Violenza minorile: prevenire e intercettare il disagio sociale

Violenza minorile: prevenire e intercettare il disagio sociale


Riprendo il mio intervento, pubblicato oggi sulla stampa e ridotto per comprensibili ragioni di spazio, al fine di restituirgli un senso piu’ compiuto.

Ad Ancona la violenza giovanile non è più un’emergenza episodica ma un fenomeno sociale che interroga la città e chi la governa.

Parlo come avvocato che si occupa di questi temi da sempre: la criminalita’ minorile e’ l’espressione che piu’ colpisce di un disagio crescente tra i giovanissimi e che attraversa trasversalmente la nostra realta’.

Lo dico con prudenza, proveniendo da una storia personale e politica segnata dall’impegno contro le discriminazioni e dall’idea che l’integrazione sia una ricchezza, non una minaccia: una quota degli episodi di violenza minorile vede coinvolti giovani di origine straniera o di seconda generazione.

Credo che se vogliamo provare a trovare soluzioni adeguate, non possiamo voltarci dall’altra parte di fronte alla realtà.

Generalizzare e’ sbagliato e ingiusto.

Ma negare il problema è altrettanto sbagliato, con il rischio di alimentare risposte semplicistiche sul piano securitario, con sfumature razziste, dando vigore a quelle forze politiche che strumentalizzano la paura.

Molti di questi ragazzi vivono in contesti di marginalità, in famiglie fragili o assenti, senza radici stabili. Si aggregano in gruppi, diventano bande, cercano identità nella forza e nella sopraffazione.

Lo vedono i cittadini, lo vedono gli insegnanti, lo vedono gli operatori sociali: far finta di nulla significa perdere credibilità e tempo prezioso.

Accanto alla dimensione sociale c’è una grande responsabilità istituzionale: la crisi del Tribunale per i Minorenni delle Marche. Organici insufficienti, ritardi che in materia minorile equivalgono a rinunce.

Senza una giustizia minorile forte, tempestiva e competente, ogni discorso su prevenzione e recupero resta retorica. Qui non servono parole: servono persone, strutture e risorse.

Ma c’è anche una questione politico-amministrativa che riguarda le scelte, le priorità e anche le omissioni di chi governa la città.

L’amministrazione comunale non sta dando risposte all’altezza: servono progetti chiari, coordinati e strutturali su prevenzione, presidi educativi e sicurezza urbana.

Serve un piano specifico per le ore serali, non solo presenza coordinata e continuativa delle forze dell’ordine: accanto al controllo del territorio, è decisivo il lavoro dell’educativa di strada, capace di incontrare i ragazzi nei loro luoghi reali di vita.

Ma parlare di sicurezza significa soprattutto proporre alternative reali alla strada. Servono spazi di aggregazione sociale gratuiti: spazi dove poter fare e ascoltare musica, praticare sport o attività laboratoriali.

Va rafforzato con determinazione l’accesso allo sport e alla cultura per i ragazzi più esposti, insieme al sostegno alle famiglie fragili, senza il quale ogni intervento rischia di essere solo una toppa.

C’è poi un elemento che va detto con chiarezza: parte dei giovani coinvolti in questi episodi non risiedono ad Ancona, ma provengono da altri comuni del territorio. Questo conferma che non siamo di fronte solo a un problema “del centro di Ancona”, ma a un fenomeno di area vasta, che attraversa i confini amministrativi e riguarda l’intero sistema dei servizi educativi e sociali.

Serve un progetto straordinario di cui la nostra città potrebbe essere capofila e che veda il coinvolgimento in rete di Regione, Ambiti territoriali sociali, Comuni limitrofi, Tribunale per i Minorenni, Scuole, Associazioni e Forze dell’ordine, perché la frammentazione degli interventi è parte del problema.

Se vogliamo affrontare seriamente i temi del disagio e della violenza giovanile occorrono la capacità e il coraggio di intervenire con progetti mirati nei contesti più degradati, con risorse dedicate e continuità di presenza, tenuti insieme da una forte regia pubblica che consideri la prevenzione sociale lo strumento piu’ efficace.


 Giustizia minorile allo stremo, violenza in aumento

Giustizia minorile allo stremo, violenza in aumento


Ho presentato in Consiglio Regionale una mozione sulla situazione sempre più critica del Tribunale per i Minorenni delle Marche.

