Piano rifiuti: tutto ruota attorno all’inceneritore, senza misure per l’economia circolare

Piano rifiuti: tutto ruota attorno all’inceneritore, senza misure per l’economia circolare


Ho ribadito in Aula la mia contrarietà al Piano regionale di gestione dei rifiuti, approvato oggi dal Consiglio regionale.
È un documento nato già vecchio, privo di coraggio, che rinvia le decisioni fondamentali e non compie scelte innovative. Al centro della strategia viene collocata soltanto la realizzazione dell’inceneritore – perché è così che preferisco chiamarlo – come se fosse un totem capace di risolvere le numerose contraddizioni e i problemi che, invece, restano intatti anche dopo l’approvazione di questo Piano.
L’intero documento ruota intorno alla futura realizzazione dell’inceneritore, o termovalorizzatore, rovesciando di fatto la gerarchia europea dei rifiuti, che indica come priorità la prevenzione, il riuso, il riciclo e il recupero di materia. Solo successivamente vengono il recupero energetico e, come ultima opzione, lo smaltimento.
Il Piano affida invece la chiusura del ciclo alla combustione, senza fornire spiegazioni adeguate neppure su come saranno trattate e smaltite le ceneri e gli altri residui prodotti dall’impianto.
Troppi aspetti rimangono vaghi. Chi costruirà l’impianto? Con quali risorse? Sarà interamente pubblico? Verrà affidato a un soggetto privato? Sarà gestito da una società mista? Quali garanzie verranno previste affinché un servizio pubblico essenziale non sia orientato esclusivamente da logiche di redditività economica?
Sono tutte domande che non trovano risposta e che vengono rinviate al futuro.
Il Piano rimanda a successivi provvedimenti anche la disciplina della governance, le modalità di funzionamento dell’ATO unico regionale, gli equilibri tra Regione e Comuni, i processi decisionali e perfino alcuni aspetti essenziali della programmazione.
Non possiamo votare un Piano che non offre garanzie su questioni di tale rilievo. Non è buona amministrazione.
Ritengo particolarmente preoccupante anche il rischio del cosiddetto lock-in, cioè il vincolo economico e industriale che si determinerebbe una volta costruito l’impianto.
L’inceneritore previsto dal Piano avrebbe una capacità complessiva di circa 370.000 tonnellate all’anno. È una dimensione enorme. Più che risolvere il problema dei rifiuti urbani marchigiani, si sta pianificando un grande polo di combustione che dovrà essere alimentato anche attraverso consistenti flussi provenienti dalle attività produttive.
Una volta investite centinaia di milioni di euro, il sistema avrà bisogno per decenni di una quantità costante di rifiuti da bruciare.
Il rischio è quello di creare un modello economico che abbia interesse alla permanenza dei rifiuti, anziché alla loro progressiva riduzione. Se le politiche di prevenzione e di riciclo avranno successo e il rifiuto residuo diminuirà, da dove arriveranno le quantità necessarie a mantenere in equilibrio un impianto di queste dimensioni?
Anche questa domanda rimane senza risposta.
Il rischio è inoltre quello di entrare in una vera palude decisionale. Nel frattempo, però, il Piano introduce un altro punto molto critico: la scelta, inserita dalla Commissione, di valutare una possibile riduzione da 1.500 a 1.000 metri della distanza minima tra le nuove discariche per rifiuti non pericolosi e le aree residenziali.
È una scelta grave, che meriterebbe un’approfondita valutazione nell’ambito della VAS. Modificare un criterio localizzativo di tale importanza significa cambiare anche la platea delle aree potenzialmente utilizzabili e le possibili ricadute sui territori e sulla salute delle persone.
Il Piano avrebbe dovuto indicare una strategia molto più incisiva per ridurre, anno dopo anno, in modo misurabile e vincolante, la quantità di rifiuti destinata allo smaltimento.
La scarsità delle volumetrie disponibili deve creare responsabilità e spingere verso la prevenzione, il riuso, la tariffazione puntuale, una migliore raccolta differenziata, il recupero di materia e un trattamento più efficiente degli scarti.
Non come obiettivi generici, ma attraverso risorse certe, responsabilità definite e scadenze annuali.
Si è invece puntato tutto sull’inceneritore, senza peraltro definirne in modo serio il modello economico, industriale e gestionale.
Il Piano regionale dei rifiuti rappresenta l’ennesima occasione persa. Le Marche avrebbero potuto diventare un modello avanzato di economia circolare, prevenzione, riuso e recupero di materia.
È stata scelta invece una strada vecchia, rigida e piena di contraddizioni.


