La maggioranza respinge l’appello dei 29 comuni montani. Voltate le spalle a intere comunità

La maggioranza respinge l’appello dei 29 comuni montani. Voltate le spalle a intere comunità


La maggioranza in Consiglio regionale ha scelto di bocciare la risoluzione sui comuni montani. Una scelta sbagliata, miope, che lascia ventinove Comuni marchigiani senza voce e senza una vera sponda istituzionale.

Parliamo di amministrazioni locali che, al di là dei colori politici, hanno lanciato un appello unitario per chiedere una revisione dei criteri con cui oggi viene definito un comune montano. Un appello serio, condiviso, nato dai territori e dai bisogni concreti delle comunità dell’entroterra. Eppure la maggioranza ha deciso di respingerlo.

Con la risoluzione che abbiamo presentato come minoranze chiedevamo alla Giunta una cosa elementare: ascoltare quei sindaci, sottoscrivere il loro documento, rappresentare le loro preoccupazioni nelle sedi istituzionali competenti. Sarebbe stato un gesto di buon senso e di responsabilità. Non è accaduto.

Il segnale politico che arriva da questa bocciatura è molto chiaro: per la destra marchigiana contano più le logiche di schieramento che l’ascolto dei territori. E questo è ancora più grave perché il documento ignorato porta la firma di ventinove sindaci marchigiani, uniti non per appartenenza ma per difendere il futuro delle proprie comunità.

Noi non ci fermiamo qui. Continueremo a lavorare accanto a questi Comuni per costruire nuove iniziative di confronto, di pressione istituzionale e di rappresentanza, con l’obiettivo di correggere criteri sbagliati e dare finalmente una risposta seria all’Appennino marchigiano.


Sovraffollamento, salute mentale e dipendenze: per gli sitituti di reclusione servono risposte strutturali

 Sovraffollamento, salute mentale e dipendenze: per gli sitituti di reclusione servono risposte strutturali


Pubblichiamo il comunicato stampa, diramato in occasione della conferenza stampa del 26 febbraio 2026


Sovraffollamento, salute mentale e assistenza sanitaria: sono queste le criticità strutturali che richiedono interventi approfonditi rispetto allo stato dei luoghi di detenzione nelle Marche.

È l’analisi del capogruppo Marche di Avs Andrea Nobili, al termine del suo percorso di monitoraggio negli istituti penitenziari regionali – Montacuto e Barcaglione ad Ancona, Pesaro, Fossombrone, Fermo e Marino del Tronto ad Ascoli Piceno – oltre alla Rems di Macerata Feltria, dove sono stati raccolti dati omogenei e aggiornati al mese di febbraio. Un’azione svolta da Nobili nell’esercizio delle prerogative riconosciute dall’ordinamento penitenziario ai consiglieri regionali.

Un sistema stabilmente sovraffollato
“Il primo elemento che emerge con evidenza è la condizione di sovraffollamento. A fronte di una capienza regolamentare complessiva di 831 posti, risultano presenti 931 detenuti, con un tasso di affollamento del 112%. Significa che nelle carceri marchigiane sono ristrette cento persone in più rispetto ai posti disponibili, una situazione che incide direttamente sulle condizioni di vita detentiva e sulla possibilità di organizzare attività trattamentali efficaci”, commenta Nobili.

Il sovraffollamento si concentra soprattutto in alcuni istituti:

  • Pesaro: 242 detenuti su 156 posti – 155% di affollamento
  • Ascoli Piceno – Marino del Tronto: 106 detenuti su 103 posti – 103%
  • Montacuto (Ancona): 351 detenuti su 256 posti – 137,1%
  • Fermo: 65 detenuti su 50 posti – 130%

In altri istituti, come Barcaglione e Fossombrone, la situazione appare più equilibrata, a dimostrazione che condizioni diverse sono possibili anche all’interno dello stesso sistema regionale. “Il sovraffollamento non è soltanto un dato statistico: significa meno spazi disponibili, maggiore tensione interna e maggiori difficoltà nella gestione sanitaria e trattamentale”.

Il disagio psichico e le dipendenze
Colpisce anche la crescita della presenza di persone con fragilità psichiatriche o con problematiche legate all’uso di sostanze. Sono 140 i detenuti tossicodipendenti, dato particolarmente significativo in rapporto alla popolazione detenuta. In alcuni istituti la quota è particolarmente rilevante: la casa circondariale di Pesaro, con 75 detenuti tossicodipendenti, e la casa circondariale di Fermo, dove se ne registrano 28. In ognuna delle due case di reclusione, in organico risulta un solo medico Serd, con accessi di qualche ora a settimana o routinari. “Sappiamo che i tossicodipendenti sono persone che necessitano di percorsi terapeutici continuativi e di un forte raccordo tra istituti penitenziari e servizi territoriali per le dipendenze”, commenta Nobili.

C’è quindi il tema delle persone con problematiche psichiatriche o con forte disagio psicologico che, continua il capogruppo Avs Nobili, “è certamente anche più ampio, e più sommerso, di quello dei tossicodipendenti, e attraversa trasversalmente tutte le strutture che si trovano sempre più spesso a gestire situazioni che richiederebbero strumenti terapeutici adeguati e un forte raccordo con i servizi territoriali”.