Mancano magistrati, manca personale, e il numero dei procedimenti civili e penali da trattare supera ormai i 10.000. A denunciarlo gli stessi magistrati in servizio, che parlano apertamente di un sistema vicino al collasso.

Un solo pubblico ministero per tutta la regione, solo due giudici togati in servizio su cinque, uffici amministrativi ridotti a metà.

E tutto questo mentre cresce, sotto gli occhi di tutti, il disagio minorile.

Proprio in questi giorni, ad Ancona, un ragazzo di sedici anni è stato aggredito da un gruppo di coetanei in pieno centro, pestato a sangue a calci e pugni per un motivo banale. Una scena brutale, che scuote e interroga.

E che ci ricorda che la giustizia minorile non è un tema tecnico, ma una questione di civiltà, sicurezza e tutela dei più fragili.

Non possiamo continuare a ignorare i segnali. Serve un intervento deciso del Ministero della Giustizia per potenziare il Tribunale, e serve che anche la Regione faccia la sua parte, rafforzando i servizi educativi, sociali, di prossimità.

Le risposte devono arrivare prima che la violenza esploda. Non possiamo più permetterci di intervenire tardi.


Riformare si può, indebolire i controlli, no

Riformare si può, indebolire i controlli, no


La riforma della Corte dei Conti approvata a fine anno, in fretta e furia, segna un passaggio delicatissimo per la nostra democrazia.

Non perché “non si debba toccare nulla”; nessuno è feticista dello status quo, ma perché qui non siamo davanti a una manutenzione ordinaria: siamo di fronte a un intervento che riduce il perimetro della responsabilità e l’efficacia dei controlli sull’uso del denaro pubblico.

Limitare la responsabilità erariale al 30% del danno accertato e restringere la nozione di colpa grave significa, in concreto, trasferire una parte consistente dei costi degli errori – o peggio delle negligenze – sulla collettività.

Se un amministratore sbaglia “gravemente”, paga solo in parte: il resto lo pagano i cittadini. Non esattamente il miglior modo per rafforzare la cultura della legalità e del buon andamento dell’amministrazione, che la Costituzione pone a presidio dell’interesse generale.

Preoccupa anche l’estensione del silenzio-assenso nei controlli preventivi: trasformare il mancato riscontro in via libera automatico non accelera la buona amministrazione, al massimo accelera i rischi. La vera PA efficiente non è quella senza controlli, ma quella che decide bene e in modo trasparente.

Riformare sì, ma rafforzando i presìdi di legalità, non smontandoli. La Corte dei Conti è un organo di garanzia previsto dalla Costituzione, non un intralcio ideologico. Le voci critiche dei magistrati contabili meritavano ascolto, non fretta e votazioni lampo a fine anno.

In una fase storica in cui sono in gioco risorse enormi – PNRR, grandi opere, investimenti pubblici – servono controlli indipendenti forti, responsabilità chiare, trasparenza piena. Non scudi, non amnesie di sistema, non incentivi alla leggerezza.

La politica ha un dovere: dimostrare che il denaro pubblico è sacro perché viene dal lavoro di tutti. Indebolire chi vigila su questo principio non è coraggio riformatore; è un passo nella direzione sbagliata.