Hotel House, una situazione non più tollerabile: la Regione assuma la regia di un piano straordinario

Hotel House, una situazione non più tollerabile: la Regione assuma la regia di un piano straordinario


Centri storici, nella legge della Giunta né vere idee né fondi: solo propaganda "anti-kebab"

Centri storici, nella legge della Giunta né vere idee né fondi: solo propaganda "anti-kebab"


In Consiglio regionale avrei voluto parlare di sanità, anziani, fragilità e lavoro. Invece ci è stato imposto di discutere una proposta di legge che di urgente non aveva nulla: quella sulla cosiddetta qualificazione delle attività commerciali nei centri storici.

Un provvedimento che si regge essenzialmente sulla propaganda, che non stanzia risorse e che non propone alcuna vera idea per attrarre nuove attività, sostenere quelle esistenti e intercettare nuovi pubblici nelle nostre città.

Figuriamoci se il centrosinistra possa essere contrario a politiche capaci di contrastare la desertificazione dei centri storici, sostenere il commercio di qualità e promuovere le filiere a chilometro zero.

Sono obiettivi che condividiamo pienamente. Ma nella legge voluta dalla Giunta Acquaroli non c’è praticamente nulla di tutto questo.

Il testo contiene soltanto una serie di enunciazioni astratte, prive di ricadute concrete. Non ci sono fondi per aiutare i commercianti storici, non ci sono incentivi per i giovani che vogliono avviare una nuova attività e non esiste una strategia per riportare persone e servizi nei centri urbani.

La proposta di legge appare invece molto più utile ad alimentare un certo racconto contro le attività imprenditoriali gestite da cittadini stranieri. Una posa propagandistica funzionale a sostenere il confronto con la destra più massimalista che continua ad affacciarsi nel dibattito pubblico.

Il punto centrale è l’articolo 5, attraverso il quale si lascia ai Comuni la possibilità di adottare misure che favoriscano alcune categorie merceologiche rispetto ad altre.

È proprio partendo da questo passaggio che, sulle prime pagine dei quotidiani locali, è stata costruita una narrazione distorta, concentrata sulla possibilità di limitare i chioschi di kebab e i cosiddetti negozi etnici nelle nostre città.

Un’impostazione che, guarda caso, non è mai stata smentita dai rappresentanti del centrodestra. Al contrario, è stata ampiamente cavalcata, nonostante eventuali provvedimenti diretti a limitare l’esercizio delle attività commerciali possano entrare in contrasto con le normative italiane ed europee.

Il risultato è qualcosa di persino peggiore della “supercazzola” che avevo citato a proposito di questa legge.

È una presa in giro ai danni delle amministrazioni comunali.

La legge affida infatti ai Comuni il compito di introdurre eventuali limiti merceologici nei propri centri storici, ma non fornisce indicazioni chiare, direttive o criteri precisi. Ogni amministrazione viene lasciata sola e rischia di assumere decisioni che potrebbero poi essere facilmente impugnate davanti al Tribunale amministrativo regionale.


Nasce il Circolo cittadino di Europa Verde – Verdi Jesi (AVS)

Nasce il Circolo cittadino di Europa Verde – Verdi Jesi (AVS)


Europa Verde – Verdi continua a crescere nelle Marche e rafforza il proprio radicamento nella provincia di Ancona. È nato ufficialmente il Circolo cittadino di Europa Verde – Verdi Jesi, frutto dell’impegno di un gruppo di cittadine e cittadini che hanno scelto di costruire uno spazio politico aperto e partecipato, fondato sui valori dell’ecologismo, della giustizia sociale, della pace, dei diritti e della difesa dei beni comuni.

La presentazione si è svolta questa mattina al Circolo Cittadino di Jesi, con la partecipazione del consigliere regionale di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce provinciale di Europa Verde, Andrea Nobili, che ha portato il saluto del movimento e sottolineato l’importanza di rafforzare la presenza dei Verdi nei territori, dove si affrontano quotidianamente le sfide legate all’ambiente, alla qualità della vita e alla coesione sociale.