Il numero degli eventi critici registrati nell’ultimo anno è indicativo di questa situazione:

  • 104 episodi di autolesionismo
  • 28 tentati suicidi
  • 1 suicidio
  • 4 decessi complessivi, a cui si aggiunge la morte della persona detenuta nella casa di reclusione di Ascoli Piceno negli scorsi giorni e su cui sono ancora in corso accertamenti

Questi fatti descrivono una realtà di sofferenza detentiva che deve essere affrontata con strumenti adeguati, a partire dal rafforzamento dei servizi sanitari. In questo quadro, sappiamo che per le oltre mille persone detenute nelle Marche gli istituti di pena hanno in organico 14 psichiatri, con accessi che vanno dalle 12 ore settimanali complessive di Ascoli Piceno a presenze più sporadiche e a chiamata, e 13 psicologi.

Il ruolo della Rems di Macerata Feltria
In questo quadro assume un ruolo centrale la Rems di Macerata Feltria – Casa Badesse, struttura sanitaria destinata all’esecuzione delle misure di sicurezza per persone affette da disturbi psichiatrici autrici di reato. È la residenza che dal 2014 ha sostituito gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg).

“La Rems di Macerata Feltria, gestita dal gruppo privato Atena in convenzione con il sistema sanitario, rappresenta una struttura di alto livello organizzativo e terapeutico, con un’impostazione multidisciplinare che prevede attività riabilitative e terapeutiche strutturate – tra cui laboratori, gruppi terapeutici e attività socializzanti – e una presenza qualificata di personale sanitario. Si tratta di una realtà che costituisce un punto di riferimento importante per il sistema sanitario regionale e che dimostra come sia possibile coniugare sicurezza e trattamento terapeutico.

Tuttavia – continua il consigliere regionale Andrea Nobili – i dati raccolti evidenziano criticità significative”. La struttura dispone di 20 posti letto ma presenta attualmente un’elevata lista di attesa di 18 persone, composta da soggetti verso cui l’autorità giudiziaria ha già disposto una misura di sicurezza sanitaria. Il tempo medio di attesa per l’ingresso è di circa 18 mesi, un periodo molto lungo.

Tra le persone attualmente in lista di attesa, 7 si trovano ristrette negli istituti penitenziari, in condizioni non adeguate al loro quadro clinico; altre sono collocate in strutture sanitarie o socio-sanitarie temporanee; alcune risultano in regime di libertà vigilata o in condizioni che consentono la mobilità sul territorio.

“Ciò evidenzia una criticità del sistema: persone che avrebbero diritto a un trattamento sanitario specialistico restano per mesi – talvolta per oltre un anno – in contesti non adeguati”, commenta Andrea Nobili. “Si tratta di una questione che riguarda direttamente il diritto alla cura ma anche la sicurezza collettiva, perché la gestione del disagio psichiatrico richiede strumenti appropriati e continuità terapeutica”.

La futura sezione psichiatrica di Montacuto
In questo contesto assume particolare rilievo la prevista apertura di una sezione psichiatrica presso l’istituto di Ancona Montacuto, intervento atteso da tempo e potenzialmente importante per migliorare la gestione dei detenuti con disturbi psichiatrici. “Mentre la sezione psichiatrica Atsm (Articolazione per la tutela della salute mentale) attualmente conta tre camere di contenimento completamente inadeguate, per ristrettezza e angustia, rispetto alla detenzione di persone con malattie mentali, come abbiamo avuto modo di constatare durante le nostre visite”, spiega Andrea Nobili, che aggiunge: “Tuttavia è evidente che una sezione psichiatrica in carcere non può sostituire il ruolo delle Rems, che restano strutture sanitarie specialistiche destinate a percorsi terapeutici e riabilitativi più articolati. La funzione della Rems e quella delle sezioni psichiatriche penitenziarie sono diverse e complementari: confonderle significherebbe accettare che il carcere diventi stabilmente il luogo di gestione del disagio psichico”.

Il nodo sanitario e le competenze regionali
La condizione sanitaria all’interno degli istituti penitenziari marchigiani è oggi uno dei principali indicatori di tenuta del sistema. “Va ricordato con chiarezza che, dal trasferimento delle funzioni di sanità penitenziaria al Servizio sanitario nazionale, l’assistenza sanitaria in carcere è parte integrante dei Lea e ricade, per organizzazione e qualità delle prestazioni, sulla responsabilità delle Regioni”, ricorda Nobili.

Gli indicatori sanitari raccolti evidenziano la presenza di detenuti con patologie complesse, tra cui casi di Hiv, epatite C e dipendenze patologiche, in un quadro organizzativo molto differenziato tra istituti. L’assistenza sanitaria penitenziaria nelle Marche presenta esperienze positive, ma richiede un rafforzamento soprattutto per quanto riguarda salute mentale, dipendenze patologiche, continuità terapeutica, integrazione con i servizi territoriali.

Il personale sanitario in organico, comprese le presenze a ore settimanali, è di 137 unità. La componente più cospicua è quella degli infermieri, 41 unità in organico presso le Ast o, in alcuni casi, fornite da cooperative o con contratti di convenzione. I medici presenti per la medicina di base sono 39, mentre gli specialisti che entrano negli istituti secondo varie modalità orarie sono 22, esclusi gli psichiatri.

Personale e attività trattamentali
Il monitoraggio ha evidenziato anche alcune criticità sul piano delle risorse professionali. Nei principali istituti risultano 542 agenti di polizia penitenziaria presenti su 567 assegnati, con una copertura pari a circa il 83%.

Molto più limitata appare invece la presenza degli operatori trattamentali: gli educatori risultano complessivamente 17, numero insufficiente rispetto a una popolazione detenuta superiore alle mille persone. Senza un adeguato numero di operatori è difficile garantire percorsi individualizzati di reinserimento sociale, che rappresentano il cuore della funzione costituzionale della pena.

