Hotel House, una situazione non più tollerabile: la Regione assuma la regia di un piano straordinario

Hotel House, una situazione non più tollerabile: la Regione assuma la regia di un piano straordinario


Nasce il Circolo cittadino di Europa Verde – Verdi Jesi (AVS)

Nasce il Circolo cittadino di Europa Verde – Verdi Jesi (AVS)


Europa Verde – Verdi continua a crescere nelle Marche e rafforza il proprio radicamento nella provincia di Ancona. È nato ufficialmente il Circolo cittadino di Europa Verde – Verdi Jesi, frutto dell’impegno di un gruppo di cittadine e cittadini che hanno scelto di costruire uno spazio politico aperto e partecipato, fondato sui valori dell’ecologismo, della giustizia sociale, della pace, dei diritti e della difesa dei beni comuni.

La presentazione si è svolta questa mattina al Circolo Cittadino di Jesi, con la partecipazione del consigliere regionale di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce provinciale di Europa Verde, Andrea Nobili, che ha portato il saluto del movimento e sottolineato l’importanza di rafforzare la presenza dei Verdi nei territori, dove si affrontano quotidianamente le sfide legate all’ambiente, alla qualità della vita e alla coesione sociale.

“Viviamo un tempo in cui la crisi climatica, il consumo di suolo, il dissesto idrogeologico, la perdita di biodiversità, la transizione energetica e l’aumento delle disuguaglianze impongono alla politica un cambio di paradigma. Non servono interventi occasionali o misure di facciata: occorrono una visione chiara, competenza e il coraggio di mettere al centro l’interesse collettivo. È da questa consapevolezza che nasce il nostro impegno per Jesi”, dichiara Nobili.

Il percorso costitutivo proseguirà nei prossimi mesi. Giulia Stronati e Andrea Garbini sono stati indicati come candidati al ruolo di co-portavoce cittadini, in vista dell’assemblea in programma a settembre, chiamata a eleggere i co-portavoce e gli organismi direttivi del nuovo Circolo. Sarà un ulteriore momento di partecipazione democratica, finalizzato a consolidare la presenza di Europa Verde – Verdi a Jesi e a definire l’organizzazione del movimento nel territorio.

Il Circolo si propone di diventare un luogo permanente di partecipazione, confronto ed elaborazione politica, aperto a tutte le persone che condividono i valori dell’ecologia e desiderano contribuire alla costruzione di una città più sostenibile, inclusiva e solidale, capace di affrontare con serietà le sfide del presente e del futuro.

La transizione ecologica rappresenta una grande occasione di sviluppo e innovazione. Ambiente ed economia non sono in contrapposizione: investire nella tutela del territorio, nella mobilità sostenibile, nelle energie rinnovabili, nell’economia circolare e nella rigenerazione urbana significa creare lavoro di qualità, migliorare i servizi e rendere le comunità più sicure e resilienti.

Con la costituzione della nuova realtà jesina, Europa Verde intende rafforzare una presenza politica capace di ascoltare il territorio e trasformare le istanze della cittadinanza in proposte concrete.

Europa Verde – Verdi Jesi guarda con convinzione alla costruzione del campo largo anche nella realtà cittadina. Le sfide che abbiamo davanti, dalla crisi climatica alle disuguaglianze sociali, dalla difesa della sanità pubblica alla tutela del territorio, richiedono responsabilità, dialogo e capacità di costruire percorsi comuni.

Il nuovo Circolo lavorerà quindi per favorire il confronto e la collaborazione tra le forze progressiste, ecologiste, civiche e riformiste che condividono una visione fondata sullo sviluppo sostenibile, sulla giustizia sociale e sulla partecipazione democratica, nella convinzione che solo un progetto ampio, credibile e radicato possa rappresentare una vera alternativa per Jesi.

Nei prossimi mesi sarà avviato un programma di iniziative pubbliche, incontri tematici e momenti di ascolto rivolti a cittadini, associazioni, imprese, giovani e realtà politiche e sociali del territorio. L’obiettivo è contribuire alla costruzione di una città più verde, più giusta e più moderna, nella quale la tutela dell’ambiente diventi il motore di un nuovo modello di sviluppo e di una migliore qualità della vita.

La sfida assunta dal nuovo Circolo è riportare l’ecologia al centro dell’azione politica locale, trasformandola in un progetto concreto di governo del territorio e di futuro per la comunità jesina.

