune delle ragioni con cui il gruppo consiliare di Avs chiede alla Giunta regionale di rivedere la propria posizione sulla realizzazione di un termovalorizzatore regionale, più volte dichiarata a mezzo stampa.

Sul tema, il consigliere regionale di Avs Andrea Nobili ha appena presentato alla Giunta regionale un’interpellanza sui profili di legittimità, coerenza programmatoria e competenze territoriali riguardo all’annunciato impianto. Proposte e visioni alternative sono state ribadite insieme ai rappresentanti di Avs regionale in una conferenza stampa a margine dell’Assemblea regionale, con Gianluca Carrabs, membro della Direzione nazionale di Europa Verde e dirigente nazionale per le Marche, Gioia Santarelli, segretaria regionale di Sinistra Italiana, e Sabrina Santelli, coportavoce regionale di Europa Verde, oltre allo stesso consigliere Avs Nobili, membro della Commissione Ambiente e vicepresidente della Commissione Sanità.

“Un impianto di termovalorizzazione di grande taglia vincola il sistema per decenni: per essere sostenibile economicamente richiede flussi costanti di rifiuto residuo, in conflitto con prevenzione e riciclo. Gli ampliamenti di discarica non possono diventare la ‘soluzione strutturale’: vanno trattati, se mai, come misura transitoria, con obiettivi vincolanti e trasparenza sui flussi – ha ricordato Andrea Nobili –. Le Marche hanno già una raccolta differenziata alta, al 72%; la priorità è dunque ridurre il rifiuto residuo e migliorare la qualità del riciclo, non creare dipendenze, bruciare o interrare. Perché si punta, in questa fase cruciale, su un modello vecchio? Le scelte impiantistiche non possono essere annunciate come irreversibili per via mediatica. Bisogna capire se trovano fondamento e coerenza negli atti formali, il Piano regionale di gestione dei rifiuti (PRGR) e la VAS – Valutazione ambientale strategica, anche per chiarire quali sarebbero i criteri di localizzazione e il territorio su cui sorgerebbe il nuovo impianto”.

Secondo Gianluca Carrabs, membro della Direzione nazionale di Europa Verde e dirigente nazionale per le Marche, “il piano dei rifiuti della Regione Marche, che fonda i suoi pilastri su discariche e termovalorizzatori, sembra una proposta degli anni ’70 e ’80. Parlare oggi di inceneritori non ha più senso: appartengono al vecchio modello dell’economia lineare. Oggi il paradigma è cambiato verso l’economia circolare. I rifiuti non esistono, sono materie prime e seconde che, indirizzate a nuovi processi produttivi, diventano un’opportunità economica, garantendo posti di lavoro e ricchezza per le comunità locali che ospitano gli impianti”. È quindi necessario spingere sulla raccolta differenziata, sulla costruzione di impianti di biodigestione anaerobica e su centri di riciclo e riuso delle materie recuperate, in una logica di piccoli impianti di comunità e non di grandi strutture centralizzate. “La politica deve riappropriarsi del suo ruolo di programmazione e dettare le regole di indirizzo per rispondere al solo interesse pubblico e non alle logiche del profitto – continua Carrabs –. O si va verso la riduzione dei rifiuti o verso la loro iperproduzione per foraggiare inceneritori e indotto economico: questa è la vera scelta politica e, soprattutto, culturale”.

Per Gioia Santarelli, segretaria regionale di Sinistra Italiana, il termovalorizzatore resta un “impianto inquinante e impattante per la salute e per i territori, che inverte completamente le priorità in materia di ciclo dei rifiuti. Oggi alle Marche non serve un termovalorizzatore, ma l’aumento della raccolta differenziata, la diminuzione degli imballaggi e l’efficientamento degli impianti di Trattamento Meccanico Biologico (TMB), per fare in modo che la frazione secca dei rifiuti sia sempre minore – continua Santarelli –. Proporre il termovalorizzatore significa invece rinunciare a questi passi avanti e scegliere di bruciare i rifiuti, rischiando di arrivare a una situazione in cui la cultura della riduzione viene sostituita dalla priorità di alimentare l’impianto, magari gestito da privati orientati al profitto”.