“Viviamo un tempo in cui la crisi climatica, il consumo di suolo, il dissesto idrogeologico, la perdita di biodiversità, la transizione energetica e l’aumento delle disuguaglianze impongono alla politica un cambio di paradigma. Non servono interventi occasionali o misure di facciata: occorrono una visione chiara, competenza e il coraggio di mettere al centro l’interesse collettivo. È da questa consapevolezza che nasce il nostro impegno per Jesi”, dichiara Nobili.

Il percorso costitutivo proseguirà nei prossimi mesi. Giulia Stronati e Andrea Garbini sono stati indicati come candidati al ruolo di co-portavoce cittadini, in vista dell’assemblea in programma a settembre, chiamata a eleggere i co-portavoce e gli organismi direttivi del nuovo Circolo. Sarà un ulteriore momento di partecipazione democratica, finalizzato a consolidare la presenza di Europa Verde – Verdi a Jesi e a definire l’organizzazione del movimento nel territorio.

Il Circolo si propone di diventare un luogo permanente di partecipazione, confronto ed elaborazione politica, aperto a tutte le persone che condividono i valori dell’ecologia e desiderano contribuire alla costruzione di una città più sostenibile, inclusiva e solidale, capace di affrontare con serietà le sfide del presente e del futuro.

La transizione ecologica rappresenta una grande occasione di sviluppo e innovazione. Ambiente ed economia non sono in contrapposizione: investire nella tutela del territorio, nella mobilità sostenibile, nelle energie rinnovabili, nell’economia circolare e nella rigenerazione urbana significa creare lavoro di qualità, migliorare i servizi e rendere le comunità più sicure e resilienti.

Con la costituzione della nuova realtà jesina, Europa Verde intende rafforzare una presenza politica capace di ascoltare il territorio e trasformare le istanze della cittadinanza in proposte concrete.

Europa Verde – Verdi Jesi guarda con convinzione alla costruzione del campo largo anche nella realtà cittadina. Le sfide che abbiamo davanti, dalla crisi climatica alle disuguaglianze sociali, dalla difesa della sanità pubblica alla tutela del territorio, richiedono responsabilità, dialogo e capacità di costruire percorsi comuni.

Il nuovo Circolo lavorerà quindi per favorire il confronto e la collaborazione tra le forze progressiste, ecologiste, civiche e riformiste che condividono una visione fondata sullo sviluppo sostenibile, sulla giustizia sociale e sulla partecipazione democratica, nella convinzione che solo un progetto ampio, credibile e radicato possa rappresentare una vera alternativa per Jesi.

Nei prossimi mesi sarà avviato un programma di iniziative pubbliche, incontri tematici e momenti di ascolto rivolti a cittadini, associazioni, imprese, giovani e realtà politiche e sociali del territorio. L’obiettivo è contribuire alla costruzione di una città più verde, più giusta e più moderna, nella quale la tutela dell’ambiente diventi il motore di un nuovo modello di sviluppo e di una migliore qualità della vita.

La sfida assunta dal nuovo Circolo è riportare l’ecologia al centro dell’azione politica locale, trasformandola in un progetto concreto di governo del territorio e di futuro per la comunità jesina.

 

Europa Verde – Verdi Jesi


Spiagge libere: una battaglia per tutelare i beni comuni

Spiagge libere: una battaglia per tutelare i beni comuni


Tutelare le spiagge libere marchigiane, rafforzarne la presenza lungo la costa e renderle realmente accessibili, sicure e fruibili da tutte e tutti.

È questo l’obiettivo della mozione che ho presentato come primo firmatario, insieme alle consigliere e ai consiglieri Catena, Cesetti, Mancinelli, Mangialardi, Mastrovincenzo, Piergallini e Vitri del Partito democratico, Ruggeri del Movimento 5 Stelle, Seri della Lista Ricci e Caporossi di Marche Vive.

Il titolo dell’atto riassume chiaramente il principio dal quale siamo partiti: “Il mare come bene comune: tutela, incremento e qualificazione delle spiagge libere e garanzia dell’accesso universale e gratuito al litorale marchigiano”.