Giovani, sociale, cultura e sanità, i miei interventi sul Bilancio regionale

Giovani, sociale, cultura e sanità, i miei interventi sul Bilancio regionale


Giovani, politiche sociali, sanità e cultura al centro degli interventi che, come consigliere regionale di Alleanza Verdi Sinistra, ho portato sulla sessione di Bilancio della Regione Marche, che si è tenuta nell’emiciclo di Palazzo Leopardi e dove ho presentato due emendamenti alla Legge di previsione di bilancio e alla Legge di stabilità, oltre a due ordini del giorno rivolti alla Giunta regionale.
Una manovra senza visione, senza la capacità di guardare dentro i bisogni delle comunità, sociali e ambientali, e dunque di pura gestione ma incapace di traghettare la Regione fuori dalle crescenti vulnerabilità. I due emendamenti proposti riguardano le politiche sociali e sanitarie, temi che sono rappresentati in modo inadeguato nel presente Defr.
Il primo emendamento riguarda l’istituzione di un fondo da 300 mila euro per la prevenzione del disagio giovanile, risorse che potrebbero essere reperite dall’Atim, l’Agenzia per il turismo e l’internazionalizzazione delle Marche, che solo nel 2026 prevede uno stanziamento di 2.465.800 euro.
Il secondo emendamento chiede lo spostamento di 100 mila euro, sempre dalle risorse Atim, per l’istituzione di un fondo destinato a garantire l’esenzione dai ticket sanitari ai minori accolti nelle comunità educative residenziali, a seguito di provvedimenti dell’autorità giudiziaria, amministrativa o di enti competenti. Il fondo servirebbe a coprire spese sanitarie oggi non garantite dal Servizio sanitario regionale e che gravano sui minori, comprese prestazioni urgenti o indifferibili, farmaci esclusi dai livelli essenziali di assistenza e spese accessorie connesse.
Si tratta di risorse necessarie per tutelare soggetti particolarmente fragili e per rispondere a bisogni reali che oggi non trovano adeguata copertura.
Oltre agli emendamenti,ho presentato due ordini del giorno. Il primo riguarda la riforma organica degli Ambiti Territoriali Sociali (Ats), che oggi evidenziano criticità organizzative, disomogeneità e difficoltà d’integrazione con il sistema sanitario regionale. Con l’atto, Nobili ha chiesto alla Giunta di impegnarsi a predisporre, entro il 30 giugno 2026, una proposta di riforma complessiva degli Ats da sottoporre all’Assemblea legislativa regionale, con particolare attenzione al rapporto con i distretti sanitari, alla governance e al finanziamento strutturale dei servizi.
Al momento questi sono affidati a una politica senza continuità, fondata su bandi, progettualità e finestre di finanziamento, quando ci sarebbe bisogno di una programmazione strutturata.
Il secondo ordine del giorno interviene sul fronte culturale e chiede il ripristino di adeguate risorse per festival, rassegne e premi cinematografici di rilievo regionale, con un’attenzione specifica alle iniziative attive nelle aree interne e nei territori più colpiti dalle conseguenze del sisma. La richiesta nasce a seguito dei tagli pari a 160 mila euro operati nel 2025, azzeramento confermato anche per il triennio 2026-2028, nonostante il valore di queste manifestazioni.

Tagli che rischiano di impoverire ulteriormente la vita culturale e sociale delle aree interne e di colpire esperienze che rappresentano presìdi fondamentali contro lo spopolamento. Mentre oggi la cultura, per la Giunta al governo, è solo ornamentale al turismo e priva del suo valore di coesione e crescita per le comunità che popolano i territori”.


Energia rinnovabile e tutela dell’Appennino marchigiano

Energia rinnovabile e tutela dell’Appennino marchigiano


Vorrei condividere un passaggio importante del lavoro in Consiglio regionale.

L’altro giorno, in Terza Commissione “Ambiente e Territorio”, abbiamo incontrato i rappresentanti dei comitati che hanno presentato la petizione sulla moratoria degli impianti eolici industriali sull’Appennino marchigiano.
È stato un confronto serio, documentato, e la Commissione ha seguito con attenzione gli aspetti critici evidenziati: tutela del paesaggio, fragilità degli ecosistemi montani, impatti sulla biodiversità, viabilità e cantierizzazioni, rischio di scelte calate dall’alto e poco condivise.
Personalmente, avevo già sottoscritto la posizione contro la realizzazione del mega impianto eolico sul Monte Miesola nei pressi di Sassoferrato. E continuo a pensare che le preoccupazioni espresse dai comitati, e da tanti amministratori locali, meritino ascolto e rispetto.
È vero: la competenza regionale sui procedimenti autorizzativi è “relativa” e non vincolante. Ma questo non significa che la Regione debba restare in silenzio o limitarsi a fare da passacarte.
Al contrario: quando è in gioco la qualità del nostro territorio e il futuro delle aree interne, prendere posizione conta.

Io sto da una parte precisa: dalla parte di un’idea di transizione ecologica che sia davvero tale: non solo energetica, ma anche ambientale, sociale e territoriale.
Perché qui non si tratta di essere “pro” o “contro” le rinnovabili. Si tratta di scegliere come farle e dove farle.
Se la transizione diventa un’operazione industriale che scarica i costi ambientali sulle aree più fragili e meno popolate, rischiamo un paradosso: combattere la crisi climatica creando nuove ferite al paesaggio e ai sistemi naturali.

