“Maranza”, una parola per non capire
“Maranza”, una parola per non capire

Nelle ultime settimane alcune riflessioni sulla violenza minorile sono state intercettate dalla destra come un’occasione politica.
Non per aprire un confronto serio, ma per rivendicare la fondatezza di tesi securitarie già scritte altrove, rimuovendo deliberatamente un’analisi complessiva dentro cui quelle riflessioni erano collocate.
Parlo da avvocato che da anni si occupa di giustizia minorile e che nulla concede alla retorica dell’ordine pubblico. Consapevole della fragilità di un sistema che fatica a svolgere una funzione realmente educativa, come dimostrano le difficoltà strutturali dei tribunali per i minorenni, sovraccarichi di lavoro e sempre meno messi nelle condizioni di intervenire in modo tempestivo ed efficace.
Negli ultimi anni il disagio giovanile si è manifestato in forme nuove e più complesse rispetto al passato.
Coloro che operano nella giustizia minorile incontrano quotidianamente questa realtà.
Dietro molti episodi di violenza non c’è una scelta criminale consapevole, ma percorsi segnati da fallimenti educativi, relazioni fragili, assenza di riferimenti adulti stabili, problematiche psicologiche. La violenza diventa talvolta una forma impropria di espressione, un modo distorto di affermare la propria presenza quando mancano strumenti per dare nome e senso a ciò che si vive.
Chi conosce davvero questo ambito sa che nessun dato, preso da solo, ha senso e che ogni ragionamento serio richiede di tenere insieme fattori sociali, educativi, familiari e istituzionali.
È proprio questa complessità che viene spesso rimossa dalla politica, con scorciatoie narrative come quella della reductio ad unum legata all’appartenenza etnica di parte dei giovani che commettono reati.
I dati ufficiali del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, diffusi pochi giorni addietro, parlano chiaro: nel nostro Paese sono quasi 24 mila i minorenni e i giovani adulti fino ai 24 anni in carico ai servizi della giustizia minorile, il numero più alto dell’ultimo decennio. Dopo il calo del periodo pandemico, dal 2021 in poi la curva cresce in modo costante. Non siamo di fronte a un’emergenza improvvisa, ma a un fenomeno strutturale di disagio giovanile che si è sedimentato nel tempo.
Anche il profilo dei reati è eloquente: prevalgono furti, rapine, danneggiamenti, violazioni legate agli stupefacenti e alla violenza o resistenza a pubblico ufficiale. Non è criminalità organizzata, non è mafia, non è terrorismo. È una violenza giovanile di strada, spesso episodica, spesso legata al gruppo, fortemente identitaria. Una violenza che serve più a “esserci” che ad arricchirsi.
All’interno di questo quadro, i giovani stranieri rappresentano circa il 23% del totale. Non sono la maggioranza, e parlare di “invasione” è semplicemente falso. Ma c’è un dato che non può essere rimosso: i minori stranieri risultano sovrarappresentati nelle misure più contenitive, come gli Istituti penali per i minorenni (le ex carceri minorili per intendersi) e le comunità. Questo non significa che “delinquono di più” per ragioni etniche, ma che arrivano più spesso al circuito penale inermi sul piano delle reti familiari, educative e sociali. Quando mancano alternative, il sistema risponde con ciò che ha: il contenimento.
È esattamente per questo che le politiche di inclusione, di sostegno educativo e di mediazione non sono un gesto di benevolenza, ma uno strumento essenziale di sicurezza sociale.
Su questo punto, però, emerge spesso una lettura riduttiva, anche in ambiti che dovrebbero essere più attenti alla complessità dei fenomeni sociali.
Riconoscere che alcuni episodi di violenza giovanile coinvolgono in modo significativo giovani di origine straniera viene talvolta vissuto come inaccettabile.
È una reazione che nasce da una buona intenzione, contrastare le derive razziste, ma che rischia di produrre l’effetto opposto. Perché negare un dato di realtà non protegge nessuno, né i ragazzi coinvolti né le comunità in cui vivono. E soprattutto impedisce di interrogarsi su ciò che rende più fragile una parte dei giovani di origine straniera: condizioni materiali svantaggiate, traiettorie migratorie spezzate, assenza di reti familiari stabili, fallimenti scolastici precoci, difficoltà di mediazione culturale, crisi dell’autorità adulta, iper-esposizione a modelli violenti nei social e nello spazio pubblico.