Quella per le spiagge libere è infatti una battaglia per la tutela dei beni comuni e per il diritto di ogni persona ad accedere al mare senza essere obbligata ad acquistare servizi.

Gli stabilimenti balneari rappresentano una realtà economica e turistica importante, ma la pianificazione della costa deve garantire un equilibrio reale tra le aree in concessione e gli spazi pubblici, gratuiti e concretamente utilizzabili.

Al centro della nostra mozione c’è innanzitutto la richiesta di realizzare, entro sei mesi e d’intesa con i Comuni costieri, una ricognizione completa, omogenea e georeferenziata dell’intero litorale marchigiano.

La mappatura dovrà distinguere con chiarezza le aree in concessione, le spiagge libere, le spiagge libere attrezzate e le aree che risultano formalmente libere ma che, nella realtà, non sono accessibili, balneabili o concretamente utilizzabili.

Prima di assegnare o rinnovare le concessioni, dobbiamo sapere quanta parte della costa sia davvero libera e fruibile. Non possiamo considerare spiaggia libera ciò che rimane dopo avere assegnato le aree migliori, né conteggiare come accessibili luoghi marginali, difficilmente raggiungibili o inadatti alla balneazione.

Chiediamo inoltre una ricognizione puntuale dei varchi pubblici, degli accessi attraverso gli stabilimenti, delle distanze tra un accesso e l’altro, dei servizi presenti e delle condizioni di accessibilità per le persone con disabilità o con ridotta mobilità.

Tutti questi dati dovranno essere resi pubblici attraverso una cartografia digitale regionale, facilmente consultabile e costantemente aggiornata.

Fino al completamento della ricognizione e alla revisione della pianificazione regionale, chiediamo alla Giunta di fornire ai Comuni un indirizzo chiaro affinché non vengano rilasciate nuove concessioni, autorizzati ampliamenti o consentiti accorpamenti capaci di ridurre le spiagge libere esistenti.

Proponiamo inoltre di introdurre un principio stabile di non regressione: ogni eventuale sottrazione di un’area libera dovrà essere compensata con una superficie equivalente destinata alla fruizione pubblica.

La Regione dovrà anche stabilire una quota minima di spiagge libere e libere attrezzate, garantendone una distribuzione equilibrata lungo la costa. Non è accettabile che gli spazi gratuiti vengano concentrati soltanto nei tratti periferici, meno accessibili, maggiormente esposti all’erosione o caratterizzati da condizioni peggiori.

La nostra mozione chiede poi l’istituzione, a partire dal bilancio regionale 2027, del programma “Mare libero e accessibile”, destinato a finanziare la qualificazione delle spiagge pubbliche.

Servono passerelle e percorsi accessibili, servizi igienici, presidi di assistenza, punti di distribuzione dell’acqua, sistemi di raccolta differenziata e accessi sicuri. Le spiagge libere non devono essere considerate spazi residuali, ma luoghi da curare e rendere pienamente fruibili.

La spiaggia è un bene pubblico e svolge una funzione sociale essenziale. Di fronte al continuo aumento dei costi dei servizi balneari, rappresenta una possibilità sempre più importante per le famiglie, i bambini, gli anziani, i giovani e le persone con minori disponibilità economiche.

La libertà di scegliere se acquistare o meno dei servizi deve essere preservata. Per questo la presenza degli stabilimenti e quella delle aree nelle quali non esiste alcun obbligo di consumo devono essere pianificate in maniera equilibrata.

Difendere e incrementare le spiagge libere significa garantire a tutte e tutti il diritto di accedere al mare. Significa tutelare un bene comune che non può diventare progressivamente inaccessibile per una parte crescente della popolazione.


Crematori, la Regione continua a voltarsi dall’altra parte: serve subito un Piano regionale

Crematori, la Regione continua a voltarsi dall’altra parte: serve subito un Piano regionale


Le Marche sono ancora prive di un Piano regionale di coordinamento degli impianti crematori, lo strumento indispensabile per stabilire dove questi siti debbano essere localizzati sulla base di criteri oggettivi di carattere ambientale, sanitario, urbanistico e demografico.

È una carenza che denuncio da tempo, anche attraverso una mozione depositata in Consiglio regionale, con la quale chiedo alla Giunta di assumersi finalmente la responsabilità di pianificare la distribuzione degli impianti sull’intero territorio marchigiano.