Per questo, quando si lavorerà al Piano energetico (e agli strumenti di pianificazione collegati), servirà una linea chiara e rigorosa:

  • massima attenzione all’individuazione delle aree non idonee, soprattutto in Appennino e nei contesti di maggiore pregio paesaggistico e naturalistico;
  • priorità netta a efficienza energetica, riduzione dei consumi, riqualificazione degli edifici;
  • spinta vera su fotovoltaico su coperture, aree già compromesse, infrastrutture esistenti, evitando nuovo consumo di suolo;
  • sostegno concreto alle Comunità Energetiche: energia prodotta e condivisa localmente, con benefici reali per cittadini e imprese;

processi decisionali partecipati, con – coinvolgimento di Comuni, comunità e portatori di interesse, perché la transizione imposta dall’alto non regge e non dura.

Le Marche hanno bisogno di energia pulita, sì.

Ma hanno bisogno anche, e forse prima di tutto, di buon governo del territorio.


Seconda tappa nelle carceri marchigiane, Pesaro Villa Fastiggi

Seconda tappa nelle carceri marchigiane, Pesaro Villa Fastiggi


Visitare un istituto penitenziario non è mai un atto rituale. È un modo per comprendere meglio il mondo in cui viviamo.

Nei giorni scorsi ho visitato il carcere di Pesaro-Villa Fastiggi, dove ho avuto un’interlocuzione molto positiva con la direttrice dell’Istituto e con il comandante della Polizia penitenziaria.
Un confronto serio e concreto, che conferma quanto sia importante non dimenticare le donne e gli uomini che lavorano ogni giorno negli istituti penitenziari, spesso in condizioni difficili, garantendo sicurezza, diritti e tenuta dell’istituzione.
E tra i problemi che non vanno trascurati c’e’ quello della carenza d’organico della Polizia penitenziaria.

Le criticita’ anche a Pesaro sono quelle note:
– un elevato indice di sovraffollamento;
– una presenza molto significativa di detenuti con problematiche di tossicodipendenza e di carattere psichiatrico, che richiederebbero risposte sanitarie e trattamentali più strutturate;
– una quota rilevante di detenuti stranieri, con criticità evidenti sui percorsi di presa in carico e reinserimento.
Ho visitato anche la sezione femminile, una realtà meno visibile ma che pone esigenze specifiche e delicate, a partire dalla tutela della dignità, della salute e dei percorsi di recupero.

C’è poi un tema specifico che riguarda l’area sanitaria, di competenza regionale.
A Villa Fastiggi l’assistenza è affidata a cooperative sociali: ho conosciuto la responsabile del servizio e l’impressione è stata molto buona, per competenza e approccio umano.
Resta però una criticità strutturale: i contratti sono in scadenza e il rischio è quello di compromettere la continuità dell’assistenza, che in carcere non è un dettaglio amministrativo ma una condizione essenziale di tutela dei diritti e di sicurezza complessiva.

Sulla sanità penitenziaria andrebbe fatto un ragionamento a parte. È un ambito che spesso “sfugge”, perché richiede una specializzazione vera, capace di tenere insieme medicina, salute mentale, dipendenze e contesto detentivo.

Quando ero Garante dei diritti dei detenuti avevo proposto che la Università Politecnica delle Marche, attraverso la Facoltà di Medicina, attivasse un corso di perfezionamento ad hoc sulla sanità penitenziaria.
Un’idea che oggi appare ancora più attuale.

Entrare in carcere serve a questo: guardare in faccia i problemi, senza slogan e senza scorciatoie.
Il monitoraggio continua..


Nuovo studentato  ad Ancona. Oltre la propagnada,  diritto allo studio negato. Mancano politiche abitative pubbliche

Nuovo studentato  ad Ancona. Oltre la propagnada,  diritto allo studio negato. Mancano politiche abitative pubbliche”