È proprio quando si rinuncia a questa complessità che il dibattito pubblico scivola verso etichette rassicuranti, utili più a semplificare che a capire. Ed è in questo spazio che si colloca il fenomeno che i media chiamano, in modo improprio e fuorviante, maranza. Una parola che non descrive, ma semplifica; che non aiuta a capire, ma serve a prendere le distanze. Maranza non è una categoria giuridica, non è una definizione sociologica, non è uno strumento di analisi: è un’etichetta. E come tutte le etichette funziona per rimuovere la complessità, non per affrontarla.
Usare questo termine significa spostare l’attenzione dal disagio ai soggetti, dal contesto al bersaglio, dal sistema alle persone. È una scorciatoia linguistica che consente di trasformare un fenomeno sociale complesso in una caricatura, riducendo una pluralità di storie, fragilità e traiettorie fallite a una parola che assolve chi governa e colpevolizza chi subisce. Così il disagio giovanile diventa folklore urbano, la violenza diventa costume, e la responsabilità pubblica scompare.
Maranza diventa il nome comodo per non interrogarsi sul fallimento delle politiche educative, sulla crisi della scuola, sull’assenza di spazi di aggregazione, sulla debolezza dei servizi sociali, sulla solitudine degli adulti. È una parola usata per non capire e, spesso, per non dover rispondere.
Una sinistra adulta dovrebbe avere il coraggio di tenere insieme la complessità, senza paura e senza rimozioni. Minimizzare la violenza minorile o negarne le specificità è un errore grave: significa lasciare sole le vittime, abbandonare i quartieri popolari e consegnare il tema della sicurezza a chi lo usa in modo strumentale e punitivo.
Allo stesso tempo, rispondere al disagio con la sola repressione, come vorrebbe la destra, è un fallimento annunciato. Senza politiche giovanili strutturali, senza una scuola capace di includere, senza servizi sociali forti e radicati, non si produce sicurezza ma insicurezza permanente.
La repressione senza prevenzione non governa il disagio: lo spettacolarizza. Sostituisce l’educazione con l’intimidazione, la responsabilità pubblica con la messa in scena dell’ordine.
E quando si arriva a pensare che per affrontare il disagio dei propri giovani servano i militari, il problema non sono i ragazzi. Il problema è uno Stato che ha rinunciato alla propria funzione educativa e, con essa, alla propria idea di futuro.
Il Carcere di Fossombrone: Panopticon marchigiano
Il Carcere di Fossombrone: Panopticon marchigiano

Termovalorizzatore nelle Marche? Scelta superata e antiambientale. È possibile invece migliorare la qualità del riciclo e ridurre i rifiuti
Termovalorizzatore nelle Marche? Scelta superata e antiambientale. È possibile invece migliorare la qualità del riciclo e ridurre i rifiuti

Pubbichiamo di seguito il testo del comunicato stampa, emesso per la confernza stampa del 13 gennaio a Palazzo Leopardi, Ancona
I rappresentanti di Verdi e Sinistra nelle Marche hanno ribadito in conferenza stampa proposte alternative rispetto alla realizzazione di un nuovo impianto. “Il termovalorizzatore traccia una strada irreversibile, che accrescerebbe solo l’incenerimento dei rifiuti anziché il loro riutilizzo virtuoso. È una scelta che non può essere annunciata per via mediatica, ma deve essere analizzata attraverso tutti gli atti formali, insieme ai territori di riferimento”. Sul tema è stata presentata un’interrogazione dal consigliere regionale di Avs Andrea Nobili.
ANCONA – Prima di intraprendere strade irreversibili, è necessario confrontarsi con i comuni e i governi d’ambito, studiare attraverso gli strumenti formali cosa si deve ancora fare per ridurre la produzione dei rifiuti, migliorare la filiera del riciclo e gli impianti di recupero, anziché produrre ceneri e fumi. Sono queste alcune delle ragioni con cui il gruppo consiliare di Avs chiede alla Giunta regionale di rivedere la propria posizione sulla realizzazione di un termovalorizzatore regionale, più volte dichiarata a mezzo stampa.
Sul tema, il consigliere regionale di Avs Andrea Nobili ha appena presentato alla Giunta regionale un’interpellanza sui profili di legittimità, coerenza programmatoria e competenze territoriali riguardo all’annunciato impianto. Proposte e visioni alternative sono state ribadite insieme ai rappresentanti di Avs regionale in una conferenza stampa a margine dell’Assemblea regionale, con Gianluca Carrabs, membro della Direzione nazionale di Europa Verde e dirigente nazionale per le Marche, Gioia Santarelli, segretaria regionale di Sinistra Italiana, e Sabrina Santelli, coportavoce regionale di Europa Verde, oltre allo stesso consigliere Avs Nobili, membro della Commissione Ambiente e vicepresidente della Commissione Sanità.