 

Europa Verde – Verdi Jesi


"La pace nasce da politiche sociali e ambientali".

"La pace nasce da politiche sociali e ambientali".


Transizione energetica, contrasto alle politiche del riarmo, diritto all’istruzione pubblica, pace e ambiente sono i temi che hanno animato il dibattito con l’europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra Benedetta Scuderi, nell’incontro pubblico presso la sede di Avs Marche, in piazza del Crocifisso, ad Ancona.
Ad animare lo spazio di confronto politico, insieme all’intervento del capogruppo di Avs in Regione, Andrea Nobili, sono state le testimonianze dei più giovani: Pietro Oggioni, coordinatore provinciale della Rete degli studenti medi, e Sabrina Brizzola, presidente del Comitato studentesco Univpm, “persone portatrici di punti di vista vivi e urgenti – ha ricordato Nobili –. L’incontro di sabato, ‘Marche, Europa’, ci ha ricordato come i temi europei, sebbene finiscano spesso per sembrare estranei alla cronaca dei nostri territori, dimostrino invece di avere una risonanza profonda nell’agire politico delle nuove generazioni”.
L’europarlamentare Benedetta Scuderi – che scherzosamente da fatto presente di avere gli stessi anni del sindaco di New York e, dunque, di appartenere a una generazione in grado, in altre parti del mondo, d’assumere responsabilità di governo – ha sottolineato l’impegno di Avs nel Parlamento europeo contro la crescente economia del riarmo e della guerra. Un futuro di pace, invece, si costruisce investendo nella transizione energetica, nel rispetto dell’ambiente e nella definizione di un modello capace di produrre anche politiche di welfare sociale più eque e umane.
Non bisogna essere fatalisti, ha riflettuto Scuderi: “Le proteste civili di chi è sceso per le strade, nelle manifestazioni ambientaliste degli ultimi anni o, più recentemente, per la Palestina, hanno un’influenza reale sugli indirizzi politici europei”. L’invito rivolto ai più giovani è quello di farsi sentire e partecipare. “È per questo che uno spazio di incontro e scambio, come la sede regionale di Avs ad Ancona, in piazza del Crocifisso, è una risorsa preziosissima”.
Brizzola, del Comitato studentesco Univpm, ha ricordato come ormai gli spazi aggregativi per chi fa politica siano sempre più scarsi, ad Ancona e nel territorio: “Anche l’università non è più un luogo dove si formano cittadini attivi e pensanti, ma solo ingranaggi di un sistema produttivo e competitivo”.
Intenso anche l’appello di Oggioni per la difesa dei popoli oppressi: “Nelle sofferenze del popolo palestinese si addensano dinamiche di oppressione che hanno origine in meccanismi di sfruttamento su scala planetaria”.
Andrea Bellardinelli di Sinistra Italiana Ancona e Gaia Bianchini di Europa Verde Ancona, nell’aprire l’iniziativa, hanno rivolto un invito, spiegando come la sede di Avs sia un luogo di incontro aperto, un laboratorio democratico pronto ad accogliere chi, soprattutto fra i più giovani, sente la necessità di aggregarsi per elaborare nuove strategie politiche.

Ufficio stampa Avs Marche


Pdl "anti kebab": una "supercazzola" utile solo ad alimentare narrazioni tossiche

Pdl "anti kebab": una "supercazzola" utile solo ad alimentare narrazioni tossiche


La proposta di legge 64 della Giunta regionale, ormai diventata nota come pdl “anti kebab”, è un nonsenso privo di veri contenuti, ma molto funzionale, per chi l’ha ideata e scritta, a costruire una narrazione propagandistica e tossica.

Una narrazione che ha avuto soprattutto l’effetto di mettere alla gogna i ristoranti etnici e, più in generale, quelle attività commerciali considerate estranee a una non meglio definita identità italiana.

Per questo ho presentato in Consiglio regionale un’interrogazione a risposta immediata, chiedendo alla Giunta di fare chiarezza sul testo e di escludere esplicitamente qualsiasi possibilità di introdurre limitazioni fondate sulla provenienza nazionale degli operatori o sulla connotazione cosiddetta “etnica” dei prodotti e dei servizi offerti.

La proposta di legge avrebbe dovuto affrontare un problema reale: la desertificazione commerciale dei borghi storici e dei centri urbani delle Marche. Un fenomeno che richiederebbe risorse, strategie e strumenti concreti per sostenere le attività di qualità e mantenere vivi i nostri centri.