Programmazione regionale e prospettive
Il monitoraggio conferma che la Regione deve assumere un ruolo più incisivo soprattutto sul piano sanitario e sociale. Appare necessario rivedere le modalità di attuazione della legge regionale n. 28/2008, superando una logica episodica legata ai singoli bandi e costruendo una programmazione pluriennale degli interventi negli istituti penitenziari.

Il quadro che emerge non è quello di un sistema immobile: in tutti gli istituti ho incontrato professionalità impegnate e consapevoli delle difficoltà. Ma proprio per questo è necessario che le istituzioni mettano in campo politiche più strutturate. Le carceri non possono restare luoghi invisibili. I dati raccolti dimostrano che il sistema penitenziario marchigiano ha bisogno di interventi concreti e programmati, non di iniziative occasionali.

Gianluca Carrabs, direzione nazionale Europa Verde, ha sottolineato come “sia necessario tenere sempre acceso un riflettore sulle carceri da parte della politica, luogo dimenticato che invece dovrebbe essere lo specchio del grado di maturità e civiltà delle amministrazioni. Perché spesso dimentichiamo il ruolo riabilitativo della pena e affrontiamo il problema con superficialità, pensando che basti la reclusione per dare una risposta adeguata. Ma le condizioni carcerarie sono fondamentali per garantire uno Stato di diritto funzionale, efficiente e soprattutto efficace”.

È intervenuto in videoconferenza anche Devis Dori, deputato di Alleanza Verdi Sinistra e membro della Commissione Giustizia, che ha annunciato come le analisi del report sulla visita delle case circondariali e di reclusione delle Marche, saranno oggetto di interrogazione parlamentare al ministro Nordio. “La situazione carceraria è drammatica e lo è da tempo, ma questo governo sul tema non ha preso nessuna misura, lasciandolo a se stesso. Il sovraffolamento carcerario è oltremodo peggiorato con il Decreto Caivano. Occorre invece investire, su personale di supporto sociale, medico, e trattare la dipendenza in carcere con un approccio curativo più appropriato”.


Costituzione e giustizia, “le ragioni del no”, l’incontro pubblico di Avs verso il referendum


Sabato 28 febbraio, alle ore 10, alla Casa delle Culture di Vallemiano, parteciperò all’iniziativa pubblica “Costituzione e giustizia: le ragioni del no”, promossa da Alleanza Verdi Sinistra e aperta alla cittadinanza.

Sarà una mattina di confronto pubblico dedicata ai temi del prossimo quesito referendario, con l’obiettivo di approfondire le ragioni del “no” e di offrire uno spazio di discussione chiaro e accessibile su una riforma che considero molto delicata.

Questa riforma mi preoccupa per ciò che lascia trasparire, anche in chiaroscuro. Penso, per esempio, al ruolo che si troverebbero a svolgere le Procure, schiacciate dentro una funzione sempre più esclusivamente inquirente e requirente. E penso anche a una questione tutt’altro che secondaria: quella dei passaggi successivi all’eventuale approvazione della riforma, che verrebbero poi declinati attraverso leggi ordinarie e che rischiano di incidere in modo molto rilevante sull’equilibrio complessivo del sistema.

Al confronto interverranno anche Ruggiero Dicuonzo, sostituto procuratore della Repubblica, e Laura Trucchia, docente universitaria di diritto pubblico, che offriranno un approfondimento tecnico e giuridico sui nodi più rilevanti del dibattito e sulle ricadute concrete che questa riforma potrebbe avere sul sistema giudiziario e sui diritti delle persone.

L’incontro si aprirà con i saluti di Gioia Santarelli, segretaria regionale di Sinistra Italiana, e Paolo Canducci, portavoce regionale di Europa Verde – Verdi.

Sarà un’occasione utile per discutere nel merito, senza slogan, di una riforma che tocca principi fondamentali dell’assetto costituzionale e democratico del Paese.


Impianto idrogeno Api: risposte incomplete dalla Giunta, servono garanzie su ambiente e salute a Falconara


Giudico incomplete e non soddisfacenti le risposte fornite dalla Giunta alla mia interrogazione sulla realizzazione dell’impianto di idrogeno nello stabilimento Api, finanziato con fondi Pnrr.

I fondi del Pnrr non possono essere utilizzati per interventi scollegati dal contesto territoriale: devono invece diventare uno strumento per cambiare davvero il rapporto tra industria, ambiente e salute, soprattutto in territori come quello di Falconara, che hanno già pagato un prezzo elevato in termini di qualità della vita.

I limiti delle risposte ricevute riguardano il cuore stesso dell’interrogazione: l’impatto reale sull’ambiente e sulla salute dei cittadini. Non è stata effettuata alcuna valutazione sullo stato ambientale complessivo dell’area di Falconara Marittima in relazione all’intervento finanziato; non sono disponibili stime sulla riduzione degli inquinanti atmosferici diversi dalla CO₂ — come Nox, So₂, polveri e composti organici volatili — cioè proprio quelli che incidono direttamente sulla qualità dell’aria e sulla salute delle persone; inoltre non è stata svolta alcuna valutazione degli effetti cumulativi che i diversi progetti in programma per la filiera dell’idrogeno possono produrre.

Su questi aspetti, la Giunta risponde che una simile valutazione non è richiesta dal Pnrr e che non esistono obblighi specifici previsti. Si tratta di osservazioni forse formalmente corrette, ma per me politicamente e istituzionalmente insufficienti.