“Un impianto di termovalorizzazione di grande taglia vincola il sistema per decenni: per essere sostenibile economicamente richiede flussi costanti di rifiuto residuo, in conflitto con prevenzione e riciclo. Gli ampliamenti di discarica non possono diventare la ‘soluzione strutturale’: vanno trattati, se mai, come misura transitoria, con obiettivi vincolanti e trasparenza sui flussi – ha ricordato Andrea Nobili –. Le Marche hanno già una raccolta differenziata alta, al 72%; la priorità è dunque ridurre il rifiuto residuo e migliorare la qualità del riciclo, non creare dipendenze, bruciare o interrare. Perché si punta, in questa fase cruciale, su un modello vecchio? Le scelte impiantistiche non possono essere annunciate come irreversibili per via mediatica. Bisogna capire se trovano fondamento e coerenza negli atti formali, il Piano regionale di gestione dei rifiuti (PRGR) e la VAS – Valutazione ambientale strategica, anche per chiarire quali sarebbero i criteri di localizzazione e il territorio su cui sorgerebbe il nuovo impianto”.
Secondo Gianluca Carrabs, membro della Direzione nazionale di Europa Verde e dirigente nazionale per le Marche, “il piano dei rifiuti della Regione Marche, che fonda i suoi pilastri su discariche e termovalorizzatori, sembra una proposta degli anni ’70 e ’80. Parlare oggi di inceneritori non ha più senso: appartengono al vecchio modello dell’economia lineare. Oggi il paradigma è cambiato verso l’economia circolare. I rifiuti non esistono, sono materie prime e seconde che, indirizzate a nuovi processi produttivi, diventano un’opportunità economica, garantendo posti di lavoro e ricchezza per le comunità locali che ospitano gli impianti”. È quindi necessario spingere sulla raccolta differenziata, sulla costruzione di impianti di biodigestione anaerobica e su centri di riciclo e riuso delle materie recuperate, in una logica di piccoli impianti di comunità e non di grandi strutture centralizzate. “La politica deve riappropriarsi del suo ruolo di programmazione e dettare le regole di indirizzo per rispondere al solo interesse pubblico e non alle logiche del profitto – continua Carrabs –. O si va verso la riduzione dei rifiuti o verso la loro iperproduzione per foraggiare inceneritori e indotto economico: questa è la vera scelta politica e, soprattutto, culturale”.
Per Gioia Santarelli, segretaria regionale di Sinistra Italiana, il termovalorizzatore resta un “impianto inquinante e impattante per la salute e per i territori, che inverte completamente le priorità in materia di ciclo dei rifiuti. Oggi alle Marche non serve un termovalorizzatore, ma l’aumento della raccolta differenziata, la diminuzione degli imballaggi e l’efficientamento degli impianti di Trattamento Meccanico Biologico (TMB), per fare in modo che la frazione secca dei rifiuti sia sempre minore – continua Santarelli –. Proporre il termovalorizzatore significa invece rinunciare a questi passi avanti e scegliere di bruciare i rifiuti, rischiando di arrivare a una situazione in cui la cultura della riduzione viene sostituita dalla priorità di alimentare l’impianto, magari gestito da privati orientati al profitto”.
Il commento di Sabrina Santelli, coportavoce regionale di Europa Verde: “Oggi non siamo qui solo per dire no a un impianto. Siamo qui per dire un grande e coraggioso sì a un’idea diversa di futuro per la nostra regione. La Giunta Acquaroli vuole realizzare un inceneritore come se fossimo ancora negli anni ’90, come se la crisi climatica non fosse reale e la salute pubblica fosse solo una nota a margine nei bilanci regionali. Ma un inceneritore è innanzitutto una scelta politica, una resa davanti alla possibilità di costruire un modello davvero sostenibile. La Regione Marche è troppo piccola per giustificare un termovalorizzatore: la nostra produzione di rifiuti può e deve essere gestita attraverso riduzione, riciclo e riuso. Un impianto del genere diventerebbe un polo di attrazione per rifiuti da fuori regione o persino dall’estero, trasformando le Marche in una pattumiera d’Italia. Bruciare rifiuti significa produrre fumi tossici, anche con i migliori filtri, e chi vive vicino ne paga il prezzo sulla propria salute. Studi autorevoli parlano chiaro: più tumori, più malattie respiratorie, più rischi per le nuove generazioni. E allora: perché farlo?”.