Nel provvedimento, però, da questo punto di vista non c’è praticamente nulla. Non vengono stanziate risorse e non vengono delineate politiche capaci di contrastare seriamente la chiusura dei negozi e l’impoverimento del tessuto commerciale.

In compenso, la proposta ha dato il via a una serie di slogan semplificatori contro le attività etniche, a partire dai kebab.

L’intera narrazione costruita intorno al provvedimento si regge soprattutto sull’articolo 5, comma 2, lettera b), che attribuirebbe ai Comuni la possibilità di limitare l’insediamento di alcuni esercizi commerciali. È proprio questo passaggio ad aver consentito di scatenare un racconto tossico e discriminatorio nei confronti delle attività considerate “non identitarie”.

Siamo tutti d’accordo sulla necessità di evitare la desertificazione dei borghi storici e di rilanciare nelle nostre città le attività commerciali di qualità. Ma non si raggiunge questo obiettivo indicando come nemico il ristorante etnico o il negozio gestito da cittadini di origine straniera.

Servono politiche serie, incentivi, sostegno agli affitti, servizi, accessibilità e iniziative capaci di riportare persone e attività nei centri storici. Non servono operazioni propagandistiche costruite sulla contrapposizione tra attività “identitarie” e “non identitarie”.

Con il dovuto rispetto e preso atto della situazione, mi permetto allora di citare Ugo Tognazzi e di definire questo provvedimento un’autentica “supercazzola”, simile ai nonsense che il conte Lello Mascetti utilizzava nei film di Amici miei per confondere passanti e autorità.

Una “supercazzola” che, pur essendo priva di effetti concreti, rischia però di produrre conseguenze politiche e culturali molto serie, alimentando diffidenza, discriminazioni e narrazioni ostili verso una parte delle attività commerciali delle nostre città.


A Montacuto il caldo è eccessivo: la Regione verifichi le condizioni sanitarie nelle carceri

A Montacuto il caldo è eccessivo: la Regione verifichi le condizioni sanitarie nelle carceri


Ieri pomeriggio ho visitato il carcere di Montacuto, ad Ancona, per verificare direttamente le condizioni di vita delle persone detenute e di lavoro del personale durante questi giorni di caldo torrido.

Sono entrato nell’istituto proprio nelle ore di maggiore canicola, accompagnato dalla direttrice degli Istituti penitenziari riuniti di Ancona, Sonia Razzetti. Come consigliere regionale, infatti, ho tra le mie prerogative anche quella di controllare le condizioni presenti nelle strutture penitenziarie delle Marche.

A colpirmi è stato soprattutto il caldo eccessivo riscontrato nell’area sanitaria e parasanitaria, dove lavorano medici, infermieri e altro personale, in assenza di impianti di condizionamento. Le condizioni sono durissime per le persone detenute, per la polizia penitenziaria e per tutti coloro che ogni giorno operano all’interno dell’istituto.

Conosco bene il mondo carcerario anche per la mia precedente esperienza come Garante dei diritti nelle Marche. Proprio per questo ritengo indispensabile che, in presenza di temperature così elevate, tutte le istituzioni competenti esercitino pienamente le proprie responsabilità.

Ho quindi presentato un’interrogazione alla Giunta regionale per sapere se il Coordinamento regionale della sanità penitenziaria abbia provveduto al necessario monitoraggio delle condizioni sanitarie negli istituti di reclusione, nel rispetto dei protocolli previsti.

Questi sono giorni estremamente difficili per chi vive e lavora nelle carceri. Ancora più che in altri periodi dell’anno, occorre fare tutto il possibile per proteggere le persone più fragili.

Penso in particolare ai detenuti con più di 65 anni e a coloro che soffrono di patologie cardiovascolari, respiratorie, metaboliche o psichiatriche, di dipendenze patologiche o di altre condizioni di particolare vulnerabilità. Alla Giunta chiediamo di chiarire quali programmi specifici di sorveglianza sanitaria siano stati attivati nei loro confronti.

Attraverso l’interrogazione voglio inoltre sapere se le Aziende sanitarie territoriali competenti abbiano effettuato sopralluoghi e verifiche igienico-sanitarie, anche rispetto alla disponibilità di acqua potabile, alla ventilazione degli ambienti e all’assistenza delle persone più esposte ai rischi legati alle alte temperature.