Il commento di Sabrina Santelli, coportavoce regionale di Europa Verde: “Oggi non siamo qui solo per dire no a un impianto. Siamo qui per dire un grande e coraggioso sì a un’idea diversa di futuro per la nostra regione. La Giunta Acquaroli vuole realizzare un inceneritore come se fossimo ancora negli anni ’90, come se la crisi climatica non fosse reale e la salute pubblica fosse solo una nota a margine nei bilanci regionali. Ma un inceneritore è innanzitutto una scelta politica, una resa davanti alla possibilità di costruire un modello davvero sostenibile. La Regione Marche è troppo piccola per giustificare un termovalorizzatore: la nostra produzione di rifiuti può e deve essere gestita attraverso riduzione, riciclo e riuso. Un impianto del genere diventerebbe un polo di attrazione per rifiuti da fuori regione o persino dall’estero, trasformando le Marche in una pattumiera d’Italia. Bruciare rifiuti significa produrre fumi tossici, anche con i migliori filtri, e chi vive vicino ne paga il prezzo sulla propria salute. Studi autorevoli parlano chiaro: più tumori, più malattie respiratorie, più rischi per le nuove generazioni. E allora: perché farlo?”.


Tagli al cinema di territorio nelle Marche, una politica culturale che tradisce i giovani per favorire solo flussi finanziari

Tagli al cinema di territorio nelle Marche, una politica culturale che tradisce i giovani per favorire solo flussi finanziari


agli al cinema che vanno a colpire festival, rassegne e premi cinematografici sia storici sia innovativi, in molti casi attivi anche nell’entroterra post-terremoto delle Marche, dove le politiche culturali sono invece più vitali che mai per contrastare lo spopolamento.
Sul tema, ha presentato un’interrogazione in Assemblea del Consiglio regionale proprio per chiedere risposte sull’ammanco previsto nel prospetto di bilancio.
Parliamo di una sottrazione di 160mila euro che, nel 2025 e nel futuro biennio, la Regione Marche ha deciso di eliminare e che erano destinati a sostenere una rete diffusa di festival e rassegne attive nei territori, anche nelle aree interne e spesso con un forte protagonismo giovanile. La risposta dell’amministrazione regionale alla mia interrogazione è stata lapidaria e, al tempo stesso, chiarissima: si sostiene ciò che è già forte e visibile, si abbandona ciò che è sperimentale, territoriale, indipendente”.

I festival e le rassegne lasciati completamente fuori dalla programmazione regionale 2025 sono molti e non marginali, come ricordato da Nobili. Tra questi: Fabriano Film Festival, Civitanova Film Festival, Scollinare Film Festival, CineOff, Incanto Film Festival, CineFortunae, La poesia che si vede, Sinfonie di Cinema, CROC di Ussita, Festival del Cinema Pirata, Premio ALMA e altre rassegne e progetti giovanili diffusi nei territori. “Parliamo di realtà che non fanno cinema commerciale, ma costruiscono pubblico, formazione e relazione con i territori. Parliamo di cinema giovane, indipendente, innovativo, di cultura come bene pubblico, che anima e dà forza a territori, anche dell’entroterra, che altrimenti rischiano di essere sempre più dimenticati.

Sostenere solo il cinema che ‘rende’ o che intercetta grandi flussi finanziari significa tradire un’idea di politica culturale, perché una Regione non dovrebbe limitarsi a inseguire il mercato, ma aprire spazi, sostenere chi sperimenta, investire su ciò che oggi è fragile e domani può diventare patrimonio comune.

Con Alleanza Verdi Sinistra continueremo a dire che senza festival, senza rassegne, senza presìdi culturali diffusi, il cinema perde la sua funzione più profonda. E una Regione che spegne questi spazi spegne una parte del proprio futuro.


Impianto a idrogeno a Falconara Marittima, Chiediamo massima trasparenza e verifiche su criticità per ambiente e salute

Impianto a idrogeno a Falconara Marittima, Chiediamo massima trasparenza e verifiche su criticità per ambiente e salute


Ho interrogato la Giunta regionale sulla decisione di finanziare con 14 milioni di fondi Pnrr un futuro impianto di produzione di idrogeno presso lo stabilimento Api di Falconara Marittima.
La transizione energetica è una sfida fondamentale, ma non può essere calata dall’alto su territori che da decenni pagano un prezzo altissimo in termini ambientali e sanitari. Falconara non è un’area qualunque
e dunque in qualità di consigliere regionale di Avs e membro della Commissione Ambiente, ho presentato un’interrogazione con richiesta di risposta scritta. Quello di Falconara è un territorio segnato da una lunga convivenza con grandi impianti industriali, da criticità ambientali documentate e da preoccupazioni diffuse sulla salute. Ed è anche una comunità che non è mai rimasta in silenzio. In questi anni i comitati cittadini falconaresi hanno svolto un ruolo essenziale: informando, vigilando, chiedendo dati, pretendendo risposte, spesso al posto dei vuoti istituzionali.
Chidiamo alla Regione piena trasparenza sull’uso delle risorse pubbliche, sui benefici ambientali reali, misurabili e verificabili del progetto, su come e se siano stati considerati gli effetti sulla salute dei cittadini in un contesto già fragile e se esista una valutazione complessiva degli impatti, considerando che nella stessa area sono annunciati più progetti legati alla filiera dell’idrogeno.
Un altro tema che non può essere eluso riguarda il cambio di proprietà dello stabilimento Api, oggi controllato dal gruppo Socar, riconducibile a un fondo straniero controllato dal governo azero. La circostanza che il beneficiario finale di risorse pubbliche Pnrr sia riconducibile a un soggetto controllato da uno Stato terzo extra-UE non assume rilievo in quanto tale sotto il profilo della legittimità dell’investimento, ma impone una particolare attenzione istituzionale in termini di trasparenza, coerenza strategica degli interventi e verifica degli obiettivi ambientali e delle ricadute territoriali.
Non si tratta di fare propaganda o demonizzazioni, ma di pretendere, quando si usano fondi pubblici, un livello massimo di controllo, coerenza strategica e garanzie ambientali.