Non solo. Nelle risposte si afferma che l’energia utilizzata per la produzione di idrogeno verde nel futuro sito finanziato sarà prodotta da impianti fotovoltaici aggiuntivi. Ma non viene indicato in modo verificabile dove saranno questi impianti, quali autorizzazioni abbiano ottenuto, quali siano i tempi previsti e quali strumenti garantiscano che quell’energia sia davvero rinnovabile e aggiuntiva.

Sono chiarimenti necessari davanti alla comunità. E lo sono ancora di più se si considera che Api è oggi controllata da un grande gruppo energetico internazionale riconducibile a uno Stato terzo extra-Ue; che nella stessa area, presso l’ex stabilimento Montedison, è previsto un ulteriore impianto di produzione di idrogeno promosso da un altro grande operatore industriale; e che tutta questa filiera dell’idrogeno viene progettata senza una preliminare valutazione coordinata e cumulativa delle pressioni ambientali, dei consumi energetici e idrici, dei profili di sicurezza e delle ricadute sanitarie.

Nessuno mette in discussione l’importanza della transizione energetica, né il ruolo che l’idrogeno può avere in questo percorso. Ma i dati forniti dalla Giunta non colmano il vuoto di visione ambientale e sanitaria che continua a caratterizzare le scelte sull’area di Falconara.

Si tratta di spiegazioni che, pur fornendo alcuni dati amministrativi e tecnici utili, non danno le garanzie che Falconara merita, in un territorio già riconosciuto come Sito di interesse nazionale.


Difendiamo ambiente e qualità della vita nel cuore di Ancona: no al banchinamento del Molo Clementino

Difendiamo ambiente e qualità della vita nel cuore di Ancona: no al banchinamento del Molo Clementino


Per l’ambiente, per l’aria che respiriamo e per la mobilità cittadina, per la tutela di luoghi storici e identitari, per la vivibilità e la qualità della vita ad Ancona: il banchinamento del Molo Clementino non è, a mio avviso, un progetto sostenibile.

Intervengo su un tema decisivo per il futuro della città, quello del possibile hub delle giga crociere nella parte più storica dello scalo dorico, mentre mancano 105 giorni al verdetto del Ministero della Transizione Ecologica sulla definitiva approvazione del progetto.

La mia posizione è coerente con il programma elettorale che la coalizione di Centrosinistra ha presentato agli elettori alle elezioni regionali, nel quale era indicata con chiarezza la contrarietà all’attracco delle grandi navi al Molo Clementino. Come Alleanza Verdi e Sinistra resto saldo su questo punto, per rispetto degli elettori e degli impegni assunti.

Ciò che contestiamo è la scelta di collocare queste navi ai piedi del Guasco, in pieno centro storico, davanti all’Arco di Traiano. È una soluzione rispetto alla quale restano ancora troppe questioni opache sull’impatto complessivo per la città: dalle emissioni e dall’inquinamento atmosferico, alla concreta fattibilità dell’elettrificazione delle banchine, fino allo stress che l’area portuale e i quartieri del centro storico subirebbero per l’aumento del traffico.

Qui è in gioco un cambiamento morfologico irreversibile. Ancona rischia di essere separata da un’area archeologica, storica, di passeggio e di vita comunitaria come il Molo Clementino, cioè da un pezzo essenziale del proprio tessuto urbanistico e della propria storia. Tutto questo a fronte di un impatto ambientale che presenta ancora elementi da chiarire e che ricadrebbe sull’intera comunità.

Ora che la nuova proposta di variante è stata consegnata, la Regione è tra i principali enti portatori di interesse che, insieme al Comune di Ancona, potranno depositare entro 60 giorni le proprie osservazioni, in vista del parere definitivo della Via/Vas.

Il Comune di Ancona, attraverso le parole del sindaco Silvetti, ha già più volte manifestato la propria contrarietà al progetto. Ora anche la politica regionale deve fare la sua parte, per difendere i diritti dei cittadini su ambiente e salute davanti a prospettive di sviluppo che appaiono controverse.

Per questo voglio organizzare e prendere parte a iniziative partecipate sul territorio e procedere a tutte le azioni possibili sul piano istituzionale.


“Maranza”, una parola per non capire

“Maranza”, una parola per non capire


Nelle ultime settimane alcune riflessioni sulla violenza minorile sono state intercettate dalla destra come un’occasione politica.

Non per aprire un confronto serio, ma per rivendicare la fondatezza di tesi securitarie già scritte altrove, rimuovendo deliberatamente un’analisi complessiva dentro cui quelle riflessioni erano collocate.

Parlo da avvocato che da anni si occupa di giustizia minorile e che nulla concede alla retorica dell’ordine pubblico. Consapevole della fragilità di un sistema che fatica a svolgere una funzione realmente educativa, come dimostrano le difficoltà strutturali dei tribunali per i minorenni, sovraccarichi di lavoro e sempre meno messi nelle condizioni di intervenire in modo tempestivo ed efficace.

Negli ultimi anni il disagio giovanile si è manifestato in forme nuove e più complesse rispetto al passato.

Coloro che operano nella giustizia minorile incontrano quotidianamente questa realtà.

Dietro molti episodi di violenza non c’è una scelta criminale consapevole, ma percorsi segnati da fallimenti educativi, relazioni fragili, assenza di riferimenti adulti stabili, problematiche psicologiche. La violenza diventa talvolta una forma impropria di espressione, un modo distorto di affermare la propria presenza quando mancano strumenti per dare nome e senso a ciò che si vive.