Il caldo estremo non è infatti un problema isolato. Quando si somma al sovraffollamento, alle condizioni strutturali spesso inadeguate degli istituti e alla riduzione delle attività trattamentali durante l’estate, aumenta il rischio di disidratazione, colpi di calore, aggravamento delle patologie croniche, crisi psichiatriche, atti di autolesionismo, tentativi di suicidio e tensioni all’interno delle strutture.

Il carcere di Montacuto, come recentemente ricordato anche dal Garante regionale dei diritti della persona, si trova già in una grave situazione di sovraffollamento. Criticità sono note anche negli istituti di Fermo, Pesaro e Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno. È quindi evidente la necessità di rafforzare gli interventi a tutela della salute e della dignità delle persone detenute.

La prevenzione di questi rischi rientra pienamente nelle competenze del Servizio sanitario regionale. La Regione ha istituito un sistema di coordinamento della sanità penitenziaria e un Tavolo regionale di confronto con l’Amministrazione penitenziaria, il Garante regionale dei diritti della persona e gli altri soggetti istituzionali competenti.

Questi strumenti devono essere utilizzati concretamente per monitorare le criticità e promuovere interventi condivisi. La salute e la dignità delle persone private della libertà non possono essere considerate diritti di minore importanza, neppure nelle condizioni più difficili.

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Minori nelle comunità: i Comuni non possono essere lasciati soli

Minori nelle comunità: i Comuni non possono essere lasciati soli


La vicenda di Santa Maria Nuova non è un caso isolato e non può essere liquidata come il problema di un singolo Comune. Le dimissioni del sindaco rappresentano il sintomo di una criticità strutturale che riguarda l’intero sistema di tutela dei minori nelle Marche.

Al primo cittadino, da sempre attento ai temi della tutela minorile, va tutta la mia solidarietà, insieme all’invito a revocare le dimissioni.

Conosco molto bene questa materia, sia come avvocato che da anni si occupa di tutela dei minori, sia per l’esperienza maturata nelle istituzioni. Quando un tribunale dispone il collocamento di un minore in una comunità, lo fa per garantirne il superiore interesse. Quella decisione deve essere eseguita senza esitazioni.

Il problema è che oggi il costo di questi interventi ricade quasi interamente sul Comune di residenza. Per i piccoli enti locali le conseguenze possono diventare devastanti.

Un Comune di dimensioni ridotte può trovarsi improvvisamente a sostenere centinaia di migliaia di euro di spesa, compromettendo gli equilibri di bilancio e mettendo a rischio altri servizi essenziali. Non possiamo accettare che la tutela di un bambino o di una bambina dipenda dalla dimensione del Comune in cui vive o dalla capacità finanziaria dell’amministrazione locale.

Per questa ragione presenterò un’interrogazione alla Giunta regionale. Voglio conoscere il numero complessivo dei minori collocati nelle comunità nelle Marche, quanto spendono ogni anno i Comuni e quali strumenti di sostegno siano stati messi a disposizione dalla Regione.

Accanto alla ricostruzione dei dati, però, serve una risposta politica. La Regione deve istituire un tavolo di confronto con i Comuni, gli Ambiti territoriali sociali, il Tribunale per i minorenni e l’Anci, con l’obiettivo di costruire un sistema più equo e sostenibile.

La proposta è chiara: istituire un fondo regionale di solidarietà per sostenere i Comuni chiamati a farsi carico dei collocamenti disposti dall’autorità giudiziaria, evitando che pochi provvedimenti possano mettere in crisi il bilancio di un ente locale.

Sarebbe però un grave errore trasformare questo dibattito in una discussione sul numero dei collocamenti o in una contestazione delle decisioni assunte nell’interesse dei minori. Il diritto dei bambini e delle bambine alla protezione non è negoziabile.

La vera sfida consiste nel rafforzare la prevenzione, l’educativa domiciliare, il sostegno alle famiglie e l’affido familiare, in modo da ridurre, quando possibile e nell’interesse del minore, il ricorso alle comunità.

Proteggere i minori e sostenere i Comuni non sono obiettivi contrapposti. Sono due aspetti della stessa responsabilità pubblica.

La Regione Marche ha il dovere di affrontare questa emergenza con una visione complessiva. Non possiamo lasciare i sindaci soli di fronte a decisioni che riguardano l’intera collettività e la tutela dei diritti fondamentali dei minori.