La transizione ecologica non può essere una somma di progetti isolati, né una bandierina da piantare su territori già saturi. Deve essere una scelta pubblica governata, fondata su dati, pianificazione, monitoraggi seri e informazione continua ai cittadini. L’idrogeno può essere un’opportunità, ma solo se è davvero parte di una strategia che metta al centro ambiente, salute e giustizia territoriale. Altrimenti non è transizione: è solo un’altra promessa che evapora.


Dalla Destra solo narrazioni tossiche per negare il disastro delle loro politiche sul disagio giovanile

Dalla Destra solo narrazioni tossiche per negare il disastro delle loro politiche sul disagio giovanile


Rispondo alle parole del presidente Acquaroli sul tema dell’integrazione, dell’inclusione e del disagio che coinvolge alcuni giovani italiani figli di migranti. Non è nel mio stile liquidare il confronto politico con etichette comode. Non ho mai dato del razzista o del fascista a qualcuno per pigrizia intellettuale o propaganda, neppure quando sarebbe stato semplice farlo davanti a episodi noti. Perché la politica, se vuole essere una cosa seria, richiede analisi, responsabilità e capacità di leggere la complessità, non slogan.

Proprio per questo oggi il mio giudizio è ancora più netto e pesante. Questa destra non è razzista per definizione, ma è profondamente incompetente e incapace. Lo dimostra nel momento in cui, messa di fronte al proprio fallimento, sceglie di strumentalizzare la sicurezza e il disagio giovanile per coprire il vuoto delle proprie politiche. Il copione è sempre lo stesso: quando mancano le idee, arrivano le semplificazioni tossiche.

La verità è che il nodo non è da dove vengono i giovani, ma il disagio sociale che li attraversa. Un disagio che esplode dove mancano servizi, politiche educative, presidi territoriali, spazi di aggregazione e lavoro di comunità. Tutte cose che richiedono competenze, continuità e investimenti, e che questa classe dirigente non è stata in grado di mettere in campo.

L’amministrazione regionale guidata da Acquaroli, e fino a ieri dall’assessore Saltamartini, è un disastro conclamato sulle politiche giovanili e sul contrasto al disagio sociale. Un disastro certificato da scelte politiche precise, come la chiusura dell’Osservatorio regionale sul disagio giovanile, uno strumento fondamentale di analisi, prevenzione e conoscenza, eliminato con leggerezza colpevole.

Studiare i fenomeni è scomodo. Molto più facile è urlare quando ormai è troppo tardi.

Cambiano i nomi, si fanno operazioni di puro trasformismo politico nominando assessori che fino a ieri erano di un’altra parte politica, ma la sostanza resta la stessa: assenza di visione, incapacità di leggere la complessità, totale inadeguatezza ad affrontare processi profondi che coinvolgono famiglie, scuole e territori. Si governa a colpi di dichiarazioni, non di politiche pubbliche.

Le parole del presidente Acquaroli non sono solo sbagliate, sono politicamente irresponsabili. Quando sostiene che ora anche la sinistra ammette il problema e rivendica decenni di presunta cecità ideologica, non sta facendo un’analisi: sta costruendo un alibi. Il suo e quello di una destra che governa senza capire ciò che governa.

A sinistra il problema non è mai stato ignorato. È stato affrontato in modo diverso, più complesso, più faticoso e più serio. Dire che la sinistra non voleva vedere significa non voler comprendere che il disagio giovanile non nasce dal nulla né dall’origine etnica, ma da condizioni sociali, educative e territoriali precise.