Chi conosce davvero questo ambito sa che nessun dato, preso da solo, ha senso e che ogni ragionamento serio richiede di tenere insieme fattori sociali, educativi, familiari e istituzionali.

È proprio questa complessità che viene spesso rimossa dalla politica, con scorciatoie narrative come quella della reductio ad unum legata all’appartenenza etnica di parte dei giovani che commettono reati.

I dati ufficiali del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, diffusi pochi giorni addietro, parlano chiaro: nel nostro Paese sono quasi 24 mila i minorenni e i giovani adulti fino ai 24 anni in carico ai servizi della giustizia minorile, il numero più alto dell’ultimo decennio. Dopo il calo del periodo pandemico, dal 2021 in poi la curva cresce in modo costante. Non siamo di fronte a un’emergenza improvvisa, ma a un fenomeno strutturale di disagio giovanile che si è sedimentato nel tempo.

Anche il profilo dei reati è eloquente: prevalgono furti, rapine, danneggiamenti, violazioni legate agli stupefacenti e alla violenza o resistenza a pubblico ufficiale. Non è criminalità organizzata, non è mafia, non è terrorismo. È una violenza giovanile di strada, spesso episodica, spesso legata al gruppo, fortemente identitaria. Una violenza che serve più a “esserci” che ad arricchirsi.

All’interno di questo quadro, i giovani stranieri rappresentano circa il 23% del totale. Non sono la maggioranza, e parlare di “invasione” è semplicemente falso. Ma c’è un dato che non può essere rimosso: i minori stranieri risultano sovrarappresentati nelle misure più contenitive, come gli Istituti penali per i minorenni (le ex carceri minorili per intendersi) e le comunità. Questo non significa che “delinquono di più” per ragioni etniche, ma che arrivano più spesso al circuito penale inermi sul piano delle reti familiari, educative e sociali. Quando mancano alternative, il sistema risponde con ciò che ha: il contenimento.

È esattamente per questo che le politiche di inclusione, di sostegno educativo e di mediazione non sono un gesto di benevolenza, ma uno strumento essenziale di sicurezza sociale.

Su questo punto, però, emerge spesso una lettura riduttiva, anche in ambiti che dovrebbero essere più attenti alla complessità dei fenomeni sociali.

Riconoscere che alcuni episodi di violenza giovanile coinvolgono in modo significativo giovani di origine straniera viene talvolta vissuto come inaccettabile.

È una reazione che nasce da una buona intenzione, contrastare le derive razziste, ma che rischia di produrre l’effetto opposto. Perché negare un dato di realtà non protegge nessuno, né i ragazzi coinvolti né le comunità in cui vivono. E soprattutto impedisce di interrogarsi su ciò che rende più fragile una parte dei giovani di origine straniera: condizioni materiali svantaggiate, traiettorie migratorie spezzate, assenza di reti familiari stabili, fallimenti scolastici precoci, difficoltà di mediazione culturale, crisi dell’autorità adulta, iper-esposizione a modelli violenti nei social e nello spazio pubblico.

È proprio quando si rinuncia a questa complessità che il dibattito pubblico scivola verso etichette rassicuranti, utili più a semplificare che a capire. Ed è in questo spazio che si colloca il fenomeno che i media chiamano, in modo improprio e fuorviante, maranza. Una parola che non descrive, ma semplifica; che non aiuta a capire, ma serve a prendere le distanze. Maranza non è una categoria giuridica, non è una definizione sociologica, non è uno strumento di analisi: è un’etichetta. E come tutte le etichette funziona per rimuovere la complessità, non per affrontarla.

Usare questo termine significa spostare l’attenzione dal disagio ai soggetti, dal contesto al bersaglio, dal sistema alle persone. È una scorciatoia linguistica che consente di trasformare un fenomeno sociale complesso in una caricatura, riducendo una pluralità di storie, fragilità e traiettorie fallite a una parola che assolve chi governa e colpevolizza chi subisce. Così il disagio giovanile diventa folklore urbano, la violenza diventa costume, e la responsabilità pubblica scompare.

Maranza diventa il nome comodo per non interrogarsi sul fallimento delle politiche educative, sulla crisi della scuola, sull’assenza di spazi di aggregazione, sulla debolezza dei servizi sociali, sulla solitudine degli adulti. È una parola usata per non capire e, spesso, per non dover rispondere.

Una sinistra adulta dovrebbe avere il coraggio di tenere insieme la complessità, senza paura e senza rimozioni. Minimizzare la violenza minorile o negarne le specificità è un errore grave: significa lasciare sole le vittime, abbandonare i quartieri popolari e consegnare il tema della sicurezza a chi lo usa in modo strumentale e punitivo.

Allo stesso tempo, rispondere al disagio con la sola repressione, come vorrebbe la destra, è un fallimento annunciato. Senza politiche giovanili strutturali, senza una scuola capace di includere, senza servizi sociali forti e radicati, non si produce sicurezza ma insicurezza permanente.

La repressione senza prevenzione non governa il disagio: lo spettacolarizza. Sostituisce l’educazione con l’intimidazione, la responsabilità pubblica con la messa in scena dell’ordine.

E quando si arriva a pensare che per affrontare il disagio dei propri giovani servano i militari, il problema non sono i ragazzi. Il problema è uno Stato che ha rinunciato alla propria funzione educativa e, con essa, alla propria idea di futuro.


Il Carcere di Fossombrone: Panopticon marchigiano

Il Carcere di Fossombrone: Panopticon marchigiano


Terza visita in carcere, dopo Ancona e Pesaro, al carcere di Fossombrone.
Il primo dato, oggettivo, è la ristrutturazione. Ricordavo Fossombrone in condizioni critiche; oggi il cambiamento è evidente. Gli interventi strutturali recenti hanno inciso davvero: spazi più funzionali, ambienti meno degradati, un istituto che non ha più l’aspetto di un luogo lasciato a sé stesso.
In un carcere di alta sicurezza, con detenuti che scontano pene lunghissime, talvolta l’ergastolo, anche l’architettura conta. E molto.
Fossombrone resta un carcere “duro”, quasi un panopticon di Bentham, nella lettura resa celebre da Foucault: uno spazio che rende visibile il controllo, che organizza il tempo e i corpi, che non concede illusioni.
Proprio per questo va osservato senza retorica.
Nel confronto con la direttrice e il comandante della Polizia Penitenziaria ho trovato una gestione seria e consapevole della complessità del contesto.
Ho avuto modo anche di visitare le sezioni e parlare con le persone detenute, alcune conosciute in passato.
L’unico nodo emerso riguarda la sanità: la presenza infermieristica è garantita solo per 12 ore al giorno: un limite rilevante, soprattutto in un istituto che ospita detenuti con pene lunghe e fragilità sanitarie crescenti.
Qui è bene essere chiari: la competenza sanitaria è della Regione. Non è un dettaglio amministrativo, ma una responsabilità politica diretta.
Fossombrone ospita anche il polo universitario, realizzato con l’Università di Urbino, esperienza che ho sostenuto con convinzione quando ero Garante: non per buonismo, ma perché anche nei contesti di pena lunga lo studio resta uno strumento importante di recupero sociale
Le visite come consigliere regionale proseguiranno. Non come esercizio simbolico, ma come lavoro di verifica.
Al termine presenterò un report complessivo, con una fotografia del sistema penitenziario marchigiano: dati, differenze tra istituti, punti di forza e criticità.
Un documento utile per orientare scelte politiche e assunzioni di responsabilità, a partire da quelle che competono direttamente alla Regione.


Termovalorizzatore nelle Marche? Scelta superata e antiambientale. È possibile invece migliorare la qualità del riciclo e ridurre i rifiuti

Termovalorizzatore nelle Marche? Scelta superata e antiambientale. È possibile invece migliorare la qualità del riciclo e ridurre i rifiuti

Pubbichiamo di seguito il testo del comunicato stampa, emesso per la confernza stampa del 13 gennaio a Palazzo Leopardi, Ancona

I rappresentanti di Verdi e Sinistra nelle Marche hanno ribadito in conferenza stampa proposte alternative rispetto alla realizzazione di un nuovo impianto. “Il termovalorizzatore traccia una strada irreversibile, che accrescerebbe solo l’incenerimento dei rifiuti anziché il loro riutilizzo virtuoso. È una scelta che non può essere annunciata per via mediatica, ma deve essere analizzata attraverso tutti gli atti formali, insieme ai territori di riferimento”. Sul tema è stata presentata un’interrogazione dal consigliere regionale di Avs Andrea Nobili.

ANCONA – Prima di intraprendere strade irreversibili, è necessario confrontarsi con i comuni e i governi d’ambito, studiare attraverso gli strumenti formali cosa si deve ancora fare per ridurre la produzione dei rifiuti, migliorare la filiera del riciclo e gli impianti di recupero, anziché produrre ceneri e fumi. Sono queste alcune delle ragioni con cui il gruppo consiliare di Avs chiede alla Giunta regionale di rivedere la propria posizione sulla realizzazione di un termovalorizzatore regionale, più volte dichiarata a mezzo stampa.

Sul tema, il consigliere regionale di Avs Andrea Nobili ha appena presentato alla Giunta regionale un’interpellanza sui profili di legittimità, coerenza programmatoria e competenze territoriali riguardo all’annunciato impianto. Proposte e visioni alternative sono state ribadite insieme ai rappresentanti di Avs regionale in una conferenza stampa a margine dell’Assemblea regionale, con Gianluca Carrabs, membro della Direzione nazionale di Europa Verde e dirigente nazionale per le Marche, Gioia Santarelli, segretaria regionale di Sinistra Italiana, e Sabrina Santelli, coportavoce regionale di Europa Verde, oltre allo stesso consigliere Avs Nobili, membro della Commissione Ambiente e vicepresidente della Commissione Sanità.

“Un impianto di termovalorizzazione di grande taglia vincola il sistema per decenni: per essere sostenibile economicamente richiede flussi costanti di rifiuto residuo, in conflitto con prevenzione e riciclo. Gli ampliamenti di discarica non possono diventare la ‘soluzione strutturale’: vanno trattati, se mai, come misura transitoria, con obiettivi vincolanti e trasparenza sui flussi – ha ricordato Andrea Nobili –. Le Marche hanno già una raccolta differenziata alta, al 72%; la priorità è dunque ridurre il rifiuto residuo e migliorare la qualità del riciclo, non creare dipendenze, bruciare o interrare. Perché si punta, in questa fase cruciale, su un modello vecchio? Le scelte impiantistiche non possono essere annunciate come irreversibili per via mediatica. Bisogna capire se trovano fondamento e coerenza negli atti formali, il Piano regionale di gestione dei rifiuti (PRGR) e la VAS – Valutazione ambientale strategica, anche per chiarire quali sarebbero i criteri di localizzazione e il territorio su cui sorgerebbe il nuovo impianto”.

Secondo Gianluca Carrabs, membro della Direzione nazionale di Europa Verde e dirigente nazionale per le Marche, “il piano dei rifiuti della Regione Marche, che fonda i suoi pilastri su discariche e termovalorizzatori, sembra una proposta degli anni ’70 e ’80. Parlare oggi di inceneritori non ha più senso: appartengono al vecchio modello dell’economia lineare. Oggi il paradigma è cambiato verso l’economia circolare. I rifiuti non esistono, sono materie prime e seconde che, indirizzate a nuovi processi produttivi, diventano un’opportunità economica, garantendo posti di lavoro e ricchezza per le comunità locali che ospitano gli impianti”. È quindi necessario spingere sulla raccolta differenziata, sulla costruzione di impianti di biodigestione anaerobica e su centri di riciclo e riuso delle materie recuperate, in una logica di piccoli impianti di comunità e non di grandi strutture centralizzate. “La politica deve riappropriarsi del suo ruolo di programmazione e dettare le regole di indirizzo per rispondere al solo interesse pubblico e non alle logiche del profitto – continua Carrabs –. O si va verso la riduzione dei rifiuti o verso la loro iperproduzione per foraggiare inceneritori e indotto economico: questa è la vera scelta politica e, soprattutto, culturale”.

Per Gioia Santarelli, segretaria regionale di Sinistra Italiana, il termovalorizzatore resta un “impianto inquinante e impattante per la salute e per i territori, che inverte completamente le priorità in materia di ciclo dei rifiuti. Oggi alle Marche non serve un termovalorizzatore, ma l’aumento della raccolta differenziata, la diminuzione degli imballaggi e l’efficientamento degli impianti di Trattamento Meccanico Biologico (TMB), per fare in modo che la frazione secca dei rifiuti sia sempre minore – continua Santarelli –. Proporre il termovalorizzatore significa invece rinunciare a questi passi avanti e scegliere di bruciare i rifiuti, rischiando di arrivare a una situazione in cui la cultura della riduzione viene sostituita dalla priorità di alimentare l’impianto, magari gestito da privati orientati al profitto”.

Il commento di Sabrina Santelli, coportavoce regionale di Europa Verde: “Oggi non siamo qui solo per dire no a un impianto. Siamo qui per dire un grande e coraggioso sì a un’idea diversa di futuro per la nostra regione. La Giunta Acquaroli vuole realizzare un inceneritore come se fossimo ancora negli anni ’90, come se la crisi climatica non fosse reale e la salute pubblica fosse solo una nota a margine nei bilanci regionali. Ma un inceneritore è innanzitutto una scelta politica, una resa davanti alla possibilità di costruire un modello davvero sostenibile. La Regione Marche è troppo piccola per giustificare un termovalorizzatore: la nostra produzione di rifiuti può e deve essere gestita attraverso riduzione, riciclo e riuso. Un impianto del genere diventerebbe un polo di attrazione per rifiuti da fuori regione o persino dall’estero, trasformando le Marche in una pattumiera d’Italia. Bruciare rifiuti significa produrre fumi tossici, anche con i migliori filtri, e chi vive vicino ne paga il prezzo sulla propria salute. Studi autorevoli parlano chiaro: più tumori, più malattie respiratorie, più rischi per le nuove generazioni. E allora: perché farlo?”.


Dalla Destra solo narrazioni tossiche per negare il disastro delle loro politiche sul disagio giovanile

Dalla Destra solo narrazioni tossiche per negare il disastro delle loro politiche sul disagio giovanile


Rispondo alle parole del presidente Acquaroli sul tema dell’integrazione, dell’inclusione e del disagio che coinvolge alcuni giovani italiani figli di migranti. Non è nel mio stile liquidare il confronto politico con etichette comode. Non ho mai dato del razzista o del fascista a qualcuno per pigrizia intellettuale o propaganda, neppure quando sarebbe stato semplice farlo davanti a episodi noti. Perché la politica, se vuole essere una cosa seria, richiede analisi, responsabilità e capacità di leggere la complessità, non slogan.

Proprio per questo oggi il mio giudizio è ancora più netto e pesante. Questa destra non è razzista per definizione, ma è profondamente incompetente e incapace. Lo dimostra nel momento in cui, messa di fronte al proprio fallimento, sceglie di strumentalizzare la sicurezza e il disagio giovanile per coprire il vuoto delle proprie politiche. Il copione è sempre lo stesso: quando mancano le idee, arrivano le semplificazioni tossiche.

La verità è che il nodo non è da dove vengono i giovani, ma il disagio sociale che li attraversa. Un disagio che esplode dove mancano servizi, politiche educative, presidi territoriali, spazi di aggregazione e lavoro di comunità. Tutte cose che richiedono competenze, continuità e investimenti, e che questa classe dirigente non è stata in grado di mettere in campo.

L’amministrazione regionale guidata da Acquaroli, e fino a ieri dall’assessore Saltamartini, è un disastro conclamato sulle politiche giovanili e sul contrasto al disagio sociale. Un disastro certificato da scelte politiche precise, come la chiusura dell’Osservatorio regionale sul disagio giovanile, uno strumento fondamentale di analisi, prevenzione e conoscenza, eliminato con leggerezza colpevole.

Studiare i fenomeni è scomodo. Molto più facile è urlare quando ormai è troppo tardi.

Cambiano i nomi, si fanno operazioni di puro trasformismo politico nominando assessori che fino a ieri erano di un’altra parte politica, ma la sostanza resta la stessa: assenza di visione, incapacità di leggere la complessità, totale inadeguatezza ad affrontare processi profondi che coinvolgono famiglie, scuole e territori. Si governa a colpi di dichiarazioni, non di politiche pubbliche.

Le parole del presidente Acquaroli non sono solo sbagliate, sono politicamente irresponsabili. Quando sostiene che ora anche la sinistra ammette il problema e rivendica decenni di presunta cecità ideologica, non sta facendo un’analisi: sta costruendo un alibi. Il suo e quello di una destra che governa senza capire ciò che governa.

A sinistra il problema non è mai stato ignorato. È stato affrontato in modo diverso, più complesso, più faticoso e più serio. Dire che la sinistra non voleva vedere significa non voler comprendere che il disagio giovanile non nasce dal nulla né dall’origine etnica, ma da condizioni sociali, educative e territoriali precise.

Acquaroli parla di sicurezza, ma non ha fatto nulla per capirla e prevenirla. Invoca valori e civiltà, ma dimentica che i valori si praticano, non si declamano. Praticarli significa investire in politiche giovanili, rafforzare i servizi sociali, sostenere le famiglie, lavorare nelle scuole, costruire presidi educativi nei quartieri più fragili. Tutto ciò che questa amministrazione non ha fatto, preferendo la propaganda alla responsabilità.

È troppo comodo oggi indicare il dito verso i ragazzi, verso gli altri, verso presunte colpe culturali, quando il fallimento è soprattutto politico e amministrativo. È la Regione Marche governata da Acquaroli ad aver lasciato soli i territori. È questa Giunta ad aver dimostrato una clamorosa incapacità di leggere i processi sociali. È questa destra ad aver ridotto tutto a ordine pubblico perché non è in grado di fare politiche adeguate.

Si parla di fermezza, ma la fermezza senza intelligenza è solo rigidità. E la rigidità, nella storia, ha sempre prodotto più conflitti, non più sicurezza.

L’intervento del presidente Acquaroli non chiarisce, non propone, non risolve. Serve solo a spostare l’attenzione dal punto centrale: la destra, nonostante sia al governo da anni, continua a essere impreparata e inadeguata.

Razzisti forse no. Ma governare una società complessa richiede ben altro che slogan identitari e capri espiatori. Su questo il giudizio politico è inequivocabile: incompetenti e incapaci sì.




Ancona ha bisogno di presenza educativa, sostegno alle scuole e alle famiglie, non di scenografie militari

Ancona ha bisogno di presenza educativa, sostegno alle scuole e alle famiglie, non di scenografie militari


L’uscita del vicesindaco Zinni non è una soluzione, è la prova provata che chi governa oggi Ancona non sa come affrontare i temi della sicurezza urbana e del disagio giovanile. Altro che ‘modello di buon governo’: siamo alla resa, per di più rumoreggiata a mezzo stampa.

Non posso che replicare così alle dichiarazioni del vicesindaco e assessore Zinni, in merito alla possibilità di dispiegare l’esercito in centro per contrastare il fenomeno della violenza giovanile. Prospettive esternata da Giovanni Zinni dopo che come consigliere regionale ed ex Garante dei minori e avvocato mi sono espresso sulla necessità di prendere atto del problema sociale che la città sta vivendo, nei ricorrenti episodi di teppismo dei cosiddetti “maranza”, in modo da capirne le cause per trovare le adeguate soluzioni.

Si sono presentati come quelli dell’ordine, delle risposte rapide, del cambio di passo. Oggi scopriamo che, dietro gli slogan, c’era il vuoto. Chiedere i militari significa ammettere che non si è stati in grado di programmare prevenzione, presidiare i quartieri, sostenere le scuole, investire in politiche giovanili, costruire spazi di aggregazione e reti sociali. Si salta direttamente ai blindati perché tutto ciò che andrebbe fatto non sono capaci di farlo. La propaganda della destra ha alimentato per anni le paure. Ora che governano, si accorgono che la realtà è complessa e richiede competenze. E la loro risposta qual è? Non rafforzare servizi sociali, educatori, politiche pubbliche, ma invocare l’esercito. È la scorciatoia di chi non ha una visione e la maschera con l’autoritarismo e la repressione.

Nel frattempo, dalla stessa maggioranza arrivano sermoni moralistici, pacche sulle spalle e auto assoluzioni: tutti pronti a rivendicare ‘avevamo ragione’, nessuno disposto ad ammettere che siamo di fronte a un clamoroso fallimento amministrativo. Si parla di ‘legalità’ come se fosse uno slogan pubblicitario, ma si dimentica che legalità significa prevenzione, inclusione, contrasto alle cause dei fenomeni, non solo spettacolarizzazione delle conseguenze, in chiave law and order. La verità è semplice: proprio su uno dei temi su cui la destra, anche nella nostra città, ha maggiormente speculato, alimentando le paure sulla sicurezza urbana, oggi mostra la propria inadeguatezza. Non ha costruito strumenti, non ha investito sul sociale, non ha programmato politiche giovanili, non ha affrontato seriamente la questione delle marginalità. E ora, senza idee, chiede ai militari di coprire il proprio vuoto politico. Ancona non ha bisogno di scenografie militari. Ha bisogno di amministratori capaci, di prevenzione, di lavoro serio nei quartieri, di presenza educativa, di sostegno alle famiglie e alle scuole, di forze dell’ordine messe in condizione di operare con intelligenza e continuità, non usate come comparse per fare propaganda.

Invocare l’esercito non è la soluzione. È lo spot che annuncia il fallimento di coloro che oggi governano, protagonisti di una stagione politica che continua a offrirci solo chiacchiere e distintivo.


Privacy Preference Center