L’inaugurazione del secondo blocco dello studentato Libertas ad Ancona è stata accompagnata, ancora una volta, da una narrazione fortemente autocelebrativa da parte dell’amministrazione comunale e dell’assessore con delega all’Università. Taglio del nastro, benedizione, dichiarazioni ottimistiche. Tutto molto ordinato. Molto meno convincente sul piano politico e sostanziale.
Per questa ragione ho depositato in Consiglio regionale un’interrogazione formale per fare chiarezza su ciò che viene presentato come un modello virtuoso, ma che solleva questioni rilevanti sul piano del diritto allo studio e dell’emergenza abitativa studentesca ad Ancona.
I numeri, al netto della propaganda, parlano chiaro: 46 nuovi posti letto, di cui solo 14 effettivamente in convenzione con ERDIS e quindi pienamente inseriti nel sistema pubblico del diritto allo studio. Tutto il resto è offerta privata, astrattamente regolata, che intercetta relativamente il bisogno degli studenti in maggiore difficoltà economica.
Nell’interrogazione ho chiesto alla Giunta regionale di chiarire il ruolo del soggetto privato che ha realizzato la struttura, la JHS s.r.l., e di spiegare se il modello adottato – fondato sulla realizzazione privata e su una convenzione pubblica limitata – sia davvero adeguato per una città che vive da anni una emergenza abitativa strutturale come Ancona.
Ho inoltre chiesto di fare piena luce sul tema dei canoni cosiddetti “calmierati”, pari a circa 300 euro per una stanza doppia e 400 euro per una singola, che – come previsto dalla normativa PNRR – corrispondono a una riduzione minima del 15% rispetto ai valori di mercato. Una soglia che, in una città dove i prezzi sono già elevati, non garantisce affatto canoni realmente accessibili per la maggioranza degli studenti e delle famiglie.
Un altro punto centrale dell’interrogazione riguarda il vincolo temporale di 12 anni previsto per questi interventi: trascorso tale periodo, le strutture potranno essere sottratte alla funzione di residenzialità studentesca. È legittimo quindi chiedersi che cosa resterà, tra dodici anni, delle politiche pubbliche sul diritto allo studio ad Ancona, se il patrimonio non entra nella disponibilità pubblica.
In questo contesto, colpisce soprattutto il silenzio del Comune di Ancona e dell’assessore con delega all’Università di fronte alle proteste e alle mobilitazioni delle associazioni studentesche, a partire da Gulliver – Sinistra Universitaria, che da anni denunciano la carenza di alloggi pubblici, l’insostenibilità dei canoni e l’assenza di una strategia strutturale. Nessun confronto reale, nessun tavolo stabile, nessun segnale di vicinanza.
Nessuno mette in discussione l’utilità di aumentare i posti letto. Ma continuare a presentare come soluzione strutturale ciò che è, nei fatti, un intervento prevalentemente privato e temporaneo significa abbassare l’asticella delle politiche pubbliche e confondere il diritto allo studio con una generica offerta immobiliare regolata.
Ancona ha bisogno di meno propaganda e più scelte coraggiose: più investimenti pubblici diretti, più posti realmente accessibili per i borsisti, più ascolto delle rappresentanze studentesche. È su questo terreno che si misura la credibilità di chi governa una città universitaria.


Gravi criticità nei Centri per uomini autori di violenza, lo vediamo nel femminicidio di Pianello

Gravi criticità nei Centri per uomini autori di violenza, lo vediamo nel femminicidio di Pianello


Emergono gravi falle nel sistema dei Centri per uomini autori di violenza (Cuav). Come consigliere regionale di Alleanza Verdi e Sinistra Andrea Nobili, ho presentato un’interrogazione alla Giunta regionale a seguito della morte di Sadjide Muslija, la donna uccisa a Pianello Vallesina, con il marito considerato il presunto responsabile del femminicidio.
Secondo quanto emerso, l’uomo già condannato per maltrattamenti stava beneficiando della sospensione della pena in virtù dell’impegno a intraprendere un percorso terapeutico presso un Cuav, percorso che però non è mai iniziato a causa delle liste di attesa. Nel frattempo, gli era stato consentito di rientrare nell’abitazione familiare.
Questa tragedia ha messo in luce gravi carenze nella rete di protezione che avrebbe dovuto garantire la sicurezza della vittima È necessario verificare se negli ultimi tre anni la Regione abbia svolto un’efficace attività di monitoraggio sui Cuav delle Marche, in particolare rispetto al rispetto degli standard di funzionamento, ai tempi di presa in carico, all’adeguatezza delle risorse professionali e all’utilizzo dei fondi pubblici, nonché ai risultati effettivamente raggiunti.
Nell’interrogazione, ho chiesto inoltre se esistano protocolli operativi formalizzati tra Regione, Uffici di esecuzione penale esterna, Procure, Tribunali e Ambiti Territoriali Sociali, per garantire canali prioritari ai casi con prescrizioni giudiziarie e tempi di intervento compatibili con la valutazione del rischio.
Dopo quanto accaduto è indispensabile potenziare l’offerta regionale dei Cuav, ridurre o azzerare le liste di attesa, garantire risposte tempestive nei casi a rischio, rafforzare il coordinamento tra istituzioni e intensificare la vigilanza sui centri. Su questi aspetti chiediamo alla Giunta quali azioni concrete intenda intraprendere.