Acquaroli parla di sicurezza, ma non ha fatto nulla per capirla e prevenirla. Invoca valori e civiltà, ma dimentica che i valori si praticano, non si declamano. Praticarli significa investire in politiche giovanili, rafforzare i servizi sociali, sostenere le famiglie, lavorare nelle scuole, costruire presidi educativi nei quartieri più fragili. Tutto ciò che questa amministrazione non ha fatto, preferendo la propaganda alla responsabilità.

È troppo comodo oggi indicare il dito verso i ragazzi, verso gli altri, verso presunte colpe culturali, quando il fallimento è soprattutto politico e amministrativo. È la Regione Marche governata da Acquaroli ad aver lasciato soli i territori. È questa Giunta ad aver dimostrato una clamorosa incapacità di leggere i processi sociali. È questa destra ad aver ridotto tutto a ordine pubblico perché non è in grado di fare politiche adeguate.

Si parla di fermezza, ma la fermezza senza intelligenza è solo rigidità. E la rigidità, nella storia, ha sempre prodotto più conflitti, non più sicurezza.

L’intervento del presidente Acquaroli non chiarisce, non propone, non risolve. Serve solo a spostare l’attenzione dal punto centrale: la destra, nonostante sia al governo da anni, continua a essere impreparata e inadeguata.

Razzisti forse no. Ma governare una società complessa richiede ben altro che slogan identitari e capri espiatori. Su questo il giudizio politico è inequivocabile: incompetenti e incapaci sì.




Ancona ha bisogno di presenza educativa, sostegno alle scuole e alle famiglie, non di scenografie militari

Ancona ha bisogno di presenza educativa, sostegno alle scuole e alle famiglie, non di scenografie militari


L’uscita del vicesindaco Zinni non è una soluzione, è la prova provata che chi governa oggi Ancona non sa come affrontare i temi della sicurezza urbana e del disagio giovanile. Altro che ‘modello di buon governo’: siamo alla resa, per di più rumoreggiata a mezzo stampa.

Non posso che replicare così alle dichiarazioni del vicesindaco e assessore Zinni, in merito alla possibilità di dispiegare l’esercito in centro per contrastare il fenomeno della violenza giovanile. Prospettive esternata da Giovanni Zinni dopo che come consigliere regionale ed ex Garante dei minori e avvocato mi sono espresso sulla necessità di prendere atto del problema sociale che la città sta vivendo, nei ricorrenti episodi di teppismo dei cosiddetti “maranza”, in modo da capirne le cause per trovare le adeguate soluzioni.

Si sono presentati come quelli dell’ordine, delle risposte rapide, del cambio di passo. Oggi scopriamo che, dietro gli slogan, c’era il vuoto. Chiedere i militari significa ammettere che non si è stati in grado di programmare prevenzione, presidiare i quartieri, sostenere le scuole, investire in politiche giovanili, costruire spazi di aggregazione e reti sociali. Si salta direttamente ai blindati perché tutto ciò che andrebbe fatto non sono capaci di farlo. La propaganda della destra ha alimentato per anni le paure. Ora che governano, si accorgono che la realtà è complessa e richiede competenze. E la loro risposta qual è? Non rafforzare servizi sociali, educatori, politiche pubbliche, ma invocare l’esercito. È la scorciatoia di chi non ha una visione e la maschera con l’autoritarismo e la repressione.

Nel frattempo, dalla stessa maggioranza arrivano sermoni moralistici, pacche sulle spalle e auto assoluzioni: tutti pronti a rivendicare ‘avevamo ragione’, nessuno disposto ad ammettere che siamo di fronte a un clamoroso fallimento amministrativo. Si parla di ‘legalità’ come se fosse uno slogan pubblicitario, ma si dimentica che legalità significa prevenzione, inclusione, contrasto alle cause dei fenomeni, non solo spettacolarizzazione delle conseguenze, in chiave law and order. La verità è semplice: proprio su uno dei temi su cui la destra, anche nella nostra città, ha maggiormente speculato, alimentando le paure sulla sicurezza urbana, oggi mostra la propria inadeguatezza. Non ha costruito strumenti, non ha investito sul sociale, non ha programmato politiche giovanili, non ha affrontato seriamente la questione delle marginalità. E ora, senza idee, chiede ai militari di coprire il proprio vuoto politico. Ancona non ha bisogno di scenografie militari. Ha bisogno di amministratori capaci, di prevenzione, di lavoro serio nei quartieri, di presenza educativa, di sostegno alle famiglie e alle scuole, di forze dell’ordine messe in condizione di operare con intelligenza e continuità, non usate come comparse per fare propaganda.

Invocare l’esercito non è la soluzione. È lo spot che annuncia il fallimento di coloro che oggi governano, protagonisti di una stagione politica che continua a offrirci solo chiacchiere e distintivo.


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