Nei giorni scorsi il Comune di Ancona ha individuato una nuova localizzazione per il crematorio, spostandolo da Tavernelle all’area dell’ex inceneritore di Bolignano. In questo modo ha preso atto delle criticità emerse negli ultimi anni e della forte mobilitazione civica, che aveva evidenziato i limiti del progetto originario.

Nel bene o nel male, il Comune ha assunto una decisione. La Regione Marche, invece, continua a non fare ciò che la legge e il buon senso le impongono: pianificare.

La mia mozione avrebbe dovuto essere discussa la scorsa settimana, ma l’assessore competente ha improvvisamente lasciato l’Aula, impedendo di fatto il confronto politico su una questione che riguarda l’intero territorio marchigiano.

Considero questo episodio profondamente irrispettoso nei confronti del Consiglio regionale e dei cittadini che attendono da anni una scelta di sistema. La Giunta non può continuare a rinviare ogni decisione e sottrarsi persino al confronto quando viene chiamata a rispondere della propria inerzia.

In assenza di una programmazione regionale, ogni scelta rischia di trasformarsi in una vicenda esclusivamente locale e inevitabilmente conflittuale, nella quale i cittadini vengono coinvolti soltanto quando le decisioni sono ormai sostanzialmente prese.

Il tema, infatti, non riguarda soltanto Ancona, ma l’intera rete degli impianti crematori marchigiani: la loro distribuzione sul territorio, gli impatti cumulativi, le esigenze delle comunità e la tutela della salute e dell’ambiente.

Si tratta di valutazioni che possono essere affrontate soltanto attraverso una visione regionale, non mediante decisioni episodiche e scollegate tra loro. La Regione continua invece a scaricare ogni responsabilità sui Comuni, rinunciando al proprio ruolo di indirizzo e coordinamento.

Su questo tema la Giunta Acquaroli continua a scegliere la strada più comoda: non decidere. E quando il Consiglio regionale prova a chiedere conto di questa inerzia, si sottrae perfino al confronto in Aula.

Per questo ribadisco la richiesta contenuta nella mia mozione: la Regione approvi finalmente il Piano regionale di coordinamento degli impianti crematori e, fino ad allora, valuti una moratoria sulle nuove localizzazioni, evitando che ogni territorio venga lasciato solo ad affrontare questioni tanto delicate.

La politica non può limitarsi a intervenire quando i conflitti sono già esplosi. Deve prevenirli, attraverso la programmazione, il confronto con le comunità e decisioni trasparenti fondate su criteri chiari.

Quello della Giunta regionale è invece un modo di governare che considero inaccettabile.

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"La pace nasce da politiche sociali e ambientali".

"La pace nasce da politiche sociali e ambientali".