Avviato il monitoraggio delle carceri marchigiane, prima tappa l’istituto di Ancona-Montacuto

Avviato il monitoraggio delle carceri marchigiane, prima tappa l’istituto di Ancona-Montacuto

Monitorare le condizioni sanitarie all’interno degli istituti penitenziari marchigiani è una prerogativa riconosciuta al consigliere regionale e rappresenta un dovere istituzionale rispetto al diritto alla salute delle persone detenute. È per questo che, in qualità di consigliere regionale di Alleanza Verdi e Sinistra, già Garante dei diritti dei detenuti della Regione Marche, ed attuale vicepresidente della Commissione Sanità ho intrapreso  un ciclo di visite nei sei istituti penitenziari delle Marche.

La prima tappa si è svolta il 9 dicembre alla Casa circondariale di Ancona-Montacuto, dove ho incontrato la direzione, il comandante eil personale di Polizia penitenziaria e gli operatori sanitari, visitando le sezioni e le aree dedicate all’assistenza medica. Un istituto che, ancora una volta, mostra con chiarezza le criticità strutturali e organizzative del sistema penitenziario regionale.

 

Sovraffollamento e composizione della popolazione detenuta

Il carcere ospita oggi 336 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 256 posti, con un sovraffollamento ormai strutturale.

Gli stranieri sono 139, pari a oltre il 30% del totale.

Nel dettaglio:

  • 256 detenuti comuni e 80 in alta sicurezza
  • 82 in attesa di giudizio e 254 con condanna definitiva

Significativi poi i numeri relativi a detenuti problematiche legate alla tossicodipendenza (circa il 10% del numero complessivo le prese in carico effettive) e con problemi psicologici.

Il personale di Polizia penitenziaria in servizio ammonta a 143 unità su una pianta organica di 175, dato che testimonia una condizione di costante pressione operativa.

 

Le criticità sanitarie

Sul versante sanitario – competenza della Regione Marche – emergono situazioni che richiedono interventi urgenti e programmati. In particolareè segnalata una carenza significativa di specialisti. In particolare si è palesata la difficoltà a garantire continuità nelle prestazioni di dermatologia, ambito molto importante nel contesto detentivo.

Preoccupa inoltre l’apertura, prevista nei prossimi mesi, di una nuova articolazione psichiatrica destinata a ospitare 14 persone con elevata fragilità clinica.
Si tratta di una struttura delicata che richiederà un intervento straordinario della sanità regionale in termini di personale, competenze e continuità assistenziale. È indispensabile che le Marche si organizzino per tempo, perché una gestione inadeguata avrebbe ricadute pesanti sia sui detenuti sia sul personale.

 

La funzione della Legge Regionale 28/2008: un pilastro da rafforzare con finanziamenti stabili e pluriennali

Tra i temi emersi nella visita, va sottolineata l’importanza strategica della Legge regionale 28/2008, che disciplina gli interventi socio-educativi, trattamentali e di inclusione per le persone detenute nelle Marche. Una norma che rappresenta uno strumento essenziale per garantire: attività di formazione e reinserimento sociale, percorsi educativi e culturali, interventi di mediazione, supporto psicologico e sostegno ai nuclei familiari, progetti di lavoro, qualificazione professionale e continuità dei percorsi trattamentali

Questa legge è uno dei cardini attraverso cui la Regione può incidere realmente sulla qualità della vita detentiva e sul percorso di reinserimento delle persone recluse. Tuttavia, la sua efficacia dipende in modo decisivo dalla regolarità e dalla stabilità dei finanziamenti”.

Gli stanziamenti regionali degli ultimi anni, pur presenti, non sempre hanno garantito continuità temporale, con ricadute negative sull’organizzazione dei servizi.
Nei contesti penitenziari l’intermittenza dei fondi produce interruzioni nelle attività, perdita di professionalità, impossibilità di programmare progetti strutturali e, di fatto, riduzione dell’impatto degli interventi. È necessario che la L.R. 28/2008 sia sostenuta da finanziamenti certi, tempestivi e su base pluriennale, così da assicurare stabilità e prevedibilità alle prestazioni, parte integrante del trattamento penitenziario e incidono direttamente sul percorso di recupero e sulla sicurezza collettiva.