Dalla Destra solo narrazioni tossiche per negare il disastro delle loro politiche sul disagio giovanile
Dalla Destra solo narrazioni tossiche per negare il disastro delle loro politiche sul disagio giovanile

Rispondo alle parole del presidente Acquaroli sul tema dell’integrazione, dell’inclusione e del disagio che coinvolge alcuni giovani italiani figli di migranti. Non è nel mio stile liquidare il confronto politico con etichette comode. Non ho mai dato del razzista o del fascista a qualcuno per pigrizia intellettuale o propaganda, neppure quando sarebbe stato semplice farlo davanti a episodi noti. Perché la politica, se vuole essere una cosa seria, richiede analisi, responsabilità e capacità di leggere la complessità, non slogan.
Proprio per questo oggi il mio giudizio è ancora più netto e pesante. Questa destra non è razzista per definizione, ma è profondamente incompetente e incapace. Lo dimostra nel momento in cui, messa di fronte al proprio fallimento, sceglie di strumentalizzare la sicurezza e il disagio giovanile per coprire il vuoto delle proprie politiche. Il copione è sempre lo stesso: quando mancano le idee, arrivano le semplificazioni tossiche.
La verità è che il nodo non è da dove vengono i giovani, ma il disagio sociale che li attraversa. Un disagio che esplode dove mancano servizi, politiche educative, presidi territoriali, spazi di aggregazione e lavoro di comunità. Tutte cose che richiedono competenze, continuità e investimenti, e che questa classe dirigente non è stata in grado di mettere in campo.
L’amministrazione regionale guidata da Acquaroli, e fino a ieri dall’assessore Saltamartini, è un disastro conclamato sulle politiche giovanili e sul contrasto al disagio sociale. Un disastro certificato da scelte politiche precise, come la chiusura dell’Osservatorio regionale sul disagio giovanile, uno strumento fondamentale di analisi, prevenzione e conoscenza, eliminato con leggerezza colpevole.
Studiare i fenomeni è scomodo. Molto più facile è urlare quando ormai è troppo tardi.
Cambiano i nomi, si fanno operazioni di puro trasformismo politico nominando assessori che fino a ieri erano di un’altra parte politica, ma la sostanza resta la stessa: assenza di visione, incapacità di leggere la complessità, totale inadeguatezza ad affrontare processi profondi che coinvolgono famiglie, scuole e territori. Si governa a colpi di dichiarazioni, non di politiche pubbliche.
Le parole del presidente Acquaroli non sono solo sbagliate, sono politicamente irresponsabili. Quando sostiene che ora anche la sinistra ammette il problema e rivendica decenni di presunta cecità ideologica, non sta facendo un’analisi: sta costruendo un alibi. Il suo e quello di una destra che governa senza capire ciò che governa.
A sinistra il problema non è mai stato ignorato. È stato affrontato in modo diverso, più complesso, più faticoso e più serio. Dire che la sinistra non voleva vedere significa non voler comprendere che il disagio giovanile non nasce dal nulla né dall’origine etnica, ma da condizioni sociali, educative e territoriali precise.
Acquaroli parla di sicurezza, ma non ha fatto nulla per capirla e prevenirla. Invoca valori e civiltà, ma dimentica che i valori si praticano, non si declamano. Praticarli significa investire in politiche giovanili, rafforzare i servizi sociali, sostenere le famiglie, lavorare nelle scuole, costruire presidi educativi nei quartieri più fragili. Tutto ciò che questa amministrazione non ha fatto, preferendo la propaganda alla responsabilità.
È troppo comodo oggi indicare il dito verso i ragazzi, verso gli altri, verso presunte colpe culturali, quando il fallimento è soprattutto politico e amministrativo. È la Regione Marche governata da Acquaroli ad aver lasciato soli i territori. È questa Giunta ad aver dimostrato una clamorosa incapacità di leggere i processi sociali. È questa destra ad aver ridotto tutto a ordine pubblico perché non è in grado di fare politiche adeguate.
Si parla di fermezza, ma la fermezza senza intelligenza è solo rigidità. E la rigidità, nella storia, ha sempre prodotto più conflitti, non più sicurezza.