Transizione energetica, contrasto alle politiche del riarmo, diritto all’istruzione pubblica, pace e ambiente sono i temi che hanno animato il dibattito con l’europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra Benedetta Scuderi, nell’incontro pubblico presso la sede di Avs Marche, in piazza del Crocifisso, ad Ancona.
Ad animare lo spazio di confronto politico, insieme all’intervento del capogruppo di Avs in Regione, Andrea Nobili, sono state le testimonianze dei più giovani: Pietro Oggioni, coordinatore provinciale della Rete degli studenti medi, e Sabrina Brizzola, presidente del Comitato studentesco Univpm, “persone portatrici di punti di vista vivi e urgenti – ha ricordato Nobili –. L’incontro di sabato, ‘Marche, Europa’, ci ha ricordato come i temi europei, sebbene finiscano spesso per sembrare estranei alla cronaca dei nostri territori, dimostrino invece di avere una risonanza profonda nell’agire politico delle nuove generazioni”.
L’europarlamentare Benedetta Scuderi – che scherzosamente da fatto presente di avere gli stessi anni del sindaco di New York e, dunque, di appartenere a una generazione in grado, in altre parti del mondo, d’assumere responsabilità di governo – ha sottolineato l’impegno di Avs nel Parlamento europeo contro la crescente economia del riarmo e della guerra. Un futuro di pace, invece, si costruisce investendo nella transizione energetica, nel rispetto dell’ambiente e nella definizione di un modello capace di produrre anche politiche di welfare sociale più eque e umane.
Non bisogna essere fatalisti, ha riflettuto Scuderi: “Le proteste civili di chi è sceso per le strade, nelle manifestazioni ambientaliste degli ultimi anni o, più recentemente, per la Palestina, hanno un’influenza reale sugli indirizzi politici europei”. L’invito rivolto ai più giovani è quello di farsi sentire e partecipare. “È per questo che uno spazio di incontro e scambio, come la sede regionale di Avs ad Ancona, in piazza del Crocifisso, è una risorsa preziosissima”.
Brizzola, del Comitato studentesco Univpm, ha ricordato come ormai gli spazi aggregativi per chi fa politica siano sempre più scarsi, ad Ancona e nel territorio: “Anche l’università non è più un luogo dove si formano cittadini attivi e pensanti, ma solo ingranaggi di un sistema produttivo e competitivo”.
Intenso anche l’appello di Oggioni per la difesa dei popoli oppressi: “Nelle sofferenze del popolo palestinese si addensano dinamiche di oppressione che hanno origine in meccanismi di sfruttamento su scala planetaria”.
Andrea Bellardinelli di Sinistra Italiana Ancona e Gaia Bianchini di Europa Verde Ancona, nell’aprire l’iniziativa, hanno rivolto un invito, spiegando come la sede di Avs sia un luogo di incontro aperto, un laboratorio democratico pronto ad accogliere chi, soprattutto fra i più giovani, sente la necessità di aggregarsi per elaborare nuove strategie politiche.

Ufficio stampa Avs Marche


Discarica di Riceci: la Regione difenda i propri atti e chiarisca il ruolo di Marche Multiservizi

Discarica di Riceci: la Regione difenda i propri atti e chiarisca il ruolo di Marche Multiservizi


La vicenda della discarica di Riceci rappresenta un banco di prova della capacità della Regione Marche di difendere il proprio ruolo nella tutela dell’ambiente, del paesaggio e del territorio.

Per questo, insieme ai consiglieri del Partito democratico Micaela Vitri, Maurizio Mangialardi, Antonio Mastrovincenzo, Fabrizio Cesetti e Anna Casini Piergallini, ho presentato un’interrogazione a risposta scritta per chiedere alla Giunta regionale di difendere con coerenza le decisioni già assunte sul progetto della discarica prevista nel Comune di Petriano.

Da una parte abbiamo infatti la Regione e gli altri enti pubblici coinvolti nel procedimento, che hanno espresso a più riprese valutazioni negative sul progetto. Dall’altra c’è Aurora S.r.l., società sammarinese che ha deciso di portare quelle decisioni davanti al Consiglio di Stato e che vede tra i propri soci Marche Multiservizi, società partecipata da numerosi enti pubblici territoriali.

Si determina così una contraddizione evidente: una partecipata pubblica risulta coinvolta in un’iniziativa giudiziaria diretta a contestare atti adottati da amministrazioni pubbliche proprio per tutelare il territorio.

La Regione Marche ha già assunto una posizione netta, negando attraverso il Paur, il Provvedimento autorizzatorio unico regionale, l’autorizzazione alla realizzazione della discarica. Una decisione che è stata successivamente confermata dal Tar Marche, che ha respinto il ricorso presentato da Aurora.

A questo diniego si è aggiunta la dichiarazione di notevole interesse pubblico del “Paesaggio collinare di Riceci e Montefabbri”, promossa ancora una volta dalla Regione Marche. Anche questo provvedimento è stato impugnato da Aurora davanti al Tar e anche in questo caso il ricorso è stato respinto.

La società ha quindi presentato due distinti appelli al Consiglio di Stato: uno contro la sentenza relativa al diniego del Paur e l’altro contro il vincolo paesaggistico sull’area di Riceci e Montefabbri.

Siamo dunque davanti a una vicenda che riapre un fronte molto delicato, anche alla luce del ruolo ricoperto da Marche Multiservizi all’interno di Aurora S.r.l.

Marche Multiservizi è infatti una società a partecipazione pubblica, con una presenza significativa degli enti territoriali. Il Comune di Pesaro detiene il 25,31% del capitale sociale, la Provincia di Pesaro e Urbino l’8,62%, mentre ulteriori quote appartengono al Comune di Urbino, a numerosi altri Comuni della provincia e alle Unioni montane.