 

Riorganizzazione nazionale e carenze infrastrutturali

Durante la visita è stato inoltre comunicato che il PRAP (Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria) Marche–Emilia Romagna sarà riorganizzato e la gestione regionale passerà sotto un nuovo accorpamento con l’Umbria. Un cambiamento che richiederà attenzione nel coordinamento istituzionale e negli aspetti organizzativi.

Nobili ha evidenziato anche l’annosa criticità dell’assenza, nell’area maceratese, di una struttura penitenziaria. Questa mancanza determina un inevitabile aggravio per il carcere di Ancona-Montacuto. È necessario accelerare le decisioni sul versante dell’edilizia penitenziaria, perché la distribuzione territoriale degli istituti influisce sulla qualità della detenzione, sul lavoro del personale e sull’efficienza del sistema.

 

Un percorso di monitoraggio in tutti gli istituti marchigiani

Dopo Montacuto, il calendario delle visite già fissate prevede:Pesaro, 19 dicembre, Fossombrone, 12 gennaioper poi proseguire con Ancona Barcaglione, Fermo e Ascoli Piceno, completando così il monitoraggio dell’intero sistema regionale

L’obiettivo è restituire al Consiglio regionale una fotografia reale e documentata della situazione, ponendosi in una posizione di collaborazione e integrazione del prezioso lavoro che fa il Garante regionale dei i diritti dei detenuti, individuare gli interventi migliorativi e rafforzare la collaborazione tra amministrazione regionale, direzioni penitenziarie e operatori sanitari. Le carceri sono parte integrante della comunità: migliorare le condizioni detentive significa tutelare i diritti fondamentali


Mancanza di coraggio verso i diritti dei palestinesi da parte del governo regionale

Mancanza di coraggio verso i diritti dei palestinesi da parte del governo regionale


Dispiace e amareggia la mancanza di coraggio dimostrata da parte del governo regionale nel negare solidarietà e diritti verso il popolo palestinese. È il mio pensiero, dopo la bocciatura della risoluzione per il riconoscimento dello Stato di Palestina, che affiancato dalle mozioni di Maurizio Mangialardi e Marta Ruggeri, ho presentato per conto della minoranza alla seduta del Consiglio regionale del 25 novembre.

La Regione Marche ha competenze e responsabilità in materia di pace e di cooperazione internazionale e tantissimi cittadini chiedono rispetto e garanzia dei diritti umani, per questo abbiamo presentato risoluzione per la Palestina, che oggi però è stata sbrigativamente respinta. Critico con fermezza questa scelta.
Nel mio intervento dal titolo Riconoscimento dello Stato di Palestina e sospensione dei rapporti tra la Regione Marche e il Governo di Israele fino al pieno rispetto del diritto internazionale”, ho ribadito la profonda indignazione per i crudeli attentati del 7 ottobre 2024 compiuti da Hamas, “e nel ricordare la nostra amicizia col popolo ebraico, condanniamo pure la strumentalizzazione di questa tragedia da parte del governo israeliano, per perpetuare massacri verso civili inermi. È urgente il riconoscimento dello stato palestinese, per la dignità del suo popolo. Lo stesso scrittore israeliano Grossman ha definito quello in atto un genocidio e la deriva criminale intrapresa dall’esercito israeliano è stata più volte denunciata dalla società civile ebraica, mentre continuano le violenze nonostante la tregua in atto”. Nella sua mozione ho chiamato la Giunta alla presa di posizione davanti a violazioni gravi dei diritti umani e internazionali, così come Nobili ha chiesto la ferma condanna del terrorismo e della violenza posta in essere da Israele nella striscia di Gaza e in Cisgiordania, la sospensione delle relazioni con enti israeliani di qualsiasi tipo, collegate allo stato israeliano, salvo che con quelle realtà d’Israele che dialogano per la pace. Né possiamo intrattenere rapporti con realtà economiche israeliane coinvolte in azioni criminali contro la popolazione palestinese della striscia di Gaza. È necessario la sospensione dei rapporti diplomatici, fino al pieno adempimento delle risoluzioni umanitarie Onu.


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