L’intervento del presidente Acquaroli non chiarisce, non propone, non risolve. Serve solo a spostare l’attenzione dal punto centrale: la destra, nonostante sia al governo da anni, continua a essere impreparata e inadeguata.
Razzisti forse no. Ma governare una società complessa richiede ben altro che slogan identitari e capri espiatori. Su questo il giudizio politico è inequivocabile: incompetenti e incapaci sì.
Ancona ha bisogno di presenza educativa, sostegno alle scuole e alle famiglie, non di scenografie militari
Ancona ha bisogno di presenza educativa, sostegno alle scuole e alle famiglie, non di scenografie militari

L’uscita del vicesindaco Zinni non è una soluzione, è la prova provata che chi governa oggi Ancona non sa come affrontare i temi della sicurezza urbana e del disagio giovanile. Altro che ‘modello di buon governo’: siamo alla resa, per di più rumoreggiata a mezzo stampa.
Non posso che replicare così alle dichiarazioni del vicesindaco e assessore Zinni, in merito alla possibilità di dispiegare l’esercito in centro per contrastare il fenomeno della violenza giovanile. Prospettive esternata da Giovanni Zinni dopo che come consigliere regionale ed ex Garante dei minori e avvocato mi sono espresso sulla necessità di prendere atto del problema sociale che la città sta vivendo, nei ricorrenti episodi di teppismo dei cosiddetti “maranza”, in modo da capirne le cause per trovare le adeguate soluzioni.
Si sono presentati come quelli dell’ordine, delle risposte rapide, del cambio di passo. Oggi scopriamo che, dietro gli slogan, c’era il vuoto. Chiedere i militari significa ammettere che non si è stati in grado di programmare prevenzione, presidiare i quartieri, sostenere le scuole, investire in politiche giovanili, costruire spazi di aggregazione e reti sociali. Si salta direttamente ai blindati perché tutto ciò che andrebbe fatto non sono capaci di farlo. La propaganda della destra ha alimentato per anni le paure. Ora che governano, si accorgono che la realtà è complessa e richiede competenze. E la loro risposta qual è? Non rafforzare servizi sociali, educatori, politiche pubbliche, ma invocare l’esercito. È la scorciatoia di chi non ha una visione e la maschera con l’autoritarismo e la repressione.
Nel frattempo, dalla stessa maggioranza arrivano sermoni moralistici, pacche sulle spalle e auto assoluzioni: tutti pronti a rivendicare ‘avevamo ragione’, nessuno disposto ad ammettere che siamo di fronte a un clamoroso fallimento amministrativo. Si parla di ‘legalità’ come se fosse uno slogan pubblicitario, ma si dimentica che legalità significa prevenzione, inclusione, contrasto alle cause dei fenomeni, non solo spettacolarizzazione delle conseguenze, in chiave law and order. La verità è semplice: proprio su uno dei temi su cui la destra, anche nella nostra città, ha maggiormente speculato, alimentando le paure sulla sicurezza urbana, oggi mostra la propria inadeguatezza. Non ha costruito strumenti, non ha investito sul sociale, non ha programmato politiche giovanili, non ha affrontato seriamente la questione delle marginalità. E ora, senza idee, chiede ai militari di coprire il proprio vuoto politico. Ancona non ha bisogno di scenografie militari. Ha bisogno di amministratori capaci, di prevenzione, di lavoro serio nei quartieri, di presenza educativa, di sostegno alle famiglie e alle scuole, di forze dell’ordine messe in condizione di operare con intelligenza e continuità, non usate come comparse per fare propaganda.
Invocare l’esercito non è la soluzione. È lo spot che annuncia il fallimento di coloro che oggi governano, protagonisti di una stagione politica che continua a offrirci solo chiacchiere e distintivo.
Violenza minorile: prevenire e intercettare il disagio sociale
Violenza minorile: prevenire e intercettare il disagio sociale

Riprendo il mio intervento, pubblicato oggi sulla stampa e ridotto per comprensibili ragioni di spazio, al fine di restituirgli un senso piu’ compiuto.
Ad Ancona la violenza giovanile non è più un’emergenza episodica ma un fenomeno sociale che interroga la città e chi la governa.
Parlo come avvocato che si occupa di questi temi da sempre: la criminalita’ minorile e’ l’espressione che piu’ colpisce di un disagio crescente tra i giovanissimi e che attraversa trasversalmente la nostra realta’.