È evidente che il contenzioso promosso da Aurora coinvolge anche una partecipata pubblica chiamata a gestire servizi fondamentali per i cittadini, tra cui il ciclo dei rifiuti. Per questo è necessario fare piena chiarezza sulla coerenza tra gli indirizzi degli enti pubblici soci e le iniziative assunte nell’ambito di questa vicenda giudiziaria.

Una società partecipata pubblica non può muoversi in contrasto con le scelte adottate dalle istituzioni per tutelare l’ambiente e il paesaggio, senza che gli enti soci si interroghino sulle proprie responsabilità e sugli indirizzi impartiti.

Nella nostra interrogazione chiediamo quindi alla Giunta regionale se intenda costituirsi in entrambi i giudizi promossi da Aurora S.r.l. davanti al Consiglio di Stato, difendendo gli atti già adottati dalla Regione.

Chiediamo inoltre che venga promosso un confronto istituzionale con il Comune di Pesaro, la Provincia di Pesaro e Urbino e gli altri soci pubblici di Marche Multiservizi, per verificare la coerenza degli indirizzi seguiti fino a oggi e chiarire definitivamente il ruolo della società nella vicenda della discarica di Riceci.

La tutela del territorio non può essere affidata a dichiarazioni di principio. La Regione deve difendere concretamente i propri provvedimenti e gli enti pubblici soci di Marche Multiservizi devono assumersi fino in fondo la responsabilità delle scelte compiute dalle società a cui partecipano.


Pdl "anti kebab": una "supercazzola" utile solo ad alimentare narrazioni tossiche

Pdl "anti kebab": una "supercazzola" utile solo ad alimentare narrazioni tossiche


La proposta di legge 64 della Giunta regionale, ormai diventata nota come pdl “anti kebab”, è un nonsenso privo di veri contenuti, ma molto funzionale, per chi l’ha ideata e scritta, a costruire una narrazione propagandistica e tossica.

Una narrazione che ha avuto soprattutto l’effetto di mettere alla gogna i ristoranti etnici e, più in generale, quelle attività commerciali considerate estranee a una non meglio definita identità italiana.

Per questo ho presentato in Consiglio regionale un’interrogazione a risposta immediata, chiedendo alla Giunta di fare chiarezza sul testo e di escludere esplicitamente qualsiasi possibilità di introdurre limitazioni fondate sulla provenienza nazionale degli operatori o sulla connotazione cosiddetta “etnica” dei prodotti e dei servizi offerti.

La proposta di legge avrebbe dovuto affrontare un problema reale: la desertificazione commerciale dei borghi storici e dei centri urbani delle Marche. Un fenomeno che richiederebbe risorse, strategie e strumenti concreti per sostenere le attività di qualità e mantenere vivi i nostri centri.

Nel provvedimento, però, da questo punto di vista non c’è praticamente nulla. Non vengono stanziate risorse e non vengono delineate politiche capaci di contrastare seriamente la chiusura dei negozi e l’impoverimento del tessuto commerciale.

In compenso, la proposta ha dato il via a una serie di slogan semplificatori contro le attività etniche, a partire dai kebab.

L’intera narrazione costruita intorno al provvedimento si regge soprattutto sull’articolo 5, comma 2, lettera b), che attribuirebbe ai Comuni la possibilità di limitare l’insediamento di alcuni esercizi commerciali. È proprio questo passaggio ad aver consentito di scatenare un racconto tossico e discriminatorio nei confronti delle attività considerate “non identitarie”.

Siamo tutti d’accordo sulla necessità di evitare la desertificazione dei borghi storici e di rilanciare nelle nostre città le attività commerciali di qualità. Ma non si raggiunge questo obiettivo indicando come nemico il ristorante etnico o il negozio gestito da cittadini di origine straniera.

Servono politiche serie, incentivi, sostegno agli affitti, servizi, accessibilità e iniziative capaci di riportare persone e attività nei centri storici. Non servono operazioni propagandistiche costruite sulla contrapposizione tra attività “identitarie” e “non identitarie”.

Con il dovuto rispetto e preso atto della situazione, mi permetto allora di citare Ugo Tognazzi e di definire questo provvedimento un’autentica “supercazzola”, simile ai nonsense che il conte Lello Mascetti utilizzava nei film di Amici miei per confondere passanti e autorità.

Una “supercazzola” che, pur essendo priva di effetti concreti, rischia però di produrre conseguenze politiche e culturali molto serie, alimentando diffidenza, discriminazioni e narrazioni ostili verso una parte delle attività commerciali delle nostre città.


A Montacuto il caldo è eccessivo: la Regione verifichi le condizioni sanitarie nelle carceri

A Montacuto il caldo è eccessivo: la Regione verifichi le condizioni sanitarie nelle carceri


Ieri pomeriggio ho visitato il carcere di Montacuto, ad Ancona, per verificare direttamente le condizioni di vita delle persone detenute e di lavoro del personale durante questi giorni di caldo torrido.

Sono entrato nell’istituto proprio nelle ore di maggiore canicola, accompagnato dalla direttrice degli Istituti penitenziari riuniti di Ancona, Sonia Razzetti. Come consigliere regionale, infatti, ho tra le mie prerogative anche quella di controllare le condizioni presenti nelle strutture penitenziarie delle Marche.

A colpirmi è stato soprattutto il caldo eccessivo riscontrato nell’area sanitaria e parasanitaria, dove lavorano medici, infermieri e altro personale, in assenza di impianti di condizionamento. Le condizioni sono durissime per le persone detenute, per la polizia penitenziaria e per tutti coloro che ogni giorno operano all’interno dell’istituto.

Conosco bene il mondo carcerario anche per la mia precedente esperienza come Garante dei diritti nelle Marche. Proprio per questo ritengo indispensabile che, in presenza di temperature così elevate, tutte le istituzioni competenti esercitino pienamente le proprie responsabilità.

Ho quindi presentato un’interrogazione alla Giunta regionale per sapere se il Coordinamento regionale della sanità penitenziaria abbia provveduto al necessario monitoraggio delle condizioni sanitarie negli istituti di reclusione, nel rispetto dei protocolli previsti.

Questi sono giorni estremamente difficili per chi vive e lavora nelle carceri. Ancora più che in altri periodi dell’anno, occorre fare tutto il possibile per proteggere le persone più fragili.

Penso in particolare ai detenuti con più di 65 anni e a coloro che soffrono di patologie cardiovascolari, respiratorie, metaboliche o psichiatriche, di dipendenze patologiche o di altre condizioni di particolare vulnerabilità. Alla Giunta chiediamo di chiarire quali programmi specifici di sorveglianza sanitaria siano stati attivati nei loro confronti.

Attraverso l’interrogazione voglio inoltre sapere se le Aziende sanitarie territoriali competenti abbiano effettuato sopralluoghi e verifiche igienico-sanitarie, anche rispetto alla disponibilità di acqua potabile, alla ventilazione degli ambienti e all’assistenza delle persone più esposte ai rischi legati alle alte temperature.

Il caldo estremo non è infatti un problema isolato. Quando si somma al sovraffollamento, alle condizioni strutturali spesso inadeguate degli istituti e alla riduzione delle attività trattamentali durante l’estate, aumenta il rischio di disidratazione, colpi di calore, aggravamento delle patologie croniche, crisi psichiatriche, atti di autolesionismo, tentativi di suicidio e tensioni all’interno delle strutture.

Il carcere di Montacuto, come recentemente ricordato anche dal Garante regionale dei diritti della persona, si trova già in una grave situazione di sovraffollamento. Criticità sono note anche negli istituti di Fermo, Pesaro e Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno. È quindi evidente la necessità di rafforzare gli interventi a tutela della salute e della dignità delle persone detenute.

La prevenzione di questi rischi rientra pienamente nelle competenze del Servizio sanitario regionale. La Regione ha istituito un sistema di coordinamento della sanità penitenziaria e un Tavolo regionale di confronto con l’Amministrazione penitenziaria, il Garante regionale dei diritti della persona e gli altri soggetti istituzionali competenti.

Questi strumenti devono essere utilizzati concretamente per monitorare le criticità e promuovere interventi condivisi. La salute e la dignità delle persone private della libertà non possono essere considerate diritti di minore importanza, neppure nelle condizioni più difficili.

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