Discariche, irricevibile un blitz della maggioranza sulla riduzione delle distanze

Discariche, irricevibile un blitz della maggioranza sulla riduzione delle distanze


Sarebbe irricevibile una modifica così rilevante al Piano regionale di gestione dei rifiuti, per di più introdotta attraverso un emendamento presentato nell’ultima fase dell’iter.

La maggioranza di centrodestra ha annunciato l’intenzione di ridurre da 1.500 a 1.000 metri la distanza minima delle nuove discariche dai centri abitati, consentendo inoltre ai Consigli comunali di abbassarla fino a 500 metri.

Non parliamo di un semplice aggiustamento tecnico, ma di una scelta destinata a incidere pesantemente sulla vita delle persone, in particolare di chi abita vicino a un’area nella quale potrebbe essere realizzata una discarica.

Una modifica di questo genere cambierebbe la mappa dei siti potenzialmente utilizzabili e, di conseguenza, gli impatti sui territori e sulla popolazione. Per questo non sarebbe accettabile sottoporre a una nuova Valutazione ambientale strategica soltanto l’eventuale emendamento, lasciando invariato il resto del Piano rifiuti.

Se la proposta della maggioranza venisse presentata e approvata, la Vas dovrebbe prendere nuovamente in esame l’intero Piano. La valutazione svolta finora si fonda infatti su uno scenario che prevede il limite di 1.500 metri. Ridurlo a 1.000 metri, e addirittura a 500 per decisione dei singoli Comuni, significherebbe costruire uno scenario completamente diverso.

Un emendamento così impattante non può essere valutato come se fosse una modifica isolata e svincolata dal resto del Piano, magari con l’obiettivo di evitare la riapertura dell’iter e accelerarne l’approvazione.

C’è poi una questione fondamentale di trasparenza e partecipazione. Le comunità locali, i Comuni, le associazioni e tutti i soggetti interessati hanno il diritto di conoscere e valutare le conseguenze reali di una simile modifica. Sarebbe inaccettabile introdurla nell’ultima fase dell’iter con un blitz procedurale e senza un confronto pubblico adeguato.

La maggioranza rinunci quindi all’intervento annunciato. Qualora decidesse comunque di presentarlo, la correttezza istituzionale imporrebbe di riaprire la Vas sull’intero Piano e di sottoporre il nuovo scenario a un confronto pubblico vero e trasparente.


Aree protette, la Regione sceglie l’immobilismo

Aree protette, la Regione sceglie l’immobilismo


Le Marche continuano a essere prive di aree marine protette e il nuovo Programma quinquennale per le aree protette 2026-2030 non assume alcun impegno operativo per superare questa situazione.

La Regione dovrebbe completare le istruttorie e contribuire a sbloccare i procedimenti per l’istituzione dell’area marina protetta della Costa del Monte Conero e del Parco marino del Piceno. Ha scelto, invece, la strada dell’immobilismo.

Per questo ho presentato, insieme al gruppo di Alleanza Verdi e Sinistra, 14 emendamenti al Programma quinquennale per le aree protette, con l’obiettivo di rilanciare anche gli iter relativi alle due aree marine.

La Regione dovrebbe sollecitare il Ministero dell’Ambiente, coordinare gli enti locali e coinvolgere gli enti gestori, la comunità scientifica e le associazioni ambientaliste. Un’iniziativa ancora più urgente considerando le pressioni crescenti alle quali è sottoposto il mare marchigiano: urbanizzazione, infrastrutture, traffico nautico, erosione costiera, pesca, inquinamento e cambiamenti climatici.

Il Programma appena approvato si limita invece ad amministrare ciò che già esiste. Non individua nuove aree da sottoporre a tutela e non chiarisce in che modo le Marche intendano contribuire agli obiettivi fissati per il 2030.

Per raggiungere il traguardo della tutela del 30 per cento della superficie terrestre e marina regionale, stabilito dalle strategie europee e nazionali, restano ancora circa 860 chilometri quadrati da proteggere.

Il documento richiama questo obiettivo, ma non indica quali territori dovranno essere tutelati, con quali tempi, attraverso quali strumenti e con quali risorse. Il rischio concreto è che il 2030 rimanga soltanto una data scritta sulla copertina del Programma.

Anche i criteri di distribuzione delle risorse confermano un’impostazione eccessivamente conservativa. Per le spese correnti vengono mantenuti gli importi e le percentuali del 2025, fondati sulla cosiddetta “spesa storica”, mentre per gli investimenti viene riproposta la ripartizione già adottata nel precedente Programma 2021-2025.

In sostanza, le risorse vengono distribuite replicando quanto avvenuto negli anni precedenti, senza un nuovo calcolo basato sui fabbisogni attuali degli enti gestori e dei territori.

Mancano inoltre criteri premiali legati al ripristino degli habitat, al monitoraggio scientifico, alla tutela delle specie e ai risultati effettivamente raggiunti nella conservazione della biodiversità.

Il Programma stima un fabbisogno annuo di circa 2,4 milioni di euro per le spese correnti e di 800 mila euro per gli investimenti. Tuttavia, oltre il 74 per cento dei trasferimenti correnti viene assorbito dai costi di funzionamento.

Questo dato dimostra con chiarezza che le risorse sono insufficienti. Dopo aver garantito il personale e il funzionamento delle strutture, restano margini troppo limitati per gli interventi di conservazione, il monitoraggio, la ricerca scientifica e il ripristino ambientale.

I nostri emendamenti chiedevano di trasformare il Programma in un vero strumento di sviluppo della tutela ambientale regionale: istituire nuove aree protette, assumere un’iniziativa concreta per la protezione del mare, garantire risorse adeguate e fissare obiettivi misurabili da raggiungere entro il 2030.

Le Marche hanno bisogno di una politica per la biodiversità capace di guardare al futuro. Limitarsi ad amministrare l’esistente non è sufficiente, soprattutto di fronte alla crisi climatica, alla perdita degli habitat e alle crescenti pressioni sul territorio e sul mare.


Il fallimento delle politiche culturali della Regione Marche

Il fallimento delle politiche culturali della Regione Marche


Mentre la Giunta Acquaroli continua a moltiplicare conferenze stampa, inaugurazioni e passerelle, il sistema culturale marchigiano vive una delle fasi più confuse e incerte degli ultimi anni.

Da mesi, insieme al gruppo di Alleanza Verdi e Sinistra in Consiglio regionale, denuncio l’assenza di una vera politica culturale. Lo abbiamo fatto attraverso interrogazioni sui bandi per lo spettacolo dal vivo, sulla mancata pubblicazione di nuove misure, sui ritardi nelle procedure amministrative e sulle crescenti difficoltà incontrate da associazioni, operatori culturali, enti locali e imprese creative nel programmare le proprie attività.

Oggi il problema è sotto gli occhi di tutti. Nel 2026 non esiste ancora un Piano Cultura che fornisca un quadro chiaro e leggibile della programmazione culturale regionale per l’annualità in corso. Non è dato sapere quali siano le priorità strategiche della Giunta, quali risorse siano realmente disponibili, quali misure debbano ancora essere attivate e quali risultati abbia prodotto il Piano triennale della cultura 2025-2027, che avrebbe dovuto rappresentare il principale strumento di indirizzo delle politiche culturali regionali.

La sensazione è che la cultura sia stata ridotta a una sommatoria di eventi, comunicati stampa e iniziative episodiche, prive di una regia complessiva e di una visione di lungo periodo.

A ciò si aggiunge una questione che sta creando crescente preoccupazione tra gli operatori del settore: numerosi contributi relativi ai bandi del 2025 risultano ancora in attesa di liquidazione. Una situazione che produce conseguenze pesantissime per associazioni, compagnie, festival, organizzatori e realtà culturali che hanno anticipato risorse proprie confidando nei tempi della pubblica amministrazione.

Mentre siamo ormai nel pieno del 2026, non risulta inoltre ancora pubblicato un nuovo bando regionale ordinario dedicato alle attività e ai progetti di spettacolo dal vivo per l’annualità in corso. Un ritardo che alimenta l’incertezza e rende impossibile una seria programmazione da parte degli operatori culturali.

Una Regione seria non può chiedere agli operatori culturali di fare da banca alla pubblica amministrazione.

Ancora più grave è quanto sta avvenendo sul fronte della Fondazione Marche Cultura e della Marche Film Commission. Ho richiesto chiarimenti e documentazione sulle procedure adottate, sui criteri utilizzati e sugli esiti di diverse attività gestionali. A queste richieste non è stato fornito un riscontro adeguato e completo. Si tratta di una situazione inaccettabile.

Nei mesi scorsi ho presentato anche una specifica interrogazione relativa ai contributi pubblici assegnati nel settore audiovisivo, depositando un’articolata documentazione dalla quale emergevano elementi idonei a delineare collegamenti societari e professionali stabili tra soggetti ricorrenti nei progetti finanziati.

Non ho ricevuto una risposta nel merito. La documentazione prodotta non è stata vagliata e non è stata svolta alcuna verifica sostanziale sui rapporti evidenziati.

Ci si è limitati a una risposta burocratica e formale, eludendo la questione centrale: come vengono valutate queste situazioni e quali strumenti di controllo vengono adottati per garantire la piena imparzialità nell’assegnazione delle risorse pubbliche?

È esattamente questo il problema della gestione culturale della Giunta Acquaroli. Si concentrano sempre più risorse, competenze e funzioni in organismi esterni all’amministrazione regionale, ma quando il Consiglio regionale chiede trasparenza, documenti e chiarimenti, le risposte diventano evasive, parziali o del tutto insufficienti.

La cultura non può trasformarsi in una zona sottratta al controllo democratico.

A rendere il quadro ancora più delicato è il permanere della coincidenza tra la carica di presidente e quella di direttore della Fondazione, nonostante le assicurazioni fornite dalla Giunta sulla volontà di rimuovere questa situazione di incompatibilità.

Su questo tema è stata presentata una specifica segnalazione all’Autorità nazionale anticorruzione ed è necessario che vengano forniti chiarimenti definitivi e pubblici. Non spetta alla politica sostituirsi agli organismi di controllo. Spetta però alla politica pretendere che ogni procedura sia pienamente trasparente, verificabile e accessibile.

Per queste ragioni ho appena presentato una nuova interrogazione consiliare, finalizzata ad accertare lo stato effettivo della programmazione culturale regionale per il 2026, l’attuazione del Piano triennale della cultura, l’entità delle risorse effettivamente impegnate e liquidate e le ragioni dei ritardi che stanno penalizzando l’intero settore.

Le Marche non hanno bisogno di una politica culturale fatta di annunci. Hanno bisogno di programmazione, trasparenza, tempi certi e rispetto per chi, ogni giorno, produce cultura nei territori.

Su questi temi, insieme al gruppo consiliare di Alleanza Verdi e Sinistra, continuerò a chiedere risposte, dati e atti. Perché la cultura non è una voce marginale del bilancio regionale: è un’infrastruttura civile, sociale ed economica della nostra comunità.


Mozione Electrolux: dignità per chi lavora. Poniamo un argine a logiche produttive che feriscono il territorio

Mozione Electrolux: dignità per chi lavora. Poniamo un argine a logiche produttive che feriscono il territorio


Ho firmato con convinzione la mozione unitaria sulla vertenza Electrolux. L’Assemblea legislativa delle Marche dice chiaramente che il piano industriale va ritirato: nessun licenziamento e nessuna chiusura. Le lavoratrici e i lavoratori non sono soli.

L’annunciata chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi nega dignità e futuro a una comunità che merita il più profondo rispetto. Un modello di sviluppo sempre più predatorio e insostenibile vorrebbe ignorare ciò che queste persone hanno dato all’azienda, nonostante i milioni di euro di sostegni pubblici e incentivi di cui il gruppo ha beneficiato nel corso degli anni.

La delocalizzazione all’estero di parte delle attività produttive, che determinerebbe la chiusura dello stabilimento del Fabrianese, colpisce duramente famiglie, giovani lavoratrici e lavoratori, ma anche dipendenti con molti anni di esperienza alle spalle. Siamo di fronte all’ennesima crisi che rischia di generare pesanti conseguenze sociali e umane in un territorio che negli ultimi anni ha già perso troppe opportunità di lavoro, impoverendosi e spopolandosi.

Occorre guardare a politiche industriali innovative e solide, dalla parte del lavoro e dei territori, capaci di difenderli dalle speculazioni di un sistema produttivo sempre più sradicato dalla realtà.

Come rappresentanti istituzionali delle Marche siamo chiamati a rispondere in modo unitario, garantendo il massimo sostegno alle lavoratrici e ai lavoratori e mettendo in campo ogni strumento utile per superare questa crisi, difendere il futuro produttivo e occupazionale del territorio e tutelare la dignità di un’intera comunità.


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