Lo dico con prudenza, proveniendo da una storia personale e politica segnata dall’impegno contro le discriminazioni e dall’idea che l’integrazione sia una ricchezza, non una minaccia: una quota degli episodi di violenza minorile vede coinvolti giovani di origine straniera o di seconda generazione.
Credo che se vogliamo provare a trovare soluzioni adeguate, non possiamo voltarci dall’altra parte di fronte alla realtà.
Generalizzare e’ sbagliato e ingiusto.
Ma negare il problema è altrettanto sbagliato, con il rischio di alimentare risposte semplicistiche sul piano securitario, con sfumature razziste, dando vigore a quelle forze politiche che strumentalizzano la paura.
Molti di questi ragazzi vivono in contesti di marginalità, in famiglie fragili o assenti, senza radici stabili. Si aggregano in gruppi, diventano bande, cercano identità nella forza e nella sopraffazione.
Lo vedono i cittadini, lo vedono gli insegnanti, lo vedono gli operatori sociali: far finta di nulla significa perdere credibilità e tempo prezioso.
Accanto alla dimensione sociale c’è una grande responsabilità istituzionale: la crisi del Tribunale per i Minorenni delle Marche. Organici insufficienti, ritardi che in materia minorile equivalgono a rinunce.
Senza una giustizia minorile forte, tempestiva e competente, ogni discorso su prevenzione e recupero resta retorica. Qui non servono parole: servono persone, strutture e risorse.
Ma c’è anche una questione politico-amministrativa che riguarda le scelte, le priorità e anche le omissioni di chi governa la città.
L’amministrazione comunale non sta dando risposte all’altezza: servono progetti chiari, coordinati e strutturali su prevenzione, presidi educativi e sicurezza urbana.
Serve un piano specifico per le ore serali, non solo presenza coordinata e continuativa delle forze dell’ordine: accanto al controllo del territorio, è decisivo il lavoro dell’educativa di strada, capace di incontrare i ragazzi nei loro luoghi reali di vita.
Ma parlare di sicurezza significa soprattutto proporre alternative reali alla strada. Servono spazi di aggregazione sociale gratuiti: spazi dove poter fare e ascoltare musica, praticare sport o attività laboratoriali.
Va rafforzato con determinazione l’accesso allo sport e alla cultura per i ragazzi più esposti, insieme al sostegno alle famiglie fragili, senza il quale ogni intervento rischia di essere solo una toppa.
C’è poi un elemento che va detto con chiarezza: parte dei giovani coinvolti in questi episodi non risiedono ad Ancona, ma provengono da altri comuni del territorio. Questo conferma che non siamo di fronte solo a un problema “del centro di Ancona”, ma a un fenomeno di area vasta, che attraversa i confini amministrativi e riguarda l’intero sistema dei servizi educativi e sociali.
Serve un progetto straordinario di cui la nostra città potrebbe essere capofila e che veda il coinvolgimento in rete di Regione, Ambiti territoriali sociali, Comuni limitrofi, Tribunale per i Minorenni, Scuole, Associazioni e Forze dell’ordine, perché la frammentazione degli interventi è parte del problema.
Se vogliamo affrontare seriamente i temi del disagio e della violenza giovanile occorrono la capacità e il coraggio di intervenire con progetti mirati nei contesti più degradati, con risorse dedicate e continuità di presenza, tenuti insieme da una forte regia pubblica che consideri la prevenzione sociale lo strumento piu’ efficace.

Giustizia minorile allo stremo, violenza in aumento
Giustizia minorile allo stremo, violenza in aumento

Ho presentato in Consiglio Regionale una mozione sulla situazione sempre più critica del Tribunale per i Minorenni delle Marche.
Mancano magistrati, manca personale, e il numero dei procedimenti civili e penali da trattare supera ormai i 10.000. A denunciarlo gli stessi magistrati in servizio, che parlano apertamente di un sistema vicino al collasso.
Un solo pubblico ministero per tutta la regione, solo due giudici togati in servizio su cinque, uffici amministrativi ridotti a metà.
E tutto questo mentre cresce, sotto gli occhi di tutti, il disagio minorile.
Proprio in questi giorni, ad Ancona, un ragazzo di sedici anni è stato aggredito da un gruppo di coetanei in pieno centro, pestato a sangue a calci e pugni per un motivo banale. Una scena brutale, che scuote e interroga.
E che ci ricorda che la giustizia minorile non è un tema tecnico, ma una questione di civiltà, sicurezza e tutela dei più fragili.
Non possiamo continuare a ignorare i segnali. Serve un intervento deciso del Ministero della Giustizia per potenziare il Tribunale, e serve che anche la Regione faccia la sua parte, rafforzando i servizi educativi, sociali, di prossimità.
Le risposte devono arrivare prima che la violenza esploda. Non possiamo più permetterci di intervenire tardi.
Riformare si può, indebolire i controlli, no
Riformare si può, indebolire i controlli, no

La riforma della Corte dei Conti approvata a fine anno, in fretta e furia, segna un passaggio delicatissimo per la nostra democrazia.
Non perché “non si debba toccare nulla”; nessuno è feticista dello status quo, ma perché qui non siamo davanti a una manutenzione ordinaria: siamo di fronte a un intervento che riduce il perimetro della responsabilità e l’efficacia dei controlli sull’uso del denaro pubblico.
Limitare la responsabilità erariale al 30% del danno accertato e restringere la nozione di colpa grave significa, in concreto, trasferire una parte consistente dei costi degli errori – o peggio delle negligenze – sulla collettività.
Se un amministratore sbaglia “gravemente”, paga solo in parte: il resto lo pagano i cittadini. Non esattamente il miglior modo per rafforzare la cultura della legalità e del buon andamento dell’amministrazione, che la Costituzione pone a presidio dell’interesse generale.
Preoccupa anche l’estensione del silenzio-assenso nei controlli preventivi: trasformare il mancato riscontro in via libera automatico non accelera la buona amministrazione, al massimo accelera i rischi. La vera PA efficiente non è quella senza controlli, ma quella che decide bene e in modo trasparente.
Riformare sì, ma rafforzando i presìdi di legalità, non smontandoli. La Corte dei Conti è un organo di garanzia previsto dalla Costituzione, non un intralcio ideologico. Le voci critiche dei magistrati contabili meritavano ascolto, non fretta e votazioni lampo a fine anno.
In una fase storica in cui sono in gioco risorse enormi – PNRR, grandi opere, investimenti pubblici – servono controlli indipendenti forti, responsabilità chiare, trasparenza piena. Non scudi, non amnesie di sistema, non incentivi alla leggerezza.
La politica ha un dovere: dimostrare che il denaro pubblico è sacro perché viene dal lavoro di tutti. Indebolire chi vigila su questo principio non è coraggio riformatore; è un passo nella direzione sbagliata.
Giovani, sociale, cultura e sanità, i miei interventi sul Bilancio regionale
Giovani, sociale, cultura e sanità, i miei interventi sul Bilancio regionale

Giovani, politiche sociali, sanità e cultura al centro degli interventi che, come consigliere regionale di Alleanza Verdi Sinistra, ho portato sulla sessione di Bilancio della Regione Marche, che si è tenuta nell’emiciclo di Palazzo Leopardi e dove ho presentato due emendamenti alla Legge di previsione di bilancio e alla Legge di stabilità, oltre a due ordini del giorno rivolti alla Giunta regionale.
Una manovra senza visione, senza la capacità di guardare dentro i bisogni delle comunità, sociali e ambientali, e dunque di pura gestione ma incapace di traghettare la Regione fuori dalle crescenti vulnerabilità. I due emendamenti proposti riguardano le politiche sociali e sanitarie, temi che sono rappresentati in modo inadeguato nel presente Defr.
Il primo emendamento riguarda l’istituzione di un fondo da 300 mila euro per la prevenzione del disagio giovanile, risorse che potrebbero essere reperite dall’Atim, l’Agenzia per il turismo e l’internazionalizzazione delle Marche, che solo nel 2026 prevede uno stanziamento di 2.465.800 euro.
Il secondo emendamento chiede lo spostamento di 100 mila euro, sempre dalle risorse Atim, per l’istituzione di un fondo destinato a garantire l’esenzione dai ticket sanitari ai minori accolti nelle comunità educative residenziali, a seguito di provvedimenti dell’autorità giudiziaria, amministrativa o di enti competenti. Il fondo servirebbe a coprire spese sanitarie oggi non garantite dal Servizio sanitario regionale e che gravano sui minori, comprese prestazioni urgenti o indifferibili, farmaci esclusi dai livelli essenziali di assistenza e spese accessorie connesse.
Si tratta di risorse necessarie per tutelare soggetti particolarmente fragili e per rispondere a bisogni reali che oggi non trovano adeguata copertura.
Oltre agli emendamenti,ho presentato due ordini del giorno. Il primo riguarda la riforma organica degli Ambiti Territoriali Sociali (Ats), che oggi evidenziano criticità organizzative, disomogeneità e difficoltà d’integrazione con il sistema sanitario regionale. Con l’atto, Nobili ha chiesto alla Giunta di impegnarsi a predisporre, entro il 30 giugno 2026, una proposta di riforma complessiva degli Ats da sottoporre all’Assemblea legislativa regionale, con particolare attenzione al rapporto con i distretti sanitari, alla governance e al finanziamento strutturale dei servizi.
Al momento questi sono affidati a una politica senza continuità, fondata su bandi, progettualità e finestre di finanziamento, quando ci sarebbe bisogno di una programmazione strutturata.
Il secondo ordine del giorno interviene sul fronte culturale e chiede il ripristino di adeguate risorse per festival, rassegne e premi cinematografici di rilievo regionale, con un’attenzione specifica alle iniziative attive nelle aree interne e nei territori più colpiti dalle conseguenze del sisma. La richiesta nasce a seguito dei tagli pari a 160 mila euro operati nel 2025, azzeramento confermato anche per il triennio 2026-2028, nonostante il valore di queste manifestazioni.
Tagli che rischiano di impoverire ulteriormente la vita culturale e sociale delle aree interne e di colpire esperienze che rappresentano presìdi fondamentali contro lo spopolamento. Mentre oggi la cultura, per la Giunta al governo, è solo ornamentale al turismo e priva del suo valore di coesione e crescita per le comunità che popolano i territori”.
Energia rinnovabile e tutela dell’Appennino marchigiano
Energia rinnovabile e tutela dell’Appennino marchigiano

Vorrei condividere un passaggio importante del lavoro in Consiglio regionale.
L’altro giorno, in Terza Commissione “Ambiente e Territorio”, abbiamo incontrato i rappresentanti dei comitati che hanno presentato la petizione sulla moratoria degli impianti eolici industriali sull’Appennino marchigiano.
È stato un confronto serio, documentato, e la Commissione ha seguito con attenzione gli aspetti critici evidenziati: tutela del paesaggio, fragilità degli ecosistemi montani, impatti sulla biodiversità, viabilità e cantierizzazioni, rischio di scelte calate dall’alto e poco condivise.
Personalmente, avevo già sottoscritto la posizione contro la realizzazione del mega impianto eolico sul Monte Miesola nei pressi di Sassoferrato. E continuo a pensare che le preoccupazioni espresse dai comitati, e da tanti amministratori locali, meritino ascolto e rispetto.
È vero: la competenza regionale sui procedimenti autorizzativi è “relativa” e non vincolante. Ma questo non significa che la Regione debba restare in silenzio o limitarsi a fare da passacarte.
Al contrario: quando è in gioco la qualità del nostro territorio e il futuro delle aree interne, prendere posizione conta.
Io sto da una parte precisa: dalla parte di un’idea di transizione ecologica che sia davvero tale: non solo energetica, ma anche ambientale, sociale e territoriale.
Perché qui non si tratta di essere “pro” o “contro” le rinnovabili. Si tratta di scegliere come farle e dove farle.
Se la transizione diventa un’operazione industriale che scarica i costi ambientali sulle aree più fragili e meno popolate, rischiamo un paradosso: combattere la crisi climatica creando nuove ferite al paesaggio e ai sistemi naturali.
Per questo, quando si lavorerà al Piano energetico (e agli strumenti di pianificazione collegati), servirà una linea chiara e rigorosa:
- massima attenzione all’individuazione delle aree non idonee, soprattutto in Appennino e nei contesti di maggiore pregio paesaggistico e naturalistico;
- priorità netta a efficienza energetica, riduzione dei consumi, riqualificazione degli edifici;
- spinta vera su fotovoltaico su coperture, aree già compromesse, infrastrutture esistenti, evitando nuovo consumo di suolo;
- sostegno concreto alle Comunità Energetiche: energia prodotta e condivisa localmente, con benefici reali per cittadini e imprese;
processi decisionali partecipati, con – coinvolgimento di Comuni, comunità e portatori di interesse, perché la transizione imposta dall’alto non regge e non dura.
Le Marche hanno bisogno di energia pulita, sì.
Ma hanno bisogno anche, e forse prima di tutto, di buon governo del